FABRIZIO CARCANO.
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NEMESI NERA.
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2019. Ugo Mursia Editore. MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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La festa di San Valentino  imbrattata del sangue innocente di una donna uccisa dal proprio uomo e dall'inquietante suicidio di un ex carabiniere esperto in rischiose missioni internazionali. Nel frattempo un misterioso assassino annuncia una scia di delitti per ristabilire una giustizia basata sulla vendetta della dea Nemesi, lasciando nelle chiese del centro di Milano i suoi proclami di morte.
Un rebus sanguinario dove a un delitto efferato ne segue un altro ancora pi violento. Chi e perch uccide in nome della legge biblica occhio per occhio, vita per vita?
Il capo della Omicidi Bruno Ardig si trover immerso in una nuova indagine ad altissima tensione, per cercare il filo di una verit nascosta in un lontano passato che si snoda lungo le strade di Milano fra segreti inconfessabili e dolori mai cessati.
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L'AUTORE.
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FABRIZIO CARCANO  nato a Milano nel 1973. Giornalista professionista, scrive per Il Giorno e per Superbasket. Tra gli scrittori milanesi pi amati dal pubblico, racconta nei suoi noir il lato oscuro, i misteri e il fascino di Milano. La versione ebook del suo romanzo d'esordio, Gli angeli di Lucifero ,  stata la pi scaricata dai lettori nell'iniziativa Milano che legge. I suoi romanzi sono stati pi volte primi nella classifica delle vendite di Amazon.
Oltre Nemesi Nera (2019), gli altri romanzi sono: Gli angeli di Lucifero (2011), La tela dell'eretico (2012), Mala Tempora (2014), L'ultimo grado (2014), L'erba cattiva (2015), Una brutta storia (2016), Il Mostro di Milano (2017), In nome del male (2018), Il codice di Giuda (2018), Milano Assassina (2019), Il cacciatore di Caino (2020) e La notte del diavolo (2020), tutti pubblicati da Mursia.
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NEMESI NERA.
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Se uno far una lesione al suo prossimo, si far a lui come egli ha fatto all'altro: frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente, gli si far la stessa lesione che egli ha fatto all'altro.
Antico Testamento, Levitico 24, 19-20.
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Dedica.
A tutte le persone in credito con la giustizia e con il destino.
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PROLOGO. Milano, Idroscalo, luglio 2006.
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L'ultima settimana prima della grande fuga, Milano stava facendo i bagagli.
Il countdown finale era scattato: pochi giorni all'esodo di massa.
Con il primo fine settimana di agosto sarebbero partiti tutti. O quasi.
E in attesa delle notti al mare, quello vero, i giovani facevano le prove generali nel finto mare di Milano, quello senza onde, senza sale. Solo acqua e luci riflesse: l'Idroscalo.
Il grande bacino idrico era stato realizzato un secolo prima a fianco dell'aeroporto di Linate per avere uno scalo acquatico per gli idrovolanti, in un'epoca paleolitica in cui ancora gli aeroplani, con le ruote sotto il carrello, erano svantaggiati per la mancanza di piste adeguatamente lunghe per l'atterraggio o il decollo. Nel dopoguerra, con l'acclarato successo degli aeromobili con ruote e carrello e il conseguente tramonto degli idrovolanti, quel bacino artificiale era stato riconvertito in parco cittadino, pur non essendo tecnicamente all'interno dei confini del comune di Milano.
Un bacino contornato di verde, con piccole spiagge e quella distesa di acqua dolce e pulita dove nuotare e fare sport acquatici, dove d'estate si accendevano le mille luci dei tanti localini all'aperto che regalavano alla fauna milanese l'illusione di essere in riva al mare.
In uno di quei baretti, l'IdroCaf, aveva trascorso la sua ultima serata Chalisa, una hostess di ventotto anni, dipendente di una compagnia low cost, impegnata nei voli da e per la Thailandia.
La stavano cercando da due giorni.
Era scomparsa quattro sere prima.
L'avevano trovata quella mattina degli operatori ecologici. Avevano rinvenuto il suo cadavere tra la fitta vegetazione adiacente alle recinzioni dell'Idroscalo, tra lattine, sacchetti, cartacce e preservativi usati.
Completamente nuda, nemmeno le scarpe.
Il collo spezzato, ecchimosi sul torace, sulle braccia e sul volto. Gonfiata di botte e strangolata.
Il commissario Bruno Ardig da qualche anno era stato assegnato alla sezione Omicidi e Reati contro la persona. L'unica sezione operativa dove non giocavi a guardie e ladri, ma a un gioco senza regole.
Apprendista in quel mestiere ingrato, stava ancora prendendo le misure a quel mondo oscuro, dove il male prevale sempre sul bene, dove la giustizia pu essere solo postuma e tardiva.
Ne aveva gi viste un po' di quelle. Ragazze straniere, uccise dopo serate alcoliche o in circostanze dubbie.
Non era la prima, di sicuro non sarebbe stata l'ultima se fosse rimasto alla Omicidi.
Eppure, rimase colpito da lei, da quel corpo che pareva quello di una bambola. Inerme.
Lo impressionavano i lividi sul collo.
Glielo aveva quasi staccato.
Un lui, un uomo, un uomo forte e cattivo.
Un delitto a sfondo sessuale.
Anche se il medico legale, Umberto Brasca, chino su di lei, le dita che accarezzavano proprio l'oggetto del desiderio maschile, anticip i suoi pensieri.
 strano, perch non ha consumato nessun rapporto sessuale e non c' traccia di violenza carnale.
Ardig scosse la testa: L'ha uccisa senza stuprarla?.
L'anatomopatologo annu.
L'ha ammazzata solo per il piacere sadico di spezzarle il collo e toglierle la vita.
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1. Koh Tao Island, 2011.
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A quella maledetta afa umida appiccicosa si stava persino abituando.
Non agli stramaledetti insetti che lo tormentavano, soprattutto sul collo.
Al dolore invece si era anestetizzato da tanto, da troppo. Al suo dolore e a quello altrui.
E ora il suo male si era tramutato in ossessione: per la verit.
La cercava, la desiderava, la voleva, come se avesse un potere taumaturgico, addirittura rigenerativo.
La verit per lenire il suo male e i sensi di colpa che si trascinava dietro da troppo tempo e lo affliggevano in ogni istante della giornata.
Si era illuso di scovarla, la verit, in quell'angolo di paradiso che mascherava l'inferno.
Si era illuso che fosse tutto pi semplice laggi, che fosse pi semplice per uno come lui, che aveva girato mezzo mondo, che ne conosceva le luci e le ombre.
No, non conosceva tutto il mondo.
Non quella parte di mondo.
Anni spesi negli inferni di polvere, miseria e guerra, in Bosnia, Kosovo, Iraq, Afghanistan, Somalia. Mesi sprecati negli Stati Uniti.
Ma la Thailandia era un altro pianeta, dove non c'erano cecchini, bombe o mine. Solo trappole, inganni e menzogne.
L si muoveva come un pesce fuor d'acqua.
Non voleva una giustizia, cui non credeva pi.
Gli bastava solo la verit.
Insieme a quel che restava di quel corpo.
Si domand cosa cercasse veramente dopo tutte quelle settimane.
Ormai era tardi.
Per lei. Per loro. Per lui.
Per arrivare fino a quell'isola maledetta aveva viaggiato ore lunghissime in treno, fendendo quella terra zeppa di misteri. Poi aveva dondolato un'ora su un traghetto imbottito di turisti in ciabatte, maleodoranti, poco vestiti e molto su di giri per quel paradiso terrestre che li attendeva.
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Milano, 11 febbraio 2019.
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Il giudizio universale non lo vedevano in molti. Stava lass, troppo in alto, nascosto tra le pieghe della volta. Bisognava rivolgere lo sguardo verso il soffitto per ammirarlo, facendosi venire il torcicollo. Oppure inginocchiarsi e alzare la testa verticalmente. Troppa fatica.
E poi mica lo aveva affrescato Michelangelo.
Per i milanesi, quelli che abitano in centro e lo vivono, la chiesa di Santa Maria degli Angeli si chiama semplicemente Sant'Angelo.
Per i giargiana , i provincialotti, e i turisti invece quella chiesa  una perfetta sconosciuta.
Un luogo di culto, edificato nel 1552, che ospita al suo interno il convento dell'Ordine francescano dei Frati Minori, disegnato in maniera classica, a croce latina, con una lunga navata e un'altissima volta a botte affrescata da pittori seicenteschi.
Intorno alla navata si dispiegano le cappelle laterali, dedicate ai singoli santi e affrescate dalle mani dolci di artisti tardorinascimentali e barocchi, che la storia dell'arte non ha reso immortali, ignorandoli come semplici artigiani della tempera grassa.
All'ingresso di una di queste cappelle, ogni mattina, due confessionali attendevano i penitenti, per mondare le loro anime sporcate dal peccato e dalle quotidiane colpe terrene, attraverso il rito espiatorio del sacramento della confessione.
Anziani prevalentemente. Bigotti e beghine che infrangevano i comandamenti soltanto con i cattivi pensieri e si spurgavano snocciolando un Confesso e anche un paio di Ave Maria e un Padre Nostro in aggiunta, che tanto non guastavano mai.
A officiare il rito della confessione si alternavano i tre sacerdoti, tutti europei dell'Est, cui era affidata la cura di quella casa di Dio e il gregge di anime che a essa si rivolgeva con le sue preghiere.
Don Simone viveva in Italia da oltre dieci anni.
All'anagrafe di Wroclaw, quarant'anni prima, era stato registrato come Szymon, ma ormai anche lui lo aveva dimenticato.
Il suo italiano era ottimo, come il suo udito.
Eppure, quella mattina, dopo aver fatto scorrere la grata, dall'altra parte della rete metallica da cui raccoglieva i segreti dei penitenti, aveva sentito qualcosa che lo aveva turbato.
Prima una zaffata intensa: odore di sudore.
Poi, dopo aver pronunciato il canonico apri il tuo cuore al Signore aveva ascoltato un sibilo freddo come un vento del nord e una voce roca, cupa, echeggiante tra le maglie del reticolato.
Davanti a lui un uomo con il volto mezzo nascosto dal cappuccio calato sulla fronte. Un uomo inginocchiato che non intendeva aprire il suo cuore al pentimento.
Un uomo che, non appena aperta bocca, gli aveva recitato un inquietante passo dell'Antico Testamento, proseguendo con una preghiera poco utilizzata nella liturgia canonica, in un delirio mistico che lo aveva inquietato.
Infine, si era alzato.
La morte, padre, la morte, solo la morte  la soluzione estrema per i mali estremi.  la cura contro il male.  il sollievo contro il dolore. E il dolore  peggiore del male stesso.
Don Szymon non era riuscito ad articolare un vocabolo. Lingua e mascella non rispondevano agli impulsi celebrali. L'altro aveva riempito quel vuoto prendendosi anche l'ultima parola.
Non posso chiedere il perdono di Dio, lo so. Ho infranto il quinto comandamento e indietro non si torna. Mi attende la dannazione. Pagher per la mia colpa. Pagher tutto. Fino in fondo.
Don Szymon era rimasto inchiodato alla sua panca, sbigottito.
La paura e lo stupore lo avevano paralizzato per un lungo istante.
Quando aveva scostato la tenda del confessionale lo aveva intravisto. Forse.
Era proprio una figura incappucciata, con addosso una sorta di k-way scuro. Usciva dalla porta a passo svelto.
Troppo tardi per rincorrerlo.
Titubante il religioso fece qualche passo. Timoroso, come se sotto ai suoi piedi potesse spalancarsi una botola facendolo precipitare all'inferno.
A lato del confessionale si apriva una cappella laterale, quella con la pala della Vergine, contornata da un volo di angeli.
Sotto un'altra opera, un'aggiunta pagana, eseguita da un artista ignoto, uno della scuola del Caravaggio, dicevano. Con una variazione che dal sacro passava al profano, tendente al blasfemo: una dea bendata, ritratta di spalle, con la bilancia sollevata e oscillante nella mano destra e la spada impugnata in quella sinistra, a sorvegliare su un lago dalle acque scure, dove draghi e sauri infierivano sui dannati.
L'altro inferno, senza fiamme e demoni.
A rischiarare la dea e quegli inferi di dolore la luce di un cero nero.
Un simbolo maligno.
In un luogo sacro.
Rabbrivid.
Quindi esamin con pi attenzione il cero.
Alla base era incastrato un orologio dorato. Uno di quelli costosi, un Patek Philippe.
Padre Szymon si intendeva di orologi, suo padre, in Polonia, li riparava e li vendeva. Quelli polacchi erano orologi resistenti, ma di scarso valore commerciale, quel Patek invece era un gioiello e valeva quanto un'automobile.
Lo afferr incuriosito.
Sul lato posteriore, sulla cassa delle lettere incise in stampatello: RS.
Vicino al cero una cartelletta di plastica trasparente, dentro un foglio stampato con una scritta rosso sangue.
A devil provvls in the city of angels.
Padre Szymon non conosceva l'inglese, ma intuiva il senso della frase.
Torn a fissare il cero: emanava una luce spettrale, che illuminava la dea pagana.
La paura lo circond nella casa del Signore.
Poi ramment che c'era una persona, una sola, che poteva ascoltare quella storia assurda e decidere cosa fare.
Una mattina del cazzo. Iniziata male.
Milano inzuppata dalla pioggia e lui con un ago in vena, a osservare il sangue risucchiato dentro un tubicino.
Dall'altra parte un'infermiera giovane e pure carina. Anche se in quel momento al vicequestore Bruno Ardig non fregava nulla di quella donna in camice.
Odiava gli aghi, odiava gli ambulatori, odiava gli ospedali. Odiava tutto quanto lo rendeva debole e insicuro. Odiava dipendere dagli altri.
Sbuffava, in attesa che la tortura finisse.
Un minuto e gli sfil l'ago con uno strappo fastidioso.
Per una mattina, nella vita contromano di Ardig, filtrava una luce di ordinaria normalit. Banali analisi, controlli di routine che rimandava da troppo tempo.
Rischiava una sospensione dal servizio se non si fosse presentato entro fine mese dall'ufficiale medico con tutti i referti richiesti, urine, pressione, sangue...
La pressione l'aveva misurata la sera precedente in farmacia. Male, malissimo. Orbitava diretta verso le stelle. Oltre 150 la massima, intorno ai 105 la minima.
Prima tappa di quell'insolita via crucis sanitaria.
Poi l'urina, la prima del nuovo giorno, raccolta in un flacone plastico sigillato.
A seguire le analisi. Per farsi vampirizzare si era fatto un'anticamera di un'ora nella sala di attesa di un laboratorio prelievi in via Porpora, circondato da pensionati che borbottavano all'unisono in una sorta di liturgia mattutina, producendo un fastidioso brusio in sottofondo.
Aveva sedato l'impazienza leggendo i quotidiani nella rassegna digitale dell'iPad, trattenendo la voglia di andarsene via, obbligandosi alla calma. Il tutto senza poter neppure fumare.
Aveva consumato gli occhi sul tabellone luminoso, attendendo il suo numero che non arrivava mai, per transitare a uno sportello intermedio per gli adempimenti burocratici e il pagamento, quindi una seconda trafila pi breve davanti agli ambulatori per il prelievo.
Rientrando a casa Ardig si era concesso una passeggiata per sfogarsi e una colazione dolcissima in una pasticceria siciliana in via Andrea Costa. Torta allo yogurt, cannolo alla ricotta e due caff zuccherati.
Un'overdose di dolce e caldo per illuminare un sole interno che di solito teneva spento.
Fuori dalla sua corazza un tempo uggioso avvolgeva una Milano gocciolante, contornata da un alone di grigiore metropolitano che stava risvegliando i peggiori sentimenti che albergano nell'essere umano.
Nella sua ordinaria routine c'erano i soliti omicidi. Regolari, un paio al mese.
Gang di sudamericani che in periferia si affrontavano con lame di vario genere, arrivando persino ai machete, nigeriani che si scannavano per il controllo dei marciapiedi dello spaccio o della prostituzione, i soliti bulli fuori dai locali che regolavano l'affronto di uno sguardo di troppo sulla donna sbagliata con una coltellata.
Casi per cui l'opinione pubblica cittadina non si scaldava e neppure i media.
Personaggi border line, che nessuno quasi mai piangeva o rimpiangeva come nel caso che lo angustiava e che occupava quasi tutto il database della sua mente investigativa... l'omicidio della massaggiatrice thailandese strangolata a domicilio, probabilmente da un cliente, in una sera di settembre.
Il delitto era avvenuto fuori dalla cerchia cittadina, ad Assago, per cui l'indagine era stata assegnata alla stazione locale dei Carabinieri. In due mesi di indagini non avevano cavato un ragno dal buco, limitandosi a passare in rassegna tutte le frequentazioni professionali e personali della donna senza arrivare a nulla, salvo suscitare le ire del console thailandese a Milano, che si era messo a protestare a suon di interviste nei giorni di fine anno, lamentandosi dello scarso impegno delle forze dell'ordine che, a suo dire, sottovalutavano il caso perch la vittima era una straniera.
Per questo, dopo l'Epifania, il faldone era arrivato sui tavoli dell'ufficio della sezione Omicidi, scodellato insieme al carbone di cui era zeppa la sua calza della Befana, quando era ormai un cold case . Non un caso freddo, ma addirittura surgelato!
Eppure, quell'incartamento aveva riaperto una vecchia ferita mai cicatrizzata per Ardig.
Il delitto irrisolto dell'Idroscalo, tredici anni prima.
Omicidio fotocopia per la tipologia di vittima, per l'et, per la nazionalit, per quel collo stretto con la forza disumana di una tenaglia.
Quel vecchio incartamento era riapparso sulla sua scrivania da qualche giorno.
Si era studiato referti medici, testimonianze, verbali, rilevamenti fotografici. Aveva riletto tutto e non aveva trovato nulla.
La sera del 25 luglio 2006 la povera Chalisa, una hostess, aveva staccato dopo essere atterrata da alcune ore. Se ne era andata con una collega connazionale a bere un drink in un locale estivo, l'IdroCaf. Una serata normale.
A un certo punto le due ragazze si erano perse nella calca e Chalisa era scomparsa, risucchiata dalla mischia. La collega era rientrata con un ragazzo conosciuto nel locale e fino all'indomani non aveva neppure provato a contattare l'amica.
Ad accorgersi della sua assenza, due giorni dopo, era stata la stessa compagnia aerea, quando non si era presentata al lavoro.
Quattro giorni pi tardi degli operatori ecologici avevano rinvenuto il suo cadavere tra la fitta vegetazione adiacente alle recinzioni dell'Idroscalo, nel territorio di pertinenza del comune di Peschiera Borromeo.
Un'aggressione a sfondo sessuale, senza dubbio con annesso pestaggio.
Era stata strozzata, a mani nude, con un'azione meccanica, utilizzando la forza in un raptus violentissimo.
Chalisa era stata abbandonata tra la vegetazione tra le sterpaglie e le felci. Completamente nuda. Spariti i vestiti, la borsetta, i documenti, il cellulare.
Non li avrebbero mai ritrovati.
Dal numero intestato, dopo una complessa rogatoria, avevano poi scoperto che la SIM, di una compagnia telefonica thailandese, era stata disattivata quella sera del 25 luglio. Non erano stati inviati messaggi o effettuate chiamate nelle ultime ore.
Caso chiuso. Fine delle affinit.
Ad Assago il delitto era stato consumato dentro l'appartamento, in un contesto diverso.
Eppure, sentiva di dover ripartire da l, da quel caso irrisolto di tredici anni prima.
Continuava a domandarsi se fosse possibile che il delitto fosse stato compiuto dallo stesso assassino, dopo quell'abisso di tempo, con la stessa violenza, in circostanze diverse, a pochi chilometri di distanza.
Forse quell'uomo, quel mostro, in tutti quegli anni era riuscito a contenere la sua foga omicida, oppure era stato in carcere o in una struttura psichiatrica, o all'estero.
Una telefonata inattesa arriv per girare una giornata che non avrebbe dimenticato, catapultandolo in un gorgo spaventoso di orrori metropolitani.
Una telefonata da un numero tronco a quattro cifre. Prefisso 02.
Lo stavano chiamando dall'ultimo piano della Prefettura, dall'Empireo delle istituzioni milanesi preposte alla sicurezza.
Anche per il capitano Marco Fontana la mattina era iniziata nel peggiore dei modi.
Una telefonata intorno alle sette aveva anticipato la sua sveglia, cacciando dal mondo dei sogni lui e la bionda che russava al suo fianco.
Bionda tinta. Lo aveva verificato intimamente.
L'aveva rimorchiata la sera prima in palestra.
Un aperitivo, un invito a cena. Poi il dopo cena a casa sua.
Non era la prima in quel periodo, non sarebbe stata l'ultima.
Aveva risposto con tono seccato, attendendosi una chiamata di urgenza dal comando.
Era cos. E dall'altra parte della cornetta c'era l'assistente del generale Bellocchio, il comandante della Legione Carabinieri Lombardia.
Un militare all'antica, un abruzzese di montagna dalla scorza dura, uno con la divisa tatuata sulla pelle, che andava in branda alle dieci e alle sei e mezza del mattino era in piedi, operativo, ogni santa mattina che il buon Dio gli regalava per leggere le informative, prima di fare colazione con la rassegna stampa.
Quella mattina gli era andato di traverso il caff per una telefonata dal comando regionale dei Vigili del Fuoco e la sua collera divina l'aveva distribuita sotto forma di saette attraverso il telefono, destinandola ai vari colonnelli e maggiori dei reparti operativi, fino al capitano Fontana.
L'ufficiale virtualmente si era messo sull'attenti, adagiandosi allo schienale del letto, mentre sbirciava malandrino le gambe lunghe della bionda, che si era appisolata con addosso solo una sua felpa di lana che le copriva a mala pena le natiche intersecate dal tanga, prima di rassegnarsi a un'alba gelida da trascorrere in trincea davanti all'ennesimo rogo di rifiuti.
Ardig aveva volato. Se lo avevano scomodato con l'urgenza massima era solo per un'emergenza - non aveva dubbi - e la presenza nei corridoi di incravattati, ingessati in completi scuri, tipici dei ministeri romani, aumentava la sua inquietudine che sconfinava in una preoccupazione professionale diversa da quella degli altri esseri mortali.
Quei manichini puzzavano di Digos, Dia, Sco. Oppure Servizi.
E quando lo convocavano ai piani alti generalmente era per proporgli un trasferimento.
Un minuto di elucubrazione, poi il questore, il suo diretto superiore, apparve dalla porta senza sorprenderlo. Immaginava fosse stato convocato anche lui.
Piccolo di statura, i modi nervosi. Tipo particolare.
Era stato responsabile della Mobile in vari capoluoghi, poi la nomina a questore di Milano, alla soglia dei sessant'anni il grande salto a togliergli improvvisamente quella sicurezza che aveva invece dimostrato negli incarichi operativi.
Era uno bravo in prima linea, nella battaglia contro la criminalit di strada.
Tuttavia, da responsabile della Questura della capitale economica italiana, annaspava nel proprio timore di non essere all'altezza dell'incarico. E non solo per quel suo metro e settanta scarso...
A differenza del prefetto che invece era grande e grosso, con quel mascellone scolpito che trasmetteva un senso di onnipotenza. Se ne stava riparato dietro alla scrivania in noce, con le bandiere dell'Italia e dell'Unione Europea ad accarezzargli la schiena, infilato in un completo grigio camino. Un mastino arrivato dal Meridione per ridare nerbo all'ordine pubblico milanese dopo il lassismo dei suoi ultimi predecessori.
Soffiava aria di cambiamento in materia di sicurezza.
Da qualche mese da Roma stanziavano pi fondi, pi mezzi e pi strumenti per prevenire e contrastare il crimine ed erano cambiati gli uomini al comando delle istituzioni territoriali.
Il nuovo prefetto era uno che andava per le spicce, puntando molto sulla comunicazione e sull'immagine: si atteggiava a molosso, per spandere l'idea di controllo su tutto. E snocciolava risultati, anche minimali, in continuazione.
Pure l'arresto di uno scippatore andava strombazzato con comunicati stampa sparsi a ogni sito e con abbondanti dosi di post sui social istituzionali.
Tutti i milanesi dovevano sapere, per mostrare quanto era efficiente l'apparato che dirigeva.
Stando agli spifferi di corridoio stava organizzando una conferenza stampa congiunta con il questore e il procuratore capo per annunciare un drastico calo, nell'ultimo semestre, dei reati di violenza contro la persona.
Lo fece accomodare senza cerimonie.
Dentro il suo ufficio anche uno dei men in black ministeriali intravisti poco prima. Stava parlottando con il questore.
Non si era sbagliato. Accento romano, modi di fare tipici dei palazzi del potere romani.
Anche se il cognome sviava.
Paolo Lombardo si present.
Lombardo solo nei documenti, romano in tutto il resto.
Sulla cinquantina, capelli corti, faccia solare, l'aria truce e al tempo stesso pure simpatica.
S, puzzava di servizi. La sua presenza comunque escludeva che lo avessero convocato per l'imminente conferenza stampa. C'era altro che bolliva in pentola a sua insaputa.
Il collega, il dottor Lombardo,  il capo scorta del senatore Sovrani.
Ardig non mosse un ciglio.
Intanto Sovrani, da quel che gli risultava, non era pi senatore da quasi un anno. Non era stato eletto nel proporzionale, dopo pi di vent'anni di onorata carriera parlamentare e la solita collezione di incarichi tra Palazzo Madama e Palazzo Chigi.
Presidente di commissioni parlamentari, viceministro all'Interno in due diversi governi, poi nell'ultima legislatura la presidenza della commissione bicamerale di controllo sui servizi segreti, il Co.Pa.Sir, incarico prestigioso e ritenuto ad alto rischio.
Pertanto, era sottoposto a protezione, anche se aveva smammato dalla dorata cadrega da almeno un semestre. Certo la scorta gli restava, fino a due anni dalla cessazione del mandato, quando si riteneva estinto il pericolo connesso a quella carica.
Il prefetto lasci trascorrere qualche secondo, per consentire ai due poliziotti di annusarsi, quindi prese la parola, assumendo le redini di quella riunione.
Dottor Ardig, abbiamo una rogna e chiediamo il suo aiuto.
Una rogna, come volevasi dimostrare.
Pessima partenza.
Il capo della Omicidi si distese sullo schienale, per incassare pi comodamente la brutta notizia in arrivo.
In una residenza di villeggiatura del senatore Sovrani, che in questo momento si trova all'estero, abbiamo rinvenuto un cadavere.  una storia decisamente complicata, a tratti surreale. E inquietante. Per questo necessitiamo della sua collaborazione. E le anticipo che da lei e dai suoi uomini esigiamo la pi totale discrezione. Il massimo riserbo assoluto. Intesi?
Altro che rogna se la premessa era questa.
Ardig in un secondo si stava tracciando un film mentale: un festino, qualcuno che crepa di overdose, magari una bella fanciulla, forse persino una minorenne, e adesso ecco la rogna da sbrogliare.
Si sbagliava.
Una serie di foto da voltastomaco apparve dal monitor di un iPad brandito da Lombardo.
Un corpo maschile, scempiato, ridotto a monconi.
Un tronco mutilato. In un luogo esterno.
L'uomo indossava un soprabito vecchio modello, forse un Loden scuro, sbrindellato da zanne o artigli.
Il cadavere era adagiato in un ambiente acquatico e fangoso.
Si intravedevano sullo sfondo stivali e teli.
Ardig avvert un'impercettibile fitta intestinale.
Disgusto, raccapriccio. Sentimenti umanissimi, anche per lui, abituato all'orrore.
Si limit a una sola domanda, professionale: Dove  accaduto, in una villa?.
Lombardo intervenne con voce pacata: Conosce il lago di Pusiano?.
Vagamente. Non so neppure dove si trovi.
 in alta Brianza, tra le province di Como e Lecco lo inform il questore, fino a quel momento spettatore silente, snocciolando le prime disposizioni. Tra poco il dottor Lombardo la accompagner. Intanto le anticipo: il senatore Sovrani possiede una villa sul lato posteriore dell'Isola dei Cipressi. Stiamo parlando di un'isola privata dove non accedono turisti o visitatori, un'isola interamente di propriet di una storica famiglia locale, una famiglia al di sopra di ogni possibile sospetto. Come le dicevo, da qualche anno il senatore ne ha acquistato una porzione, rilevando anche la magione e uno spazio adibito a terra-acquarium.
Sul volto di Ardig si dipinse un'espressione incredula.
Una sorta di zoo acquatico per pesci, anfibi e rettili. Tutto perfettamente in regola con i permessi veterinari e sanitari, si intende. Tra le specie ospitate ci sono anche dei coccodrilli...
... no signor questore, sono alligatori, vengono dalla Florida lo corresse Lombardo, puntiglioso e zelante.
Ecco, s, alligatori. Il massacro che sta osservando lo hanno compiuto loro.
Un uomo sbranato dagli alligatori in una villa sperduta in un'isola che non c'.
Roba da ubriacatura alle dieci della mattina.
Eppure, il questore era serio e il prefetto lo era ancora di pi mentre gli srotolava la richiesta ufficiosa per cui lo aveva convocato.
Come lei sapr il senatore Sovrani sar candidato alle prossime elezioni al Parlamento Europeo...
No, non lo sapeva. E neppure gli interessava saperlo.
... e se questa incresciosa vicenda venisse a galla, lo immaginerebbe il putiferio mediatico che si scatenerebbe a suo nocumento. No?
No. Non poteva fregargliene di meno del putiferio mediatico che avrebbe zavorrato la lucrosa campagna elettorale di Umberto Sovrani per conquistare un dorato scranno in quel di Bruxelles, anche se negli anni aveva imparato a fare buon viso a cattivo gioco.
Almeno a livello istituzionale.
Cosa mi state chiedendo, di spostare il cadavere altrove?
Si pent dell'inopportuna battuta ironica.
Tuttavia, n il questore n Lombardo si irritarono, comprendendo il suo stato d'animo.
Nella voce del prefetto vibrava invece una nota di insoddisfazione.
Me l'aspettavo questa sua reazione. E la comprendo, fino a un certo punto. Ovviamente si tratta di una situazione particolare. E naturalmente a riguardo mi sono gi confrontato con il procuratore capo. E anche lui condivide questa nostra impostazione. Inoltre, a livello ufficiale toccher al dottor Lombardo interagire con la Procura di Como, competente territorialmente per il caso.
Qualcosa gli sfuggiva.
Perch lo avevano chiamato? Il delitto era avvenuto fuori Milano, in una provincia dove per l'appunto non avevano giurisdizione.
Peraltro il cadavere  gi stato rimosso nella giornata di ieri, attualmente si trova in una cella frigorifera dell'Istituto di Medicina Legale di via Celoria.
Ardig registr l'informazione.
La macchina investigativa si era mossa il giorno precedente, tanto che il corpo era gi a Milano per essere sezionato, pertanto il caso a livello ufficiale era loro.
Il questore incroci il suo sguardo e si decise a sputare il rospo.
C' dell'altro. Questa mattina, circa tre ore fa, proprio qui a pochi passi, nella chiesa di Santa Maria degli Angeli,  stato rinvenuto un orologio prezioso. Era stato collocato insieme a un cero nero sotto la pala che ritrae il nostro santo protettore, San Michele Arcangelo.
Un santo che Ardig aveva incrociato in diverse precedenti indagini.
L'angelo armato che, stando alle interpretazioni delle sacre scritture, con la spada affronta e sconfigge il ribelle Lucifero, l'angelo che protegge la fede e la sua luce, che le protegge e le impone con la forza, il messaggero di Dio che combatte l'avversario, abbattendolo.
Del resto, era quello che la Chiesa aveva fatto per secoli, nelle crociate, con i papi monarchi, con i propri eserciti o con quelli di regnanti che mettevano le loro armi a servizio dei divulgatori della parola di Dio. E anche con gli inquisitori, i boia, gli esorcisti. Da millenni all'ombra della croce si ricorreva alla forza e al sangue, con guerre, esecuzioni o torture, per imporre il bene del dogma cristiano sul male, sul proprio nemico.
Conosceva anche la simbologia del cero nero, utilizzato dai satanisti, e non solo, per rappresentare l'effimero della nostra esistenza mortale.
La luce della fiamma che illumina a evocare il bene, la ragione, la fede, che divora e consuma la cera, nera, intesa come la notte, il buio, il male, illudendosi di vincere, ma alla fine la fiamma si esaurisce e sul fondo resta solo il nero della cera: il trionfo dell'oscuro, del male sul bene, della morte che fatalmente si impone sempre sulla vita.
Una fotografia plastica della nostra ineluttabile mortalit.
Dal palazzo arcivescovile ci hanno gentilmente avvisato senza perdere tempo, comprendendo la singolarit di questa scoperta che forse non ha attinenza alcuna con quanto accaduto all'Isola dei Cipressi, badi bene... Non abbiamo alcun elemento per ritenere... tuttavia  quello che pensiamo, che quell'orologio di valore possa appartenere al cadavere, s insomma, all'uomo sbranato...
Avete altri elementi per ritenerlo?
Il questore mostr una cartelletta trasparente con un foglio stampato con una scritta a caratteri rossi.
Insieme al cero e all'orologio c'era questo.
A devil provvls in the City of Angels.
Un diavolo si aggira nella Citt degli Angeli significa esattamente questo.
Osserv la frase, scandendola.
A devil : un diavolo. Non il Diavolo.
Una rivendicazione diversa da quella con cui si sarebbero firmati dei satanisti.
E questa era al singolare. Un assassino che si presentava come il diavolo, annunciando la sua entrata in scena?
Milano era tutto fuorch una citt degli Angeli.
Caso mai era la citt della Madonnina.
Quanto al demonio, beh in citt ne erano circolati parecchi e ne circolavano ancora.
Tuttavia, il riferimento combaciava con quella chiesa intitolata proprio agli angeli.
I messaggeri di Dio.
Il prefetto gli allung anche un'immagine stampata a colori.
Ecco, la pala  questa. Osservi la scena affrescata.
L'arcangelo alato trafiggeva un rettile, in effetti somigliante a un alligatore.
Un riferimento esplicito, volendo, all'Isola dei Cipressi. Ma cozzava con la scritta a carattere rosso: il diavolo che si aggirava nella citt degli angeli era quel lucertolone che veniva trafitto?
Per cercare le risposte a queste domande aveva tempo.
Per cui volete capire chi sia il morto e perch sia stato ucciso questo tizio, utilizzando le fauci degli alligatori del senatore come arma del delitto.
Non  detto che l'uomo non sia stato ucciso precedentemente.  possibile che abbiano cercato semplicemente di sbarazzarsi del cadavere facendolo divorare da quei mostri lo corresse Lombardo puntando sul cero nero.  un simbolo esoterico e sappiamo che lei in passato ha condotto con successo indagini nel mondo esoterico. E poi quel riferimento al diavolo... Chi meglio di lei per fare luce su questo omicidio?
Sviolinata inutile.
Il cacciatore di assassini si stava gi per attivare, anche se qualcosa non gli quadrava.
Avevano parlato solo del senatore Sovrani e nemmeno un istante della presunta vittima. Come se non fosse prioritario dare giustizia a un essere umano straziato in maniera orribile.
Torn a osservare le immagini del corpo.
Gli arti mozzati dai morsi. Il volto deturpato. Impossibile riconoscerlo.
Sulla cassa dell'orologio ci sono impressi dei caratteri.
Ardig li osserv.
RS.
Il prefetto lo scosse: Riteniamo che questo caso rivesta una complessit particolare. Se davvero un assassino avesse scelto di rivendicare un delitto cos efferato, in una maniera cos contorta, lei capir....
Il questore complet il ragionamento: Le persone non scompaiono nel nulla, qualcuno star cercando un padre, un marito, un figlio, un amico, un collega... non perda tempo. Le raccomando sinergia e discrezione. La nostra priorit  individuare il colpevole di questo orrore, di sicuro, ma anche quella di tutelare la figura pubblica del senatore, per non danneggiare la sua campagna elettorale.  tutto chiaro?.
Fino a un certo punto: la sua priorit era solo catturare un Caino, non salvaguardare il buon nome di Sovrani.
Sarebbe possibile parlarne con il senatore?
Lombardo scosse la testa: Si  preso un periodo di stacco prima della campagna elettorale. Sta riposando in una tenuta che possiede in Egitto, sul Nilo, dove ama trascorrere periodi di isolamento. Non torner in Italia fino ai primi di marzo. Non lo abbiamo neppure informato dell'accaduto, non ancora.
Ardig prese atto della rogna senza domandare altro, rassegnandosi a una gita sul lago di Pusiano.
Il capitano Marco Fontana aveva mollato la bionda a poltrire nel letto chiedendole solo di lasciare le chiavi di casa al fidato portiere una volta uscita.
Al suo ritorno aveva trovato il letto sfatto, il bagno in disordine e il profumo di lei ovunque.
Era tornato per cambiarsi e farsi una doccia, per cancellare gli odori di solventi, plastica, schiuma ignifuga e tutto quanto gli aveva intriso i vestiti dopo una mattina iniziata troppo presto e nel peggiore dei modi, per un incendio notturno, di origine dolosa, divampato nella periferia nord tra Roserio e Baranzate.
Un deposito zeppo di rifiuti illegali.
La plastica incendiata aveva sprigionato una nube tossica in un raggio di svariati chilometri quadrati.
Succedeva sempre pi spesso. Succedeva ormai troppo spesso.
Per questo era atteso a rapporto al comando di via della Moscova.
La pioggia li aveva accompagnati lungo tutto il tragitto fino al lago di Pusiano e li scortava in quella breve traversata.
L'Isola dei Cipressi si stagliava maestosa sullo sfondo bluastro del lago battuto dal maltempo. Una meraviglia paesaggistica sconosciuta ai pi, una di quelle perle naturalistiche e ambientali che solo l'Italia pu vantare.
Una specie di grosso scoglio di forma ovale, che prende quel nome cos suggestivo da centotrenta cipressi piantati simmetricamente sul suo perimetro.
Un promontorio dove erano state edificate solo due costruzioni.
Quella principale appartenente a una storica famiglia lombarda, proprietaria di gran parte dell'isola. Anche loro patiti di animali esotici, innocui per: pennuti soprattutto, ma anche canguri e altri marsupiali che giravano liberi in un ampio parco naturale delimitato da una staccionata di legno.
E poi c'era la parte posteriore, leggermente scoscesa, con un villino affacciato sulle acque scure del lago, con quell'annesso giardino trasformato in un terra-acquarium.
Una sorta di luna nera lacustre, il lato oscuro nascosto di quell'isola.
Il piccolo regno del senatore Umberto Sovrani. Un uomo di poche chiacchiere, ma molto chiacchierato.
Un costruttore, ormai settantenne, erede di una dinastia di costruttori: intorno alla tangenziale Est non c'era immobile che non avessero edificato i cantieri Sovrani. Ma anche un massone e un lobbista: il suo nome, e quello di suo padre, figuravano anche negli elenchi della loggia P2.
Personaggio da sempre lux et umbra . Esposto alla luce del sole con incarichi in Confedilizia e ottimi rapporti con le istituzioni ecclesiastiche.
Un democristiano che sapeva essere trasversale, amico dei socialisti ai tempi della craxiana Milano da bere, poi folgorato dall'azzurro sul cammino di Arcore dalla met degli anni Novanta, in virt della sua amicizia con il Celeste e con il Cavaliere, con cui era in affari da decenni.
Lo avevano indagato pi volte, anche processato per i soliti reati amministrativi, senza mai condannarlo.
Questa la vetrina del personaggio pubblico Sovrani. Poi c'era il risvolto oscuro, quello privato, di uomo fatto di ombre, atipico per essere un politico e un imprenditore.
Schivo, riservato, taciturno. Un abitudinario che andava a Messa ogni mattina e non cenava mai nei ristoranti alla moda.
Si vociferava della magnificenza della sua villa in una zona desertica, sperduta e isolata, tra l'Egitto e il Sudan. E di alcune sue passioni stravaganti, come appunto quelle dei safari in Africa e degli animali esotici.
Passioni costose ed esclusive che, a cavallo con il nuovo millennio, lo avevano portato all'acquisto milionario di quella porzione di quell'isoletta lacustre per trasformarla in una sorta di rettilario in cui custodiva specie di vario genere, protette da recinzioni e vetrate.
Mentre un altro poliziotto silenzioso spingeva a tavoletta l'Audi A8 scura lungo la provinciale che collega Monza a Lecco, con il lampeggiante acceso, il dottor Lombardo lo aveva aggiornato su Villa Luisa, nome scelto per commemorare la defunta madre.
Il senatore ama trascorrere brevi soggiorni a Villa Luisa, dove a volte riceve ospiti, in un riserbo totale. Per questo l'abitazione e il rettilario non sono dotati di un impianto di videosorveglianza e, trattandosi di un'isola privata e inaccessibile, lo capisci anche tu...
Zero telecamere. Per non violare la privacy degli ospiti.
Politici, imprenditori, faccendieri. E probabilmente stuoli di prezzemoline televisive, vallette, soubrette e mignotte varie per sollazzare quegli uomini potenti e invisibili.
Ecco la verit per cui non c'erano telecamere. E neppure un custode in pianta stabile.
Prima c'erano dei sorveglianti fissi, alcuni ex carabinieri in congedo. Ma da qualche anno non ci sono pi. D'altronde quando il senatore  in villa ci siamo noi della scorta nella dependance e poi viene una signora per le faccende di casa.  la moglie del giardiniere.
Chi ha trovato il corpo?
Lui, il giardiniere, stava facendo un giro di ricognizione e ha notato del trambusto nello stagno... sono due cingalesi, o bengalesi, di quelle parti l insomma, stanno nel paesotto sul lago, a Bosisio, sono gente a posto, li abbiamo gi torchiati noi borbott Lombardo prima di un'aggiunta, concedendosi una scivolata in romanesco. Poi ce sta mister Crocodile Dundee, che se occupa de' quei mostri l. Viene ogni quattro o cinque giorni, tanto quelli nun magnano mica du' volte al giorno come noi cristiani.
Gli spieg che Mr Crocodile era un sessantenne sudafricano dal nome olandese impronunciabile che viveva nei pressi di Lecco. Un'ex guardia zoofila di una riserva naturale, ingaggiato per accudire gli anfibi e i rettili, coadiuvandosi in caso di necessit con un veterinario specializzato.
Avemo torchiato pure er Crocodile, ma quello figurati, manco sa in che mondo vive tranci Lombardo, ribadendo che solo questi pochi individui fidati potevano mettere piede su quel lato dell'isolotto e che lo facevano a giorni alternati, per cui spesso la villa era deserta.
Per tutti gli altri il rettilario era una sorta di leggenda. Non metropolitana, ma di paese.
Soprattutto nel comune di Bosisio Parini, affacciato sulle acque del lago, ne parlavano tanti, nei bar, nella piazzetta, anche se nessuno c'era mai stato.
Pochi sapevano degli alligatori e pochissimi sapevano chi li accudiva.
Eppure, chi aveva compiuto quell'orrore doveva conoscere bene quell'isola, rifletteva Ardig mentre il barchino sobbalzava tra i flutti, coperto da un'intelaiatura di plastica per ripararli dal freddo umido di quei giorni gelidi, solcando le acque nere del lago deserto.
Mi servir una lista completa di tutti quelli che hanno lavorato nella villa del senatore in questi anni. E pure dei vostri ordin Ardig.
Lombardo scosse la testa.
La riservatezza per il senatore  una priorit. E i nostri, lo sai anche te, chi lavora per l'intelligence mica timbra il cartellino... non so... mo vedemo che posso fa'...
Fontana si era presentato ai piani alti del comando regionale nella caserma di via della Moscova con l'impeccabile uniforme di ordinanza.
Il generale Bellocchio non era tipo da perdersi in discorsi.
Aveva appena finito di esaminare il rapporto dei Vigili del Fuoco corrucciando le rughe sulla fronte.
Lo sa a quanti incendi siamo in questo inizio anno?
Lo sapeva. Era il settimo in quarantacinque giorni, festivi e ponti inclusi.
Una media di uno alla settimana.
Stamattina ho un'area grande come la provincia di Chieti dove abbiamo dovuto chiedere ai residenti di non aprire le finestre. Lo capisce?
No, non lo capiva. Perch ignorava quanto fosse grande la provincia di Chieti.
Di sicuro pi di un dedalo di strade tra Roserio e Baranzate, in un'area gi inquinata di suo da un groviglio di incroci autostradali e da una grandinata di fabbriche e fabbrichette con scoli abusivi.
Sono consapevole della delicatezza...
Per Dio non mi interrompa. Stiamo facendo una figuraccia, tutti. E questa storia finir a Roma. Perch tra poco qualche parlamentare interpeller il ministero degli Interni, che a sua volta solleciter il ministro della Difesa. Lo sa cosa significa, vero?
Il capitano inspir a pieni polmoni per inalare interamente la complessit del problema con i suoi annessi risvolti politici. Del resto, era quella l'incombenza per cui era stato trasferito a Milano in via definitiva da ottobre, dove non viveva e non abitava da troppi anni: per infilargli la corazza di San Giorgio e chiedergli di sconfiggere un drago sputa fuoco... peccato solo che quel drago non fosse un mostro grande e grosso, visibile da lontano, quello era un drago invisibile, senza forma, nome, nulla.
Il comando regionale lo aveva richiamato per affidargli il coordinamento delle indagini sui sempre pi frequenti roghi di capannoni o depositi dove, abusivamente, venivano stipate tonnellate di rifiuti plastici, anche tossici.
Da un anno l'area metropolitana di Milano si stava trasformando, senza accorgersene, in una nuova Terra dei Fuochi con nubi tossiche che andavano ad avvelenare l'aria gi inquinata dallo smog sopra la povera Madonnina, costretta ad assistere pure a quello.
Un'indagine complessa e laboriosa che portavano avanti i suoi uomini insieme ai gruppi del Nucleo Tutela Ambientale, in sinergia con la Guardia di Finanza.
Venti minuti pi tardi, dall'alto di un terrapieno che fungeva da terrazza, il capo della Omicidi osservava quello spettacolo raccapricciante.
Protetti da doppie vetrate in plexiglas una dozzina di lucertoloni stavano immobili in quelle acque putride, pazienti, in attesa del cibo. Solo un paio stazionavano nel freddo della fanghiglia della terra circostante.
Lo inorridivano gli occhi di quelle bestiacce. Inespressivi, gelidi nella loro ferocia.
L'istinto era di estrarre la Beretta e fare fuoco, uccidendoli tutti, senza alcun rimorso.
Eccolo l'inferno, quello che popolava i suoi incubi pi oscuri: non fuoco e fiamme, ma mostri crudeli pronti a sbranarti, a smembrarti.
La dinamica, osservando il rettilario da lass, sembrava facilmente ricostruibile.
Avevano trascinato il corpo sul terrapieno su cui ora si trovavano loro e lo avevano fatto cadere oltre la vetrata, direttamente nell'acqua sottostante.
Utilizzava il plurale nel suo ragionamento.
Il rettilario distava almeno cento metri dagli attracchi e le vetrate erano alte come un canestro in un campo da basket. Nessun uomo, da solo, poteva trascinare un corpo maschile di almeno una sessantina di chili su una salita scoscesa, per oltre cento metri, e poi issarlo per tre metri, senza funi o carrucole, e farlo planare nello stagno infestato dagli alligatori. Per cui erano almeno in due.
 da qui sopra che glie danno da magna', quarti de' bue dei macelli grandi come cani. Mortacci loro lo inform Lombardo infastidito dalla pioggia e disgustato quanto lui dalla visione di quelle bestiacce immonde.
Intanto Ardig ragionava: gli assassini erano salpati da qualche approdo, con un barchino, arrivando l in un giorno e in un orario in cui sapevano di non incontrare nessuno.
Erano ben informati: conoscevano l'isola, il rettilario e gli orari del personale.
Lo ha trovato ieri mattina er bengalese, per potevano essere passati gi du' giorni, o pure tre, da quando stava laggi concluse Lombardo prima di accompagnarlo dentro la villa.
Altro che drago sputafuoco! Un drago lo vedono e lo sentono tutti...
L nessuno aveva visto o sentito nulla.
Come sempre, come ogni volta.
Marco Fontana con aria sconsolata tracciava il solito primo bilancio impietoso: telecamere guaste e zero testimoni. Tutti anestetizzati in un preoccupante clima di omert tutt'altro che milanese.
Una volta a Milano c'era la schigera , quel nebbione da tagliare con il coltello, che ti impediva di vedere da un marciapiede all'altro.
Adesso la schigera era nei cuori dei milanesi, nei cervelli, nei sentimenti. Non di tutti, ma di tanti.
Commercianti, residenti, amministratori locali: nessuno aveva notato un sospetto viavai di camion in orari notturni. Oppure un affaccendarsi di maestranze o ancora delle facce nuove nei bar per un caff.
Decine di tonnellate di rifiuti plastici erano arrivati alle porte di Milano, a due passi dalla strada statale Varesina, spuntati dal nulla, trasportati dal vento, piovendo dal cielo, finendo direttamente in un magazzino abbandonato di un'impresa, guarda caso in stato fallimentare con un proprietario indebitato e gi inguaiato con la giustizia. Il perfetto capro espiatorio.
Eccolo il suo drago sputafuoco, altro che San Giorgio.
Dava la caccia a un nemico invisibile, mimetizzato nel grigio della conformazione urbana, che di giorno stipava rifiuti trasportati dai camion e di notte li bruciava nell'indifferenza pubblica.
Cambiare tutto, per non cambiare niente.
Sempre depositi da sacrificare, sempre aziende in crisi, costrette ad affittare senza troppi controlli, sempre a prestanome da cui non si poteva risalire a nulla e a nessuno.
Villa Luisa era serrata.
Lenzuoli bianchi ricoprivano divani e mobilio. Il frigorifero svuotato e staccato.
Il padrone di casa non si faceva mai vedere sull'Isola dei Cipressi fino alle vacanze di Pasqua. Lo attendevano solo ad aprile.
Lo sapevano tutti nei paesotti affacciati sulle rive del lago di Pusiano, e tutti sapevano che la villa nei mesi invernali era di fatto abbandonata, fatta eccezione per il terrario popolato di rettili e caimani. Non a caso il senatore Sovrani aveva subito diversi furti, avvenuti sempre in inverno. I ladri avevano puntato sull'abitazione, aggirando le recinzioni del rettilario.
Stavolta era andata diversamente.
Non era un furto.
Avevano divelto prima la palizzata di legno rinforzato con cancelli a sbarre chiuse da lucchetti, poi le protezioni intermedie delle singole recinzioni di vasche, piscine e habitat dei rettili divisi per specie.
Gli alligatori stazionavano in due aree.
Una chiusa, scavata in un sotterraneo, protetta da una tettoia. Una sorta di box dove si riparavano nelle ore pi fredde, nei mesi invernali, quasi un tunnel collegato da un passaggio allo stagno esterno, dove i rettili si spostavano nelle ore pi calde.
Chi era penetrato aveva forzato un portale della palizzata esterna, distruggendo il chiavistello. Quindi aveva raggiunto le vetrate, lasciando scivolare il corpo nello stagno.
La pioggia caduta negli ultimi giorni aveva cancellato ogni traccia di trascinamento.
D'inverno qui il senatore non ci viene mai, lo spettacolo lo vedi anche tu, con 'sta nebbia, nun  granch. Ci viene soprattutto da aprile a settembre, che si pu stare anche in giardino.
Il senatore  sposato? Ha figli?
 vedovo da anni, di figli ne ha quattro, tutti grandi ormai, ma qua non ci mette piede nessuno della famiglia, solo lui. Villa Luisa  roba solo sua.  da Natale che non ci viene.
Alla fine di quel pomeriggio Marco Fontana aveva mal di testa. Emicrania da stanchezza e frustrazione.
Alla destra della sua scrivania aveva fatto collocare una lavagnetta di plastica, di quelle da sala riunioni. La usava per illustrare le operazioni da svolgere durante le riunioni del suo gruppo.
Sopra avevano appoggiato una normale cartografia mappale dell'area metropolitana di Milano, i punti precisi degli incendi cerchiati in rosso, tutti concentrati nell'area nord della City. Bresso, Cormano, Baranzate, Mazzo, Pero, Locate Olona.
Poi, appena al di sotto dell'immaginaria linea di confine che separa la metropoli dalla sua cintura, gli altri roghi cittadini: a Villapizzone, a Bovisasca, a Roserio.
Le fiamme maledette illuminavano quel limbo tra Milano e i comuni esterni, dove finivano le case e iniziavano depositi e magazzini, parallelo alle autostrade.
Ovvio: i rifiuti arrivavano a Milano su gomma, su camion, non su ferro. Perch la PolFer riesce a controllare i vagoni appena prima delle partenze o all'arrivo nelle stazioni, mentre la Polstrada pu anche fermare cento camion in un'ora appena dopo i caselli ma, per la legge di Murphy, i rifiuti sono stipati proprio sul centunesimo che non viene fermato.
Succedeva sempre cos.
E gli imprenditori coinvolti passavano sempre da vittime, mai da complici.
Funzionava sempre cos.
Ho affittato tramite un cliente..., mi sono rivolto ad un intermediario..., ho prestato a uno che a sua volta ha subaffittato....
Tutti bravi a farsi tonnellate di cazzi propri sviando, scaricando, omettendo, consapevoli che i tempi faraonici di una giustizia ingolfata e leggi inadeguate, nelle cui smagliature si infilavano gli artigli degli avvocati per trovare esimenti e scusanti, regalavano una sorta di impunit.
Alla faccia della gravit del reato commesso.
La pioggia era caduta senza sosta.
Erano rientrati a Milano a met pomeriggio.
I nuovi interrogatori del custode, della moglie e dell'ex guardia zoofila si erano rivelati infruttuosi, cos come il giro che i carabinieri locali, stranamente solerti e collaborativi, si erano fatti a Bosisio Parini e a Pusiano, i due comuni affacciati sul lago.
Nessuno aveva notato movimenti strani o partenze improvvise di barchini.
Inoltre, la nebbia e il buio, che in quella stagione calava prima delle cinque, avevano favorito gli assassini.
Anche il giro alla chiesa di Sant'Angelo, come veniva chiamata dai milanesi, si stava riducendo a una semplice passeggiata turistica per ammirare la maestosit della pala affrescata da Panfilo Nuvolone, un pittore milanese del barocco.
La solita raffigurazione di San Michele Arcangelo, il messaggero divino alato che, brandita la spada della legge di Dio, trafigge il demonio in una scena pi articolata, comprendendo una vergine e altri santi.
L'anomalia era nel demonio: non era cornuto o caprino, non aveva il tipico colore rossastro. Era un lucertolone, simile a un caimano, che richiamava il rettile scacciato da Ges nei Vangeli.
Quella dell'angelo San Michele era una storia che conosceva a memoria e che si prestava a troppe declinazioni interpretative.
Sotto alla pala un altro affresco, la targhetta recitava artista ignoto.
Una dea, voltata di spalle, avanzava volteggiando nel buio, brandendo a sinistra una spada e a destra una bilancia sollevata.
Sotto la dea si estendeva un mare nero, tumultuoso, infestato da draghi o biscioni, intenti a divorare le anime dannate. L'altra versione dell'inferno, quella con l'acqua al posto del fuoco e i mostri al posto dei demoni.
Ma a catalizzare l'attenzione era lei, la dea armata. La riconobbe senza indugi: la Nemesi.
Una dea che ben conosceva per via di un'indagine sanguinosa in un passato ancora prossimo.
Una dea collerica e capricciosa.
Il cero nero invece era stato consumato solo nella parte sommitale: ora riposava in sacrestia.
Lo avevano maneggiato in diversi tra frati e preti, vanificando la rilevazione di eventuali impronte digitali.
Anche il Patek Philippe era stato maneggiato. Un orologio pacchiano, vistoso, in oro con cerchio metallizzato. Un aggeggio da svariate migliaia di euro, roba da ricchi sboroni.
Nessuno dei religiosi aveva notato nulla quella mattina. Tutti troppo indaffarati a pregare un Dio distratto dalle faccende criminali terrene.
A rinvenire il cero e il Patek era stato un sacerdote polacco, don Simone, stempiato, sulla quarantina. Uno dei tanti religiosi provenienti dalla Polonia che, durante il lungo pontificato di Karol Wojtyla, coincidente con il crollo del muro di Berlino e la fine della dittatura comunista imposta dai sovietici, aveva vissuto negli anni Novanta un boom di vocazioni sacerdotali continuato poi anche nel decennio a seguire, persino successivamente alla morte di Giovanni Paolo Secondo, l'ultimo vescovo di Roma a essere stato inumato nelle grotte vaticane.
Le parrocchie di Milano pullulavano di sacerdoti polacchi, tendenzialmente algidi, distaccati.
Padre Szymon invece era diverso.
Nervoso, scontroso, come se stesse sui carboni ardenti.
Era turbato dalla scoperta di un banale cero e di un oggetto di utilizzo quotidiano quale un orologio di lusso? Orologio che, peraltro, non aveva alcuna attinenza accertata con un orribile delitto di cui non era a conoscenza nessuno fuori dalla cerchia degli investigatori.
Eppure, Ardig si domand se sapesse qualcosa di pi, se addirittura fosse a conoscenza di quanto avvenuto sull'Isola dei Cipressi, anche se il sacerdote ripeteva come un giradischi scassato di non sapere niente e di non aver notato nulla.
Ardig stava verificando, per l'ennesima volta nella sua carriera, come le denunce di scomparsa non siano mai di alcun aiuto.
In Italia scompaiono mediamente ventiquattro persone al giorno, una ogni ora.
Sono dati elastici, non verificabili nel medio termine, in quanto molte di queste persone poi ricompaiono o vengono rintracciate, anche se nessuno si prende poi il disturbo di informare le forze di Polizia impegnate nelle ricerche.
Oppure vengono ritrovati i loro cadaveri.
A ogni modo Ardig, pigramente, stava passando in rassegna le segnalazioni compatibili con il cadavere maciullato di cui si stava occupando.
Una segnalazione interessante c'era.
Un pregiudicato per mille reati, tale Filippo Cusumano, in regime di custodia cautelare domiciliare, non aveva ottemperato all'obbligo di firma presso il commissariato locale, tecnicamente era un evaso.
L'anomalia era che doveva scontare ai domiciliari, sostanzialmente da uomo libero, appena sei mesi residui e nessuno fugge a sei mesi dalla fine.
Un messaggino bipp sul telefono.
Sul display apparve la scritta REGIONE LOMBARDIA con un link e un codice per accedere al portale del sistema sanitario regionale, dopo aver effettuato un login inserendo i numeri della carta regionale dei servizi.
Digit tutte le cifre, ritrovandosi di fronte la lunga sfilza di valori delle analisi del sangue effettuate quella mattina.
I valori si dovevano semplicemente confrontare con la tabella laterale dove erano inseriti in una forbice con il massimo e il minimo.
Inizi a scorrerli velocemente. Tutti regolari, o quasi.
Era sano come un pesce.
Sobbalz quando arriv alla voce del colesterolo assolutamente fuori limite: 276! Quello normale doveva essere sotto i 200, quello meno pericoloso sotto i 240.
Decisamente fuori limite anche quella del cosiddetto colesterolo buono, sotto i 40.
Sorrise stupidamente con un ghigno sardonico... gi si immaginava il predicozzo del responsabile della Scientifica, l'amico Daniele De Piccoli, un ciccione ossessionato dalle diete. Uno che predicava benissimo, millantando di nutrirsi di frutta secca senza zuccheri e altre menate del genere, e poi razzolava malissimo appena si sedeva a tavola tra risotti, polenta, trippa e ogni altra bomba calorica.
Stamp le analisi: avrebbe dovuto sottoporle a un medico per farsi indicare una terapia.
Peccato che il suo medico curante non lo avesse mai contattato in tanti anni.
Certo c'era il medico dell'ambulatorio interno alla Questura, quello che attendeva entro fine mese la cartella completa delle sue analisi: era un mero compilatore di ricette, uno a cui si rivolgeva per farsi passare le prescrizioni per antibiotici o antinfiammatori, che si limitava a emettere certificati medici per infortuni professionali.
Un burocrate di cui non aveva stima.
Improvvisamente si ricord di un altro dottore, che avrebbe dovuto incontrare l'indomani.
Uno di cui invece aveva stima. Anche se non gli risultava che avesse mai fatto guarire nessun suo paziente.
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2.
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Koh Tao, l'isola tartaruga, un atollo nel golfo del Siam di appena ventidue chilometri quadrati e meno di millecinquecento abitanti.
I tour operator ne reclamizzavano lo splendore millantando che fosse una delle location utilizzate per il colossal The beach, quello con Leonardo Di Caprio.
Non che gliene fregasse molto, a ogni modo non era vero. Lo aveva scoperto dal suo Virgilio durante quella faticosa discesa in quell'illusorio paradiso, che ben nascondeva l'inferno celato nelle sue viscere.
Eppure, anche lui era rimasto incantato da quel panorama da catalogo da agenzia di viaggi: spiagge bianche, acque cristalline, fondali bassi, la barriera corallina.
E intorno foreste con vegetazione selvaggia, popolata da mostri autentici.
Come quelli che aveva incontrato Isabella.
Ma perch era andata fin l ?
Perch si era allontanata cos tanto da Bangkok ?
In Italia, a casa, sarebbe stato tutto pi semplice. Forse persino tutto pi chiaro.
La verit sarebbe stata alla sua portata.
Non laggi, dove l'unica giustizia era quella del pi potente, dove la corruzione prevaleva sulla legalit, dove l'omert era la regola.
No, non avrebbe mai saputo come fossero andate le cose.
Realizz che il fallimento della sua missione era l'unica certezza che aveva da quando aveva messo piede su quell'isola, ribattezzata l'Isola della Morte.
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Milano, 12 febbraio 2019.
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La mattina era iniziata prestissimo in piazza San Sepolcro dove, da dodici anni, c'erano il commissariato di zona, competente per l'area privilegiata del centro storico, e anche la sede del temporaneo distaccamento della sezione Omicidi e Reati contro la persona della Questura di Milano, la sezione diretta dal vicequestore Bruno Ardig che diligentemente, tra uno sbadiglio e un'imprecazione, aveva terminato di passare in rassegna tutti i casi di omicidio avvenuti nel territorio regionale in cui avevano registrato la presenza di simboli esoterici.
Niente. Da almeno due anni in Lombardia non c'erano tracce di riti satanici e di delitti connessi agli ambienti esoterici.
L'esperienza professionale gli ricordava che non c'era alcun reale collegamento tra quel cadavere smembrato e il cero nero acceso sotto la furia distruttiva di San Michele Arcangelo.
Solo l'immagine di un demonio tratteggiato con le sembianze di un rettile e poi quella scritta senza significato.
A devil provvls in the city of angels.
Inseguiva il diavolo nelle sue variegate e mutevoli forme umane da troppi anni per non averne rispetto e timore, ma la razionalit che deve contraddistinguere un investigatore lo obbligava a ripetere che era troppo poco.
E anche se ci fosse stato quel collegamento, poteva comunque trattarsi di un depistaggio, un normale omicidio in ambienti criminali mascherato da omicidio rituale, con la teatrale messa in scena degli alligatori e del cero nero.
Eppure, era il primo a non crederci: un malavitoso avrebbe potuto sbarazzarsi di quel corpo in un cementificio, o bruciandolo tra i rifiuti in una delle tante discariche abusive che proliferavano a Milano.
Anche la segnalazione su quel Cusumano, che aveva saltato l'obbligo di firma, non decollava: non era a casa propria, in via Arbe, e i vicini non sapevano nulla di lui. Per quello poteva essere sparito per mille motivi, magari era in qualche bordello a recuperare gli arretrati.
Lo attendeva una giornata in salita, da iniziare con l'esame settorio di quel morto senza nome che si trovava sul groppone.
E intanto sperava in qualche novit sugli esami di laboratorio in corso sul cero e sul Patek Philippe abbandonati sul granito freddo della cappella della chiesa di Santa Maria degli Angeli.
Il pubblico ministero della Procura di Como, competente territorialmente per l'Isola dei Cipressi, aveva disposto l'autopsia sui resti umani recuperati dalla vasca degli alligatori.
Brandelli di carne e ossa, buoni solo per esami archeologici.
Gli organi vitali erano spappolati. Gli intestini erano finiti all'interno degli apparati digerenti degli alligatori, insieme alle propaggini degli arti.
Il volto inespressivo del dottor Ruggero Salerno, responsabile del gabinetto di Medicina legale forense dell'istituto di via Celoria, non anticipava nulla. Come sempre.
Il coroner aveva impiegato pi del previsto a sezionare il troncone maciullato del malcapitato ignoto, arrivando a una conclusione spiazzante.
Le macchie ipostatiche sulla schiena, con una concentrazione rilevanti nell'area lombo-sacrale confermano che il cadavere  stato tenuto in posizione orizzontale...
Dunque, era gi morto?
Senza alcun dubbio. Da diverse ore. Deceduto per asfissia meccanica.
Pertanto le bestiacce hanno pasteggiato con un cadavere?
Assolutamente s.
Possibile et della vittima?
Dai tessuti epidermici e dallo stato dei tessuti interni ritengo avesse superato i sessantacinque anni, anzi, alzerei la soglia di qualche anno avvicinandola ai settanta. Dai valori del sangue evidenzio inoltre che il soggetto soffriva di patologie epatiche, renali e surrenali.
Statura?
Media, ritengo inferiore al metro e settantacinque.
Collocazione temporale del decesso?
Intorno alla settimana. Comprender che le condizioni esterne cui  stato sottoposto il corpo non consentono una diagnosi precisa del momento. Il livor mortis...
Ardig come sempre in questi casi, alz una mano per interromperlo: Sa bene che da zero a mille me ne frega meno di zero del livor come del rigor mortis. Mi fido della sua valutazione.
Come vuole tagli corto l'anatomopatologo prima di snocciolargli i soliti dettagli secondari.
Emergeva il ritratto di un soggetto maschile, di et avanzata, in condizioni di salute non ottimali.
Salerno si blocc solo alla fine della disamina, in attesa di eventuali domande, proponendo il solito caff della staffa gi al bar interno all'istituto.
Salerno era un professionista scrupoloso e un uomo freddo caratterialmente. Gelido come gli ambienti che ospitavano i cadaveri dei morti ammazzati, impermeabile a qualunque tipo di emozione.
Esattamente come Ardig.
La tazzina fumante e la bustina di zucchero gli ricordarono di quelle analisi del sangue da sottoporre a un medico. Uno bravo.
Recuper il mini iPad dalla tasca e smanett rapidamente sul display dove aveva salvato il file pdf del referto.
Gi che siamo qui, le spiacerebbe dargli un'occhiata?
La richiesta strapp un insolito sorriso al dottor Salerno.
E proprio a me lo chiede? Io mica curo le persone per farle vivere di pi. Io studio perch sono morte prima del previsto.
Lapidario.
Da quel che mi risulta non ricordo che nessun suo paziente abbia mai criticato il suo operato.
Salerno sorrise di nuovo.
Se potessero ancora parlare chiss quante me ne direbbero... dia qui.
Inforc gli occhiali e con un'espressione professionale esamin i valori, annuendo. Fino al colesterolo.
Male, male... direi che andiamo decisamente male. Il cattivo  a 276 e guardi come  calato quello buono.
Ardig scroll le spalle.
Non la facciamo lunga. Andr in farmacia a farmi dare delle pasticche.
L'altro scosse la testa.
Alla sua et vuole gi riempirsi di medicine?
Ci sono alternative?
Salerno lo squadr, con uno sguardo diverso da quello che riservava ai trapassati che scannava con i suoi ferri. Forse per la prima volta in quello sguardo oscuro intravide un barlume di luce umana.
Svolge attivit fisica regolare, giusto?
Il cacciatore di assassini annu.
E allora iniziamo con un integratore, a base di riso rosso e Omega3, assuma due pasticche al giorno, mattino e tardo pomeriggio, per ridurre il cattivo...
Tutto qui?
No, non ho finito. Naturalmente urge un drastico cambio di regime alimentare.
Ma se non sa neppure cosa mangio!
Commissario, le voci girano e arrivano anche qui, anche se i miei pazienti non spettegolano... Mi vuole ascoltare o vuol fare come quelli che seziono che non si lamentano mai e poi se ne vanno al campo santo senza protestare?
Stavolta a sorridere fu Ardig.
La ascolto.
Via la carne rossa, via tagliate, costate, filetti...
Partiamo bene.
Siamo solo all'inizio.
Ecco...
Via fritti, salse, condimenti. E ovviamente via le uova.
E gli hamburger?
Sta scherzando vero? Lei e il signor Mc Donald's dovete perdervi di vista. Adios, bye bye, auf wiedersehen. Chiaro?
Uhm...
Ardig - lo chiam per nome come non faceva mai - per me lei  libero di fare quel che vuole della sua pelle. E la anticipo, perch lo so gi cosa mi sta per dire... che tanto ci sono schiere di delinquenti l fuori che vogliono accorciarle la vita. E le dir, tutto sommato sarei anche onorato di essere io a sezionarla, quando capiter....
Non se dovesse capitare, ma quando capiter.
Manco il beneficio del dubbio.
Appunto.
Per io la sto mettendo in guardia da un pericolo che sicuramente lei temer maggiormente della lapide al cimitero. Un nemico che la accompagna, invisibile, giorno dopo giorno, passo dopo passo.
Un brivido lo aggred all'improvviso.
Il cuore?
Esattamente. Avanti cos otturer le arterie, rischiando un arresto cardiaco, e a quel punto altro che stare in prima linea a braccare gli assassini, altro che fare sport. Finirebbe invalido a fare il baby pensionato, oppure bene che le andrebbe, finirebbe dietro una scrivania a compilare verbali. Lei sta scherzando con il fuoco. Badi bene.
Il poliziotto non si scompose, pur contraendo il volto in una smorfia contrariata.
Dunque verdure bollite e sogliole a vita?
Sarebbe l'ideale.
Pu andare al diavolo.
Ci andr prima lei di me, vedr.
Il cellulare del capo della Omicidi inizi a vibrare, ponendo fine a quella schermaglia tra adulti che parevano ragazzini.
Sul display il numero di De Piccoli, per la serie piove sul bagnato.
Per un istante si illuse che il medico legale, per mettergli addosso pi pressione, avesse gi informato il responsabile della Scientifica via WhatsApp, dei suoi valori sballati.
Ardig rispose con tono scanzonato.
Eccolo qui l'altro grillo parlante. Vedo che le voci sul mio colesterolo...
Non fece in tempo a completare la frase.
De Piccoli lo interruppe. Non era in vena di scherzi e il tono era quello professionale.
Abbiamo rilevato le impronte sul Patek: quelle pi nitide e marcate appartengono a un noto pregiudicato.
E chi sarebbe?
Tieniti forte.
Sentiamo.
Roberto Spreafico. E le sue iniziali coincidono con quelle incise sul retro della cassa.
Ardig, prima di concentrarsi sul presunto proprietario del Patek, si era soffermato su alcuni dettagli che non tornavano.
Il cero era pulito, nessuna impronta di terzi, solo quelle di padre Szymon e di un frate francescano che aveva incautamente maneggiato il lumino. A entrambi avevano rilevato i polpastrelli, proprio per poter escludere le impronte da quelle di terzi, che infatti non c'erano.
Anche la cartelletta in cellophane era priva di impronte, ad eccezione di quelle di padre Szymon.
Ancora una volta si domand se il sacerdote fosse coinvolto. Se fosse lui il diavolo menzionato nella scritta in rosso.
Sull'orologio invece, oltre a quelle del sacerdote polacco, c'erano le impronte del pregiudicato.
De Piccoli sintetizz i suoi ragionamenti.
Hanno pulito il cero e la cartelletta, ma si sono dimenticati dell'orologio. Hanno commesso uno sbaglio. Tutti ne commettiamo.
Ardig scosse la testa. Non credeva a un errore.
No, non  andata cos. Volevano che lo trovassimo. Altrimenti tutta questa messa in scena sarebbe andata troppo per le lunghe.
Beh, per l'assassino sarebbe un vantaggio, no?
Il capo della Omicidi annu, mentendo, solo per non contraddirlo.
De Piccoli aveva trascorso un'intera carriera trentennale in uno scantinato adibito a laboratorio, tra microscopi, terminali, aggeggi elettronici e telematici.
Era un tecnico, non uno sbirro, non era mai stato in prima linea.
E i Caini non li aveva mai incontrati, non aveva mai incrociato il loro sguardo oscuro.
Non li conosceva, non poteva capire.
Chi aveva scelto di rivendicare un omicidio dai contorni cos feroci voleva esporsi, sfidarli, giocare con la loro intelligenza.
Intanto De Piccoli continuava a tirare conclusioni affrettate.
Secondo il coroner coincidono statura ed et. Mettici le impronte sull'orologio e le iniziali incise sulla cassa...
Indizi, mancava la conferma.
Vado a casa sua. Vediamo chi ha ragione.
Non fece in tempo a uscire dal laboratorio che l'eco della voce di Salerno lo raggiunse.
E stasera mi raccomando fai il bravo eh? Tonno al naturale e contorno di carotine bollite...
Il dito medio estratto mentre infilava la porta fu la risposta.
Strada facendo ne aveva approfittato per fare conoscenza con la presunta vittima, la Mobile aveva gi inviato via mail una scheda sintetica.
Roberto Spreafico aveva sessantanove anni e alle spalle una storia a met tra la cronaca nera e la leggenda.
Era stato tante cose in un passato ormai datato.
Molti lo ricordavano come il Re del Niguarda.
Altri, soprattutto i giornalisti sempre in cerca di personaggi da regalare in pasto all'opinione pubblica affamata di buoni o cattivi su cui pontificare, lo avevano ribattezzato l'erede di Vallanzasca.
Non era vero. Tra i due non correva buon sangue. E anzi il sangue lo avevano fatto scorrere in diversi conflitti a fuoco nelle strade tra la Comasina e la Bovisa. Batterie rivali nello stesso difficile territorio periferico.
In realt Spreafico aveva seguito un percorso diverso dal bel Ren, quella di rapinatore era stata solo un'attivit giovanile, prima di evolversi in gangster in guanti bianchi, con sfumature da mafioso, con l'avvento della Milano da bere e la fine delle guerre metropolitane degli anni di Piombo.
Ricettatore, biscazziere, usuraio, spacciatore.
In una parola: un boss. Altro che re.
L non c'erano sangue blu o alto lignaggio.
Si era preso scettro e trono con la forza, la paura, l'omert, la violenza.
Dalla Bovisa al Niguarda fino a salire verso Affori e la Comasina, un regno da duecento mila abitanti o gi di l.
Negli anni giovanili era stato uno dei luogotenenti di Angelo Epaminonda, il catanese che nella prima met degli anni Ottanta aveva fatto il bello e il cattivo tempo nella metropoli, il nuovo capo di Milano voluto dalla mafia siciliana dopo la detronizzazione del predecessore Francis Turatello, fatto a pezzi in un carcere sardo di massima sicurezza.
Anche Epaminonda era durato poco. Era caduto nella polvere dopo qualche anno: era stato arrestato e in un baleno si era pentito tradendo tutti i suoi uomini. Incluso Spreafico.
Dentro e fuori da San Vittore a ciclo continuo, protagonista di mille processi conclusi in un niente, salvo qualche condanna marginale.
Un criminale che aveva solcato i mari tumultuosi degli anni Ottanta e Novanta, tra soldi e affari sporchi, prima che la sua stella malavitosa si eclissasse con l'arrivo delle nuove criminalit. La 'ndrangheta si era presa la zona Nord di Milano, militarizzandola, e poi i vari clan albanesi si erano polverizzati il resto lasciando al boss, ormai al crepuscolo, le briciole del piccolo contrabbando e alcune attivit commerciali alla luce del sole, trasformandolo in un normale imprenditore, che guardava nello specchietto retrovisore i guai con la giustizia e i nostalgici tempi d'oro da gangster metropolitano.
Ardig rifletteva su quel personaggio che sembrava uscito dai vecchi noir di Scerbanenco, mentre la Giulietta di servizio imboccava via Murat.
Viaggio a vuoto.
Roberto Spreafico alloggiava in uno stabile di pregio, affacciato sullo slargo di piazza Caserta e sul giardino pubblico dedicato a Wanda Osiris, un polmone verde grande quanto un campo di calcio, stretto tra le strade e i condomini.
In quella zona a sud di Niguarda, adiacente a viale Zara, si era presentato da solo, senza un mandato.
Il portiere lo aveva rimbalzato con sufficienza.
Il signor Spreafico non  in casa.
Sa dove posso trovarlo?
No.
Lo ha incontrato negli ultimi giorni?
No.
Fine delle trasmissioni.
Santoni e i suoi uomini stavano annusando l'aria della periferia nord.
Erano appena stati in un bar di piazza Dergano da cui prende origine quel quartiere schiacciato tra la Bovisa e Niguarda.
Quartieri dove la vecchia Milano di una volta si ostina a restare tale, anche nel millennio 2.0, frenando l'avanzata edilizia del cemento e del metallo proiettati verso l'alto. Strade dove ancora sopravvivono i vecchi negozi di vicinato, il panettiere, l'ortolano, il macellaio, dove i bar vendono ancora il latte e gli anziani hanno i loro tavolini per giocare a carte senza il timore di venire sfrattati all'ora dell'apericena, che l non arriva mai...
La vecchia Milano operaia e operosa, infiltrata dalle nuove culture immigrate dall'Africa insieme alle donne e agli uomini che si erano trapiantati l, in mezzo ai milanesi e ai terroni diventati un tutt'uno con le nuove generazioni.
Milano cambiava troppo in fretta perch la sua gente riuscisse ad accorgersene, a percepire il cambiamento in corso. Quando lo comprendeva, lo realizzava, era gi tempo di cambiare di nuovo.
Milano  cos, un tapis roulant sempre acceso, Natale e Ferragosto inclusi.
Eppure, in quella zona sembrava non cambiasse nulla, senza scomodare le massime del Gattopardo . Semplicemente l non cambiava nulla e basta. Anche se il padrone del vapore era cambiato.
Roberto Spreafico da quelle parti aveva fatto il bello e il cattivo tempo per quasi tre decenni, spaccio, usura, racket, prostituzione.
Poi, si era chetato, come un vecchio giocatore spompato che finisce prima in panchina e poi in tribuna, dimenticato da tutti quelli che prima lo acclamavano o lo criticavano.
L'oblio.
Anche per un malavitoso giunto a sessantanove anni alla soglia della pensione.
Un malinconico viale del tramonto che Spreafico percorreva spendendo le sue giornate nei bar dove un tempo era stato il ras. Si dilettava ancora con la stecca da biliardo, giocava a carte, si faceva un bicchiere.
Il tran tran di un uomo invecchiato che da anni pagava dazio ai malanni del tempo, al fisico che invecchia, e che si teneva lontano dai guai, quelli grossi almeno, limitandosi a piccole attivit illecite di quartiere.
C'erano volute ore, sprecate in telefonate, mail, autorizzazioni.
Alla fine del pomeriggio Ardig aveva ottenuto dalla procura di Como il mandato per inoltrare la richiesta alle compagnie telefoniche per acquisire i tabulati telefonici delle utenze intestate a Spreafico Roberto, con annesse generalit.
Soltanto quando fuori era gi calato il buio erano arrivati i file con i movimenti e i tracciati cellulari con una risposta che andava nella direzione prevista e forse auspicata: la SIM risultava disattivata dalla sera del 6 febbraio.
Roberto Spreafico era irrintracciabile da una settimana.
Stavolta si erano presentati con tutti i crismi dell'ufficialit dopo il via libera del pubblico ministero alla richiesta di farsi rilasciare un mandato di comparizione.
Intorno alle nove due Giulietta avevano inchiodato davanti al portone con il lampeggiante acceso.
Erano in sette. Quattro agenti, due ispettori e il dirigente: il vicequestore Bruno Ardig in completo nero e cappotto.
Il portiere stavolta li aveva accolti con educazione e spirito collaborativo estraendo immediatamente il mazzo di chiavi di riserva che conservava in guardiola e avvisandoli che avrebbero trovato il nido vuoto.
Guardate che il signor Spreafico  da giorni che manca.
L'ex re del Niguarda stava all'ultimo piano.
Viveva da solo, separato due volte, figli adulti con famiglie loro.
Non erano l per torchiare il portiere per cui si fecero accompagnare nell'attico.
Tutto lindo e profumato.
 mia moglie che gli fa le pulizie, ma vi ho detto che manca da giorni.
Da quanto?
Da almeno una settimana.
Il quadrilocale era in perfetto ordine.
Non stavano cercando nulla, non era una perquisizione, non ancora.
Si limitarono a prelevare oggetti personali del padrone di casa. Pettine, spazzolino, rasoio, asciugamano e federa del cuscino che avrebbero recapitato ai laboratori della sezione Scientifica per l'estrazione del DNA di Spreafico e il raffronto con quello del cadavere sbranato dell'Isola dei Cipressi.
Gi che c'era Ardig ne approfitt per guardarsi intorno.
Un ambiente elegante.
Quadri di paesaggisti a olio, stampe e acqueforti di pregio.
Pareva l'abitazione di un antiquario o di un collezionista di oggetti di valore.
Poche le foto del padrone di casa. Ritratto al matrimonio dei figli e al battesimo dei nipoti.
Senza i suoi precedenti avrebbero davvero potuto scambiarlo per un imprenditore, una persona perbene, uno normale. Non un avanzo di galera, che per decenni aveva vissuto con la pistola sul comodino e uno stuolo di avvocati penalisti a libro paga, pronti a farlo uscire di prigione dopo ogni arresto.
Nel bagno un armadietto con vetrina zeppo di medicinali.
Nello scomparto adiacente cartellette con analisi e referti.
Reparto di Nefrologia era l'intestazione su alcune cartelle.
Spreafico era in cura all'Ospedale Niguarda Ca' Granda.
Sfogli rapidamente le cartelle.
Disfunzioni epatiche e renali.
Il dottor Salerno ci aveva visto giusto, altro che sezionare solo i morti.
Sorrise amaramente. Si era affidato al medico giusto e forse avrebbe dovuto seguire i suoi consigli.
Ma non quella sera.
L'hamburgeria sotto casa sfornava panozzi imbottiti fino a mezzanotte.
Il suo colesterolo poteva andarsene a quel paese.
...
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3.
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L'ambulatorio era in uno scantinato, situato nel cortile posteriore del piccolo presidio sanitario locale.
Una sorta di ospedale, solo per turisti perch i locali non si curavano con la medicina occidentale.
Un presidio mal equipaggiato, dentro e fuori.
Piastrelle logore, tavoli di metallo, ventilatori che parevano rotori di elicotteri.
Le celle frigorifere funzionavano al minimo.
I corpi stavano andando in decomposizione rallentata.
Un odore pestilenziale li accolse.
Rabbrivid rivolgendo la mente a Isabella.
Ignaro dell'orrore che avrebbe fronteggiato.
Saranon, il collega di Bangkok cui si era appoggiato a suon di bath, il suo Virgilio, con cui conversava in un inglese scolastico e con la lingua universale dei gesti, e Thitipan, l'autista e accompagnatore che balbettava qualche parola di italiano appresa in anni di lavoro nei villaggi turistici delle varie localit della costa, gli passarono un barattolo con un unguento profumato da spargere sotto le narici.
Lo guarnivano con piante selvatiche aromatiche.
Una barriera naturale contro quel tanfo rivoltante.
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Milano, 13 febbraio 2019.
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La chiesa di San Gottardo in Corte non  una meta turistica.  fuori dai circuiti tradizionali, pur essendo a due passi da piazza del Duomo.
Vicina, eppure sapientemente nascosta, come un bimbo che si infila dietro uno stipite. Riparata nel cono dell'ombra proiettata dalle guglie, lontana dagli occhi di curiosi e passanti.
In pochi la conoscono, persino i milanesi ignorano la bellezza e il fascino di questo luogo di culto mimetizzato tra i vecchi vicoli del centro, dove non abita nessuno, dove non c' una comunit di fedeli perch, nelle vie limitrofe, gli appartamenti sono tutti occupati da sedi di fondazioni, studi professionali oppure da residenze per i religiosi che gravitano intorno al vicino Arcivescovato.
Eppure, ogni mattina alle otto e ogni pomeriggio alle diciotto un sacerdote celebra la sacra Messa e officia il rito della confessione, nel caso remoto in cui qualche raro fedele decida di aprire il suo cuore al Signore.
Quella mattina nella piccola chiesetta don Giuseppe stava pregando, genuflesso sull'inginocchiatoio rivolto verso la Vergine con il figlio di Dio in braccio.
A settantaquattro anni il Signore lo manteneva ancora discretamente in salute, tranne nelle articolazioni cigolanti.
La schiena era il suo supplizio terreno.
Alzarsi e sedersi il suo tormento, nonostante le pasticche antinfiammatorie a base di cortisone che ingeriva ogni giorno.
Per quello decise di non sovraccaricarsi di un ulteriore male inutile quando vide la porta aprirsi e un uomo camminare a passo svelto verso la nicchia dall'altro lato della navata. Rimase concentrato nella preghiera, assorto in una trance mistica, fino a quando avvert i passi pesanti e la porta che nuovamente si apriva e si richiudeva.
Quel visitatore era passato come un soffio di vento, portando il freddo all'interno della casa del Signore.
Don Giuseppe si fece un segno della croce, poi infliggendosi un po' di sano dolore articolare si rialz, avviandosi dall'altra parte della navata.
La luce del cero brillava nella penombra della nicchia.
La cera nera si stagliava contro il chiarore del granito su cui rimbalzava.
Era appoggiata su una cartelletta di cellophane trasparente, all'interno una pagina di un quotidiano.
Si avvicin, accorgendosi solo in quell'istante che intorno al cero era stata attorcigliata una catenina con un pendaglio, un mostro zooforme, con un corpo da serpente e una testa da mostro.
Rimase sorpreso.
Poteva trattarsi di un'offerta votiva, ma qualcosa non lo convinceva. Soprattutto non comprendeva perch il cero fosse stato rivolto verso un affresco al limite del blasfemo che restava l, su quella parete, solo per mere ragioni artistiche.
Lo avevano ribattezzato il giudizio universale pagano.
Un affresco simil michelangiolesco in cui manipoli di peccatori, radunati sotto una volta celeste illuminata da stelle, si inginocchiavano di fronte a una dea di fattezze femminili, con gli occhi bendati di nero. Una dea che imbracciava una bilancia della giustizia per soppesare le loro colpe e una spada per punirle.
Sollev la cartelletta.
La pagina di giornale apriva con un articolo su un omicidio efferato.
Don Giuseppe si fece un segno della croce e scosse la testa.
Quella mattina era atteso in Arcivescovato per una riunione sull'organizzazione delle funzioni liturgiche per l'Avvento.
Ne avrebbe approfittato per un bicchierino di liquore alle erbe con un vecchio amico, cui avrebbe raccontato questa storia inquietante, consegnandogli anche la catenina con il drago.
Tutto secondo copione: il DNA dello sventurato dell'Isola dei Cipressi coincideva con quello di Roberto Spreafico.
L'indagine poteva partire con i metodi classici.
A coordinarsi con la sezione Omicidi sarebbe stata l'Anti Crimine, specializzata in criminalit organizzata, anche se Spreafico era ormai il passato, un passato che si fatica a ricordare e sarebbe meglio dimenticare. Nell'odierna geografia criminale milanese era importante quanto l'Andorra nello scacchiere militare internazionale. Gli restava solo un nome che, forse, a qualcuno incuteva ancora timore e soggezione, e una manciata di avanzi di galera con problemi di prostata e di dentiera che si fingevano ancora dei malavitosi.
Si limitava a vivacchiare con quel minimo di contrabbando in qualche deposito periferico ma, alla fine, era uno che non contava un cazzo e non faceva paura a nessuno.
Eppure, era stato fatto fuori con un'esecuzione esemplare.
In tarda mattina Ardig si spost in Questura per riferire.
Dal corridoio intravedeva la porta socchiusa del gabinetto del prefetto, dentro c'erano tutti, procuratore capo e questore, oltre a Lombardo.
Ah Ardig, venga, non sia timido, abbiamo appena finito di decantare le sue lodi. Complimenti per la rapidit con cui...
Blocc il questore prima di farlo terminare.
Non ho nessun merito. C'erano le impronte digitali della vittima sul Patek,  bastato compararle con quelle dei pregiudicati e...
Il prefetto annuiva, compiaciuto.
Dal volto tirato di Lombardo invece emergeva il suo sincero stupore.
Avrebbe svolto approfondite verifiche, ma era sicuro che non ci fossero mai stati contatti tra il senatore Sovrani e il vecchio gangster, nemmeno in relazione alle attivit edilizie del gruppo Sovrani.
Allora perch gettarne il corpo proprio nel suo rettilario?
Ardig espose la sua teoria.
Al momento, per gli elementi che ho raccolto finora, si profila un omicidio rituale, in cui l'assassino ha tolto la vita alla vittima soffocandola, inducendola alla morte per asfissia. Prima di oltraggiarne il cadavere come sappiamo.
Un assassino rituale dopo un solo omicidio? domand, perplesso, il questore.
Ritengo un gruppo di assassini, una banda. E temo che a questo delitto ne potrebbero seguire altri.
Possiamo dunque ritenere che il rettilario sia stato utilizzato al posto del tradizionale cementificio per occultare il cadavere del vecchio malavitoso concluse, sollevato, il prefetto. Sollevato perch la figura del senatore non sarebbe stata scalfita da ombre o macchie su quel delitto.
Ardig annu togliendo loro un macigno dal cuore, ma il peggio, lo intuiva, doveva ancora venire, ma almeno l'immagine del senatore Sovrani sarebbe stata tutelata...
Usc proprio mentre l'interno del prefetto squillava.
Il segretario lo raggiunse quando era gi sulle scale, comunicandogli che era atteso in un altro austero palazzo istituzionale.
La passeggiata era stata veloce.
Ardig era risalito da corso Monforte, era sceso in corso Europa tagliando poi piazza Fontana. In pochi minuti era arrivato in Arcivescovato, dove lo attendeva una vecchia conoscenza.
Vecchia nel senso anagrafico, non per la datazione dei loro rapporti.
Padre Harald Ramoser era prossimo ai novanta, eppure per lui non esisteva la nuova quota cento. Nessuna pensione, nessun meritato riposo in qualche convento abbracciato dai monti.
La Chiesa gli aveva affidato un grave compito istituzionale, un incarico delicato, quello di dirigere l'ufficio milanese della Congregazione del Santo Offizio.
L'esercito invisibile del bene, della fede cristiana, impegnato nell'atavica lotta contro il male, rappresentato dalla blasfemia, dall'eresia, dalla menzogna, da tutti coloro che mettevano in dubbio e a rischio il dogma del cattolicesimo.
Padre Harald era stato un inquisitore, un investigatore al servizio della Chiesa, tuttavia negli ultimi decenni aveva dovuto sempre pi spesso frugare nei panni sporchi della Chiesa, delle sue diramazioni, per scovare religiosi che insozzavano la tonaca che indossavano con i peggiori peccati, pedofili in primis.
Indossava il tradizionale completo nero. Al collo l'obbligatorio medaglione identificativo della sua congregazione, un ciondolo con l'effige di San Michele Arcangelo mentre trafiggeva il demonio con fattezze da basilisco.
Era invecchiato fisicamente, eppure l'acume e il fiuto per il male erano rimasti quelli di una volta.
Con il commissario Ardig si erano incrociati un anno prima nell'ambito di un'indagine difficile, su un assassino ossessionato dal peccato, dalla sindrome di Giuda Iscariota, dal messaggio distorto inviato dalla lettura del Vangelo apocrifo di Giuda. Un fanatico che insanguinava le notti milanesi in una catena di delitti a sfondo religioso.
Un caso spinoso.
Adesso erano di nuovo uno di fronte all'altro.
Ardig era sorpreso di quella convocazione.
Padre Harald si divert a tenerlo qualche istante sui carboni ardenti, tirandola per le lunghe con i convenevoli, compreso il rituale del suo amaro fatto con le erbe altoatesine, un siluro alcoolico che precipitava lungo l'esofago, incendiandolo.
Ne tracannarono un solo bicchierino, poi il vecchio officiale decise di scodellare la sorpresa annunciata al telefono.
Appoggi sulla scrivania di legno pesante due sacchetti di cellophane.
Nel primo c'erano i resti di un cero nero consumato solo nella parte superiore. Nell'altro una catenina dorata con un pendaglio a forma di drago.
Padre Harald sogghign vedendo l'espressione stupita del capo della Omicidi.
Lieto di non averla incomodata per nulla.
Il poliziotto osserv la catenina, annuendo.
Avevamo gi rinvenuto un cero nero nella chiesa all'angolo di via della Moscova, insieme a un orologio...
La chiesa di Sant'Angelo, lo sappiamo. Padre Szymon  stato qui, naturalmente.
Il religioso indic il cero nero: Questo  stato abbandonato nella chiesa di San Gottardo in Corte, proprio qui alle nostre spalle, nella nicchia dedicata al giudizio universale pagano.
Che giudizio?
Padre Harald era gi pronto a rispondere a questa domanda e per facilitare l'interlocutore gli allung un foglio, stampato a colori, di un affresco a parete.
Sotto un cielo stellato un gruppo di anime dolenti supplicava una dea bendata, che brandiva una spada e una bilancia della giustizia verso quei malcapitati.
Ardig rabbrivid.
 la Nemesi. La stessa dea presente in un affresco secondario nella chiesa dell'Angelo.
Quel cero abbandonato in San Gottardo in Corte annunciava una nuova vittima, forse gi caduta, anche se ancora non ne avevano notizie. Sbianc, contraendo il volto in una smorfia di stupore.
Padre Harald percep la sua variazione di umore.
Era arrivato il momento di allungargli l'ultima sorpresa, la cartelletta in cellophane.
Il cero poggiava su questa.
Ardig la arraff avidamente, dentro c'era un articolo di un giornale. Anzi, una fotocopia di un estratto di un articolo.
Erano state omesse date, riferimenti alla testata e la firma del giornalista. In una parola era stato ritagliato, un espediente per rallentarli.
Lo avvicin per leggerlo.
Omicidio di Lodi. L'ombra del serial killer.
Tre colonne a fondo pagina.
Gli inquirenti finora non hanno fatto passi avanti significativi nell'indagine sul delitto di Prissana Sattayasai, la ventinovenne strangolata nel proprio appartamento di Lodi, nel quartiere San Feriolo. I carabinieri stanno passando al setaccio le frequentazioni della cameriera thailandese, mettendo in luce la sua ambigua doppia vita, di donna che riceveva a domicilio negli orari serali, come confermato dall'intenso traffico telefonico del suo cellulare e dalle testimonianze dei vicini. Al momento non ci sono iscritti nel registro degli indagati. Sono stati per acquisiti gli incartamenti di due delitti, avvenuti negli anni precedenti, di due ragazze thailandesi uccise in circostanze analoghe a pochi chilometri di distanza. Se questa indiscrezione trovasse conferma si profilerebbe l'inquietante ombra di un serial killer.
Rimase interdetto, con la cartelletta in mano.
L'officiale ne approfitt per versargli un altro bicchierino.
La vedo comprensibilmente preoccupato.
Il cacciatore di assassini sollev il bicchiere, facendo danzare il liquido di un colore denso, pi marrone che verde.
Ho il colesterolo a 276, questo  veleno...
Lo tracann senza pensarci.
Il veleno  quello che inala con il suo mestiere. Lo stesso mestiere che ho faticosamente trascinato sulle mie spalle per quasi novant'anni eppure, come vede, sono ancora qui, anche se ho il doppio dei suoi anni.
Padre, lei ha fede a sorreggerla.
Anche lei ha una fede, se pur diversa dalla mia. La fede nel suo lavoro, la fede nelle istituzioni che serve, la fede nella giustizia.
Ardig scosse la testa.
Lasci stare la giustizia. Se davvero fosse una fede allora sono diventato ateo.
L'officiale ridacchi, sventolando una mano: Ha notato che l'articolo non ha riferimenti di testata, di data, di firma. Nulla.  stato tutto coperto.
 una fotocopia.
Tramite Internet pu risalire all'originale e interpellare il cronista.
Ardig scosse la testa. Avrebbe allegato l'articolo, risparmiandosi la fatica. Se ha fatto questo taglia e cuci...
Voleva guadagnare tempo.
Padre, se volesse guadagnare tempo si risparmierebbe i rischi di depositarci queste comunicazioni. Che non saprei neppure come interpretare.
Come un annuncio di delitti o una rivendicazione successiva.
L'officiale gli indic la catenina.
Mi sono permesso di fare una ricerca mentre la attendevo.
Il capo della Omicidi annu.
Si tratta di un Makara, la versione indocinese del drago cinese. Un talismano diffuso nel quadrilatero tra la Cambogia, la Thailandia, il Vietnam e il Laos. Nelle terre indocinesi simboleggia vigore, fertilit, forza, interpretando in forma animale l'incarnazione dello Yang, il concetto di bene, che nella tradizione agricola asiatica si identificava anche nell'acqua e nella pioggia, determinanti per la coltivazione del riso.
Il vicequestore incass la spiegazione, prima di passarsi una mano tra i capelli corti. Conosceva la simbologia thailandese per via delle arti marziali che aveva praticato in giovent in una palestra periferica.
Si fece passare il sacchetto per tastare il ciondolo. Un'energia negativa lo pervase, suscitando nefande previsioni.
Questo talismano forse apparteneva alla ragazza thailandese ammazzata ad Assago, oppure a una di quelle di cui parla l'articolo.
Ne  sicuro?
No, sicurezze non ne ho davvero disse Ardig.
Se cos fosse significa che l'assassino le sta regalando spunti per la sua indagine. Le sta inviando dei messaggi da cogliere e da interpretare, declinandoli attraverso i complicati codici mentali di chi sta compiendo questi delitti.
Ardig riguard attentamente l'immagine dell'affresco.
Questa volta non c'era San Michele nella scena immortalata dall'artista, quindi nella chiesa di Santa Maria degli Angeli erano stati fuorviati dalla parte superiore dell'affresco di Panfilo Nuvolone, dove il bene, l'arcangelo alato, sconfiggeva il male, trafiggendo il lucertolone demoniaco.
Quella frase sul diavolo li aveva condizionati, obbligandoli a rivolgere il loro sguardo verso San Michele, ignorando la Nemesi sottostante.
L'assassino lo sapeva, ci aveva giocato, ingannandoli e portandoli dove voleva: la Nemesi, la dea della vendetta, questa volta c'era solo lei.
Il primo messaggio apriva pi ipotesi. Questa seconda rivendicazione conduce nella direzione della Nemesi. Il che significherebbe qualcuno che non crede pi nella giustizia delle leggi, dei tribunali e degli uomini. E ha deciso di ricorrere a quella della Nemesi.
Applicando, in ogni caso, un'arcaica legge di Dio sentenzi con aria solenne padre Harald.
Credevo che la Nemesi fosse una dea pagana si stup Ardig.
Lo . Infatti, l'ho definita una dea arcaica. Espressione di una legge antica, quella contenuta nelle Sacre Scritture che fondano la nostra societ occidentale. La legge di Dio, la legge antica consegnata all'uomo per compensare i torti subiti, pareggiandoli. La legge scritta nei passi del libro del Levitico , ma riportata anche nel Vangelo canonico di San Matteo.
La legge del taglione
Se uno far una lesione al suo prossimo, si far a lui come egli ha fatto all'altro: frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente, gli si far la stessa lesione che egli ha fatto all'altro decant l'officiale. Poi aggiunse: L'uomo ha sempre seguito le regole della natura, anche prima di interpretarle con la fisica. A ogni azione, per ripristinare l'equilibrio, deve corrispondere un'azione uguale e contraria. Per cui al male inferto deve corrispondere un identico male da indirizzare all'indietro, da dove  pervenuto. Ecco cosa intende la legge biblica.
Male per male. Vita per vita.
Secondo padre Harald chi uccideva stava vendicando un morto che non aveva ottenuto giustizia.
In questo caso i morti erano quattro. La ragazza thailandese di Assago e quelle precedenti.
Ma non solo, non poteva esserci solo questo.
Quella frase in inglese continuava a danzargli in testa.
The devil provvl in the city of angels.
Perch non era in italiano? Un passaggio che non riusciva a decrittare e intanto anche un altro dubbio lo aggrediva: il diavolo era il mostro che uccideva le prostitute thailandesi?
Padre Harald riprese il filo del ragionamento: Il fatto che questo assassino depositi le anticipazioni, o le rivendicazioni dei suoi crimini dentro alle nostre chiese indica che si tratta di una persona di fede. Un credente, certo, che ha smarrito la luce della fede e della speranza e che si trova circondato dal buio dell'odio.
Ardig indic la bottiglietta senza insegna.
L'inquisitore gli vers un altro dito di amaro.
Sta rincorrendo un assassino che comunica attraverso messaggi ermetici.  un narratore. Sta raccontando una storia.
La storia di un assassino che aveva trucidato una serie di ragazze thailandesi a distanza di anni e quel makara poteva essere stato sottratto alla prossima vittima.
Ardig afferr il ciondolo: Ha ucciso di nuovo. Oppure sta per uccidere. In entrambi i casi  gi troppo tardi. Non possiamo fermarlo.
Il capo della Omicidi si era fatto predisporre un'accurata ricerca dai suoi uomini. Per riempire l'attesa era andato in pausa pranzo nella piscina di piazzale Bacone per una trentina di vasche, per sfogarsi a suon di bracciate, per farsi cullare dall'acqua e dal cloro, per immunizzarsi all'orrore in cui stava per tuffarsi.
Intorno alle quindici, dopo la solita piadina imbottita al baretto di via Cardinal Federico e una tappa in un mini discount per turisti, si era accomodato alla sua scrivania per immergersi nella lettura di quelle carte che raccontavano storie di donne uccise che non aveva mai ottenuto nessuna giustizia.
Non lo sapeva, non avendo statistiche, ma nell'ultimo decennio in Lombardia erano state ammazzate oltre venti donne asiatiche.
Una dozzina erano mediorientali, pakistane o bengalesi, tutte trucidate all'interno di ambiti familiari.
Il boia era sempre dentro le mura domestiche: il marito, il fratello, il padre.
Sgozzate, lapidate, soffocate, bruciate, sacrificate nel nome delle leggi della sharia islamica che le sempre pi numerose comunit musulmane pretendevano di applicare anche in Lombardia, a danno di quelle ragazze che rifiutavano matrimoni imposti o pretendevano la libert di poter vivere all'occidentale, senza burqa in testa e senza rispettare i rigidi dettami coranici.
Accadeva. Accadeva spesso, in particolare nella provincia di Brescia dove, nell'ultimo anno, due ragazze pakistane erano state uccise perch si opponevano a matrimoni combinati.
Poi c'erano alcuni omicidi, rimasti irrisolti, avvenuti all'interno dell'omertosa comunit cinese. L'altra met asiatica sotto il cielo della Lombardia.
Delle due ragazze cinesi ricordava tutto, anche nei dettagli. Rappresentavano altre due spine perenni nel suo fianco di cacciatore di assassini.
La sezione Omicidi della Questura di Milano ci aveva sbattuto la testa per mesi, scontrandosi con un muro impenetrabile di silenzi nelle stradine tra via Paolo Sarpi, via Messina e via Canonica, nel cuore della Chinatown milanese, un quartiere extraurbano, dove la giustizia italiana non valeva per quelle vittime dagli occhi a mandorla. E dove i propri conti i cinesi se li regolavano tra di loro, senza fare rumore.
Scorrendo i fascicoli aveva poi incontrato altre due donne orientali trucidate in femminicidi gi risolti. Facce, corpi, nomi, date.
Non rimaneva pi nulla di quelle ragazze. Solo quegli incartamenti inutili.
Il nero della morte si era preso tutto di loro, anche il ricordo.
Aveva proseguito nella lettura, fino ad arrivare a loro.
Le aveva tenute apposta per ultime.
Tre donne.
Tutte thailandesi.
Tutte sulla trentina.
Chalisa, la conosceva da tredici anni, di Prissana aveva letto in quell'articolo, ne rimaneva un'altra.
Per proseguire nella lettura scelse di farsi accompagnare in quel tunnel degli orrori reali solo da una bottiglia di birra prelevata al mini market. Birra nordica, una norvegese, bionda e luppolata.
Alla fine del pomeriggio Ardig era stanco e preoccupato.
Per la terza volta stava rileggendosi gli incartamenti.
I delitti delle tre ragazze thailandesi andavano coniugati al passato remoto. Remotissimo.
Erano avvenuti con una cadenza annuale, tra il 2006 e il 2009, saltando il 2008.
A parte la nazionalit delle vittime e l'et, non c'erano collegamenti.
Le indagini si erano smembrate, per la solita assurda regola della competenza territoriale di diverse procure e di diversi apparati investigativi provinciali.
Cos, quella storia atroce, legata da unico filo rosso sangue, era passata sotto i loro occhi, senza che nessuno se ne accorgesse perch le vittime risiedevano in citt diverse e svolgevano professioni diverse e nessuno si era preso la briga di collegare quegli omicidi fotocopiati, tranne un giornalista a cui non poteva risalire.
Del primo omicidio in ordine cronologico, quello di Chalisa Sittipong, era stato attore non protagonista di un'indagine monca.
Non era lui a comandare, era solo il commissario in affianco, l'apprendista. Il capo della Omicidi allora era Masciarelli, un testone marsicano spostato dalla vecchia sezione Rapine.
Nel millenio 2.0, con le telecamere, i bonifici online, gli IBAN, i bancomat ogni dieci metri, non c'erano pi gli sportelli bancari o postali da rapinare. Basta auto con incappucciati a bordo e mitra in mano. Le rapine le facevano solo i tossici con il taglierino per spillare mille euro se facevano bingo e li prendevano dopo qualche ora.
Cos Masciarelli era passato alla Omicidi, sezione dove non ci sono inseguimenti in auto, scazzottate, sparatorie con malviventi, ma continue partite a scacchi con menti malvage.
Non era il mestiere suo, eppure l'ultima parola doveva sempre essere la sua.
Ardig non ricordava neppure perch avessero mollato il caso Sittipong, forse perch non offriva alcun appiglio a cui aggrapparsi.
Altrettanto complesso appariva anche il secondo delitto, quello di cui non sapeva nulla, neppure che fosse avvenuto.
Il 12 agosto 2007 era stato rinvenuto da un cicloamatore, in una roggia che fuoriesce dal Naviglio Pavese, il corpo senza vita della ventinovenne Jiriprapa Pakaranang. Il ritrovamento era avvenuto a margine di una pista ciclabile che correva parallela alla strada del confine occidentale della provincia di Milano, in territorio pavese. Per questo l'inchiesta era stata condotta dalla Procura di Vigevano.
Ardig osserv le date: il giorno successivo, il 13 agosto 2007, a una ventina di chilometri di distanza, a Garlasco, nella villetta della sua famiglia, era stata uccisa Chiara Poggi.
Stessa area di competenza per i due delitti: scontato che Carabinieri e magistrati avessero privilegiato il giallo della studentessa. Un delitto che aveva catalizzato morbosamente l'attenzione dell'opinione pubblica dell'intero Stivale, distogliendo risorse ed energie per l'omicidio Pakaranang che, oltretutto, non offriva appigli investigativi.
Una zona isolata senza telecamere, senza testimoni, senza riferimenti. Impensabile anche una precisa collocazione oraria dell'omicidio.
Il cadavere presentava escoriazioni e tumefazioni varie, la permanenza in acqua lo aveva gonfiato e bollito. Impossibile ricavarne tracce ematiche o salivari.
Era stata senza dubbio strangolata, utilizzando la pashmina che le cingeva il collo come cappio per toglierle il respiro.
Era mezza vestita, priva solo delle scarpe e degli slip. Forse erano rimaste nell'auto del suo assassino.
La donna era arrivata a Milano solo da tre settimane, divideva un appartamento con una cugina a Mortara e si spostava con il bus per raggiungere il capoluogo. Non aveva ancora un lavoro.
Non avevano altro. Nemmeno una traccia da cui iniziare. Non sapevamo neppure come fosse arrivata fin l. Il fatto poi che fosse stata uccisa a ridosso di Ferragosto aveva ulteriormente detonato il caso a livello mediatico, facendolo scivolare nei mesi successivi verso una scontata archiviazione.
Il poliziotto si sofferm su alcuni dettagli che non combaciavano.
Chalisa era stata strozzata a mani nude. Nel caso di Jiriprapa l'omicida aveva usato una pashmina, che la ragazza presumibilmente indossava, per soffocarla.
Un'altra differenza, rispetto al delitto Pakaranang, era che Chalisa era completamente nuda e non vi era traccia dei suoi abiti.
Nessuno aveva messo in collegamento il delitto del Naviglio Pavese con quello dell'Idroscalo, neppure la stampa.
Quindi due anni di silenzio.
Fino al 6 agosto 2009, con il terzo delitto con vittima thai: il delitto di Lodi richiamato nell'articolo allegato al cero nero.
Prissana Sattayasai viveva in un bilocale nel quartiere San Feriolo. Aveva ventinove anni, da dieci era in Italia. Faceva la cameriera in un ristorante asiatico nel piccolo capoluogo della Bassa. L'avevano trovata dei vicini di casa.
La porta aperta, il delitto datato di qualche giorno. Sul corpo della ragazza evidenti segni di violenza, non solo sessuale: prima di strozzarla a mani nude il suo assassino l'aveva sottoposta a un violento pestaggio.
Sul caso avevano indagato i Carabinieri della caserma locale scoprendo immediatamente che Prissana svolgeva a domicilio la professione pi antica del mondo. Lo sapevano tutti nel condominio e nel quartiere.
A differenza delle altre due vittime questa volta la thailandese era conosciuta e ben integrata nella realt locale. Fin troppo.
Negli incartamenti trasmessi dalla stazione di Lodi erano allegate centinaia di pagine di verbali di interrogatori di conoscenti, connazionali e uomini che la frequentavano, cui erano risaliti dai tabulati telefonici. Tra loro forse c'era anche l'assassino, rimasto ignoto per i soliti ordinari motivi: senza testimoni non c'era nulla da cui partire.
Prissana era sola a Lodi, il suo corpo era stato rispedito in patria, nessuno la piangeva o chiedeva giustizia per lei.
E infatti il caso si era insabbiato sotto la polvere della cronaca che invecchia, diventando storia e, allo scadere dei canonici trentasei mesi previsti dalla procedura penale, la Procura di Lodi aveva disposto l'archiviazione del caso. Anche in questo caso senza fare collegamenti con gli altri due delitti.
Esamin il referto dell'anatomopatologo: Prissana era stata strangolata a mani nude. Come Chalisa all'Idroscalo.
E come Piyaporn. All'anagrafe Piyaporn Srirangsan.
Aveva trentatr anni e viveva in un bilocale in un condominio anonimo ad Assago, di professione massaggiatrice. Lavorava in via Melchiorre Gioia, in uno dei tanti, troppi, centri Tuina, i centri di massaggi orientali.
A Milano c'erano centinaia di centri massaggi. Ovunque, tranne nelle vie del centro storico, dove i marchi del lusso non lasciavano un centimetro quadrato libero, contendendosi spazi e vetrine a cifre esorbitanti.
Le cose per andavano diversamente in quel limbo intermedio tra l'esclusiva area C e le periferie, intorno all'anello delle circonvallazioni, dove i negozi storici milanesi stavano chiudendo, sconfitti dalla concorrenza impari dei centri commerciali che spuntavano come funghi nell'hinterland, rendendo gli affitti pi abbordabili per attivit straniere, dai phone center ai money transfert, dai minimarket etnici alle kebabberie, fino al centro Tuina, dove le ragazze erano in prevalenza thailandesi o del Sud-Est asiatico. Gli imprenditori che gestivano quelle attivit commerciali erano in prevalenza cinesi.
Il Giardino di Giada, cos recitava l'insegna luminosa di un fucsia invitante, si presentava con due vetrine oscurate da tendaggi drappeggiati da disegni di giovani donne orientali, sorridenti e sensuali. Un tariffario elencava prezzi e servizi relativi. Si partiva da venti euro, si arrivava fino a ottanta per i bagni in vasca o le terapie con il fango bollente.
Piyaporn faceva la spola tra casa e bottega spostandosi con la linea verde della metro, su e gi mattino e sera, da Assago a Gioia.
Santoni aveva torchiato la titolare, rimbalzando su una raffica di no.
No, non aveva un fidanzato. No, non faceva la prostituta. No, non aveva paura. No, non era nervosa o preoccupata. No, non aveva problemi. No, non aveva clienti che la cercavano o la infastidivano, tratteggiando il ritratto di una santa tutta casa e bottega, senza scheletri nell'armadio.
Peccato che a spezzarle il collo non fosse stato uno scheletro, ma qualcuno grande e grosso, che da settembre aveva avuto tutto il tempo di sparire nel nulla.
Quattro omicidi, solo apparentemente isolati, irrisolti, quasi coincidenti.
Dietro intravedeva la mano di un solo mostro.
Ecco. A devil provvls in the city of angels .
Ma perch l'assassino parlava di angeli?
Chi erano gli angeli? Le ragazze thailandesi?
Le raccomandazioni del dottor Salerno potevano attendere... anche quella sera Ardig si era rifornito all'hamburgeria sotto casa. Chicken nuggets, chicken burger, patatine, maionese, due fette di cheesecake, una per il dopo cena e una per la colazione del giorno dopo, il tutto innaffiato da una bottiglia di rosso, un Cir, nero e dal gusto forte.
A seguire il solito bicchiere di rum, il Pampero aveva vinto il ballottaggio con l'Havana. Lo cullava nel bicchiere, facendo ondeggiare il liquido ambrato, mentre osservava il riposo del guerriero metropolitano.
Milano si stava zittendo. Nella citt delle mille luci calava il silenzio.
Il traffico si estingueva intorno alla mezzanotte, quando i bar chiudevano e nei ristoranti capovolgevano le sedie appoggiandole sui tavoli per fare le pulizie. Fine dei giochi, l'indomani si ricominciava da zero.
Si domandava dove fosse a quell'ora l'assassino di Spreafico. Forse passeggiava davanti a una chiesa nascondendosi con il buio, studiandosi eventuali telecamere, ingressi secondari, negozi da cui qualcuno poteva notarlo. Era uno che sapeva il fatto suo e sarebbe tornato presto a comunicare. Perch i messaggi erano incompleti, la storia andava scritta con nuovi capitoli, nuovi omicidi.
Ne era certo. Era solo questione di tempo.
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4.
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I funzionari della Polizia thailandese sembravano immuni al puzzo. Parlavano fitto tra di loro, indifferenti a quei corpi putrescenti e a tutto il resto. Compresa la morte.
Semplicemente erano irritati per quell'ennesima rottura di scatole, per quei turisti occidentali che continuavano a crepare sulla loro isola da sogno diventata l'isola degli incubi.
Morivano gli inglesi, soprattutto.
Ma anche una coppia francese, una donna belga, un tedesco.
Cadevano dagli scogli, affogavano di notte in piscina, si suicidavano appendendosi ai rami degli alberi. Oppure finivano male perch erano ubriachi.
Come quel banale incidente di quella turista italiana imprudente.
Una sconsiderata che aveva bevuto troppo, prendendo la direzione sbagliata.
Al posto di andare verso il suo bungalow aveva infilato il sentiero che si inoltrava nella boscaglia, dove era caduta, inciampata, forse svenuta, sbronza, come testimoniava una bottiglia di Mekhong, il rum che in quell'isola chiamavano whisky, anche se non lo era. L'avevano trovata vuota vicino al suo corpo. Se l'era scolata, dopo aver gi bevuto a cena con bicchieri di Siam sat', il vino di riso, altamente alcoolico.
Diversi camerieri potevano confermarlo.
Aveva cenato da sola e si era ubriacata. Se ne era andata scalza, barcollante, con i sandali in mano per non inciampare nei tacchi alti. Con un'andatura incerta si era ficcata dritta verso la boscaglia ed era sparita nel buio.
Aveva perso i sensi, poi erano arrivati i mostri a divorarla.
Non quegli degli incubi, quelli reali.
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Milano, 14 febbraio 2019.
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Un'altra brutta mattina.
Solo per lui, per tutti gli altri il cielo era terso, di un azzurro che induceva all'ottimismo esistenziale.
La temperatura piacevolmente incoraggiante, un anticipo di primavera accarezzava Milano nel giorno di San Valentino.
La festa dei presunti innamorati. Festa commerciale, persino pi del Natale. Una trovata per obbligare all'acquisto del regalino romantico, del fiore, della cenetta a lume di candela al ristorante.
Ad Ardig non fregava nulla di tutto quel cinema metropolitano.
I pensieri del cacciatore di assassini erano altri.
Un corpo dilaniato dagli alligatori, un cero nero collocato sotto un dipinto con angeli e dee che brandivano spade per esercitare la collera divina sui loro nemici.
Un omicidio rituale che sembrava indecifrabile.
Un vecchio boss da rottamare ucciso senza un perch.
Un diavolo che si aggirava nella citt degli angeli.
Quattro giovani donne thailandesi che attendevano una giustizia in colpevole ritardo e un assassino che centellinava gli indizi, tessendo una tele sanguinaria dai contorni indistinti.
Erano pensieri cupi, tetri, foschi, come quel suo perenne malumore, in linea con quel dannato mestiere cui si era volontariamente condannato.
Un ergastolo da scontare nella quotidianit di una Milano diversa da quella che vedevano gli altri, una Milano dove era sempre inverno, dove faceva sempre freddo, dove c'era sempre buio.
E d'altronde non poteva essere diversamente in una cazzo di mattina come quella, iniziata con la solita telefonata dalla sala operativa.
Dottore, c' stato un omicidio, in zona viale Corsica.
Di solito arrivava a lambire quella strada nella sua corsa mattutina in circonvallazione, calpestando l'asfalto che conosceva a memoria, infagottato nella tuta di goretex, con le Adidas Nymbhus ai piedi.
Quella mattina stava correndo in auto, in completo scuro e giaccone nero, con le immancabili Clarks, nere pure quelle.
La solita gimkana con la Giulietta lungo il rettilineo della circonvallazione, con il lampeggiante in funzione, senza accendere la sirena, per non svegliare la brava gente ancora sotto le coperte. Anche se in tanti erano gi in giro intasando i vialoni, furgoni soprattutto, quelli che di prima mattina riforniscono bar ed esercizi commerciali.
Guidando rimuginava, domandandosi se non potesse esistere un'alternativa - non a quella strada che iniziava a ingolfarsi del primo traffico mattutino - un'alternativa alla sua esistenza solitaria, sacrificata sull'altare dei Caini da stanare, braccare, catturare.
Un duro mestiere. Qualcuno doveva pur farlo.
Perch proprio lui? Perch non pensare a un posto tranquillo da questore in una tranquilla citt di provincia?
Magari un posto come Vicenza, o Ferrara.
Quelle belle citt con i portici, le piazzette, i caff storici. Con una qualit altissima della vita e una criminalit rasente allo zero. O magari al mare. Imperia, Savona, quei posti l.
Oppure un'alternativa ancora pi drastica. Passare al privato, alla sicurezza di imprese o societ. Stipendio triplicato e basta con loro, i morti assassinati e gli assassini.
Scacci il pensiero. Non poteva. Semplicemente perch erano loro, erano i Caini a trasmettergli l'adrenalina, l'unico antidoto a quella non vita che non viveva da quarantacinque anni.
Quella mattina sarebbe stato diverso.
Ardig lo sapeva dalla telefonata.
Quelli erano i casi che odiava di pi, semplici, di fatto gi risolti, quelli in cui non occorre nemmeno indagare e devi solo trattenere la rabbia, umana, che va a sovrapporsi alla corazza professionale costruita negli anni.
A indicare l'indirizzo preciso al commissario erano state le solite luci dei lampeggianti, come fossero i fasci di un faro nel buio di una notte senza stelle.
Un condominio elegante, non in viale Corsica, ma in una traversa laterale, con annessa chiesa e oratorio, via Padre Massimiliano Kolbe.
Ricordava la storia di questo martire moderno. La ricordava dai tempi delle scuole elementari: un sacerdote polacco che in campo di concentramento si era sacrificato, offrendosi volontario al posto di altri sventurati condannati alla peggior fine. Lo avevano sepolto vivo, in un tugurio, con un manipolo di altri disgraziati, per settimane senza cibo e acqua. Si era fatto condannare per alleviare la sofferenza di quei condannati senza colpa, portando loro la parola di Dio fino all'ultimo respiro.
Erano tutti morti di stenti.
Tutti tranne lui, uno scheletro nel buio tenuto in vita da una fede incrollabile.
Quando avevano riaperto quello scantinato i nazisti, sorpresi dalla sua sopravvivenza, lo avevano terminato con un'iniezione letale.
Il male alla fine aveva vinto sul bene, la morte, come sempre, aveva trionfato sulla vita, nel rispetto dell'unica vera regola che ci governa, quella della mortalit, che vale per tutti.
Come era successo anche in quella notte prima del giorno degli innamorati in quell'edificio signorile, con i balconi affacciati sul traffico e sul verde alberato di viale Corsica. Una strada ad alto tasso di circolazione, inframezzata dai binari del tram.
Lo sferragliare dei moderni nipoti dei vecchi gamb de legn gli regalava una sensazione di ordinaria tranquillit. Gente che va al lavoro, che legge i messaggini sul telefonino o che parla male dei politici, la vita normale, quella di tutti. Degli altri.
Lass invece la vita si era fermata.
Stavano salendo in un appartamento al terzo piano, dove nessuno aveva dormito in quella notte maledetta.
Una lite al massimo volume, intorno all'una. I vicini, allarmati, si svegliano all'improvviso e ascoltano le grida, gli oggetti che vanno in frantumi, poi a seguire un preoccupante silenzio. Lui esce di corsa, lasciando la porta aperta spalancando al mondo esterno l'orrore domestico.
La banale routine di ogni sera che improvvisamente si trasforma in tragedia guadagnandosi le aperture delle pagine di cronaca nera, anzi nerissima.
Nelle prime ore di San Valentino un uomo normale, uno come gli altri, un incensurato con un lavoro, uno che pagava le tasse e non aveva guai con la giustizia, improvvisamente si era tramutato in un omicida, massacrando a coltellate la compagna.
Non tanto improvvisamente avrebbe poi scoperto: a suo carico c'era gi una denuncia per aggressione, ma dopo la denuncia il niente istituzionale. Un buco nero di leggi e norme che aveva risucchiato la vita di una donna di appena trentasei anni.
L'avevano trovata nel tinello, lo stesso tinello dove troneggiavano le sue foto in cui appariva felice e sorridente.
Alle sei del mattino il vicino di casa era uscito per andare all'aeroporto di Linate, lo attendeva un volo per Zurigo che non avrebbe preso.
Quella porta spalancata, quelle grida nelle ore notturne. Non poteva non controllare.
Dopo il classico il classico tutto bene? dal pianerottolo rimasto senza risposta, il silenzio lo aveva costretto ad entrare. L'aveva trovata cos.
Il resto non contava pi. Nemmeno Zurigo.
Lei era rannicchiata in posizione fetale in una pozza di sangue davanti al piano cottura.
Gli occhi sbarrati, la bocca spalancata. Sventrata a suon di fendenti nella pancia con il coltello che usavano per tagliare la carne. Macellata come un bovino da trasformare in bistecche.
Nella foga assassina il suo lui non si era premurato di nascondere nessuna traccia del suo crimine. Aveva persino dimenticato il Barbour con dentro il portafoglio e i documenti.
Era scappato in maglione, senza carte di credito, a bordo della sua Toyota Lexus.
La caccia all'uomo era iniziata, ma Ardig non avrebbe partecipato.
A lui toccava indagare, scoprire, non inseguire il Caino di turno che tanto non sarebbe andato lontano.
La mattina di San Valentino per il cacciatore di assassini stava trascorrendo in ufficio. Anche i suoi uomini si stavano consumando gli occhi tra resoconti e verbali sull'omicidio di via Kolbe, per ricostruire una storia finita in frantumi.
La storia di due vite distrutte, al capolinea.
Lei al cimitero. Lui atteso in carcere per alcuni annetti, non troppi.
Le schede regalavano una crudele beffa in quella vicenda che non strappava nessuna risata. Lei si chiamava Letizia, Nome non omen .
Di lieto in quella vita non c'era nulla e quell'omicidio era annunciato dai primi giorni del nuovo anno.
Sei settimane prima i vicini avevano chiamato i carabinieri: lui aveva una tanica di benzina e minacciava di darle fuoco.
Non lo aveva fatto e lei aveva minimizzato. Solo una lite, parole al vento. Non avrebbe mai versato il liquido, non avrebbe mai acceso il rogo. Lo aveva perdonato. Lei.
Ora spuntavano testimoni come funghi. Condomini, parenti, tutti di colpo ammettevano che lei da mesi prendeva schiaffi e calci da quell'uomo regredito a bestia. Subiva, sopportava, negava l'evidenza con amici e conoscenti.
Letizia era una ragazza carina come tante, con un'esistenza normale, impiegata in uno studio di consulenza. Le colleghe, con il senno del poi, stavano scoperchiando un vaso di Pandora zeppo di dolori interiori, lacrime, vessazioni, paure e incubi. Da settimane era taciturna, solitaria e poi quei lividi coperti dal trucco.
Non lo aveva mai denunciato, quella era la sua unica colpa.
Anche lui aveva un nome beffardo per il destino che si era costruito.
Luciano, ma su Facebook era Lucky.
Fortunato solo all'anagrafe, non in quel cammino terreno.
Eppure, fino alla notte precedente era ancora un incensurato e, fino a qualche mese prima, garantivano i vicini, era un bravo ragazzo, educato e a modo, poi il rapporto tra i due si era incrinato. Lei voleva spalancare la gabbia e volare via, altrove. Lui non lo accettava.
Sei mia per sempre, la solita storiella dei violenti che uccidono in nome di un amore sbagliato, persino nel giorno in cui si deve celebrare la festa degli innamorati.
Luciano di professione era magazziniere in un deposito merci dall'altra parte della strada, nell'area dei magazzini del CAMM. Stavano sentendo i colleghi: lo descrivevano come un santo. Gentile, generoso, altruista, sorridente. Manco fosse padre Kolbe per davvero.
Le foto su Facebook raccontavano che Lucky era un uomo prestante, con l'hobby della palestra.
Prima di sventrarla l'aveva gonfiata di botte infatti, trattamento completo.
Quello che gli avrebbero riservato anche loro, se solo avessero potuto.
Non potevano, le leggi glielo impedivano. Le leggi che non avevano protetto lei, ora proteggevano lui.
La sua fuga non sarebbe stata lunga.
Nel millennio 2.0 non esistono pi i latitanti, quelli che si tingono i capelli, si fanno crescere i baffi e vanno in giro come se niente fosse. Nel secolo del Grande Fratello telematico delle celle telefoniche, dei bancomat, dei telepass, delle telecamere ogni metro quadrato, non puoi fuggire. Se non per qualche ora.
Magari si era rintanato in qualche cantina, in un box, in un parcheggio isolato.
Era solo una questione di tempo, un tempo breve. Senza gli appoggi di un potente clan malavitoso, circondato da connivenze e omert, con agganci e denari, non puoi sparire nel nulla. Milano non  l'Aspromonte o Secondigliano.
E quel Lucky era Luciano solo di nome, non di cognome. Lo avrebbero acciuffato in fretta, al massimo un giorno o due.
Doveva solo aspettare che il telefono squillasse.
Nel primo pomeriggio era arrivata la telefonata, attesa, scontata. Lo avevano beccato e Lucky non aveva opposto resistenza.
La sua fuga era durata una quarantina di chilometri, fino al primo autogrill della Milano-Bologna, Somaglia, in territorio lodigiano, un'area di sosta con annesso ristorante tex-mex.
Luciano D'Orazio si era ripulito le mani sporche del sangue della donna che diceva di amare nella toilette del bagno, in mezzo ai camionisti dell'Est che lo osservavano indifferenti. Poi si era presentato alla cassa con una banconota sgualcita da venti euro che teneva nel cruscotto, aveva acquistato un pacchetto di Marlboro light e aveva ordinato doppio cheeseburger, patatine e una birra. L'ultimo pasto di Caino.
Una pattuglia della Polstrada aveva notato la macchina segnalata e lo aveva individuato.
I due agenti gli avevano spianato le loro Beretta 92F in faccia, in una scena da film, mentre quello masticava tranquillo e indifferente.
Si era arreso senza dire una parola.
Tranne una richiesta: Posso fumare?.
Adesso era loro ospite, al commissariato di piazza San Sepolcro nella stanza adibita agli interrogatori, sorvegliato dall'agente Linares che fremeva dalla voglia di rifargli i connotati.
Vent'anni prima sarebbe successo e nessuno avrebbe protestato. Nemmeno il Caino.
Il maledetto G8 a Genova, la macelleria alla scuola Diaz, i soprusi alla caserma Bolzaneto e poi i vari Aldrovandi, Uva, Cucchi e via dicendo avevano cambiato le regole di quel gioco violento.
La versione adulta di guardie e ladri, di buoni e cattivi con regole tacite non codificate.
Ora non potevano pi toccarli i cattivi, solo guardarli. E odiarli.
Anche dentro, in carcere, le cose erano cambiate.
Una volta gli infami che violavano le donne o i minori venivano vessati dagli altri detenuti, dagli ergastolani, in ossequio a un rigido codice d'onore malavitoso.
Una volta, in un passato ormai remoto. Ora dietro le sbarre c'era un caleidoscopio umano di balcanici, sudamericani, asiatici, africani subsahariani e maghrebini, tutti divisi in gruppi, clan, etnie, per cui le regole erano saltate anche l, e pedofili, stupratori e uxoricidi diventavano invisibili, normali.
Ardig lo fissava dietro al vetro a specchio.
Lui lo vedeva, quello non vedeva lui.
Il suo volto era impassibile, annoiato, quasi sollevato, come se uccidendola si fosse liberato da un fardello opprimente, addirittura pareva appagato per il risultato raggiunto: se non sarai mia non sarai di nessun altro. Mai pi.
Un mai pi che valeva solo per lei, non per lui, perch la giustizia italiana era diventata come il Monopoli, quel gioco da tavolo dove fai un transito in prigione e poi ti riprendi i dadi e ricominci a muoverti lungo le caselle colorate.
Funzionava cos anche per gli omicidi: un transito in prigione e poi di nuovo fuori a riprendere a tirare i dadi sul tavolo verde della tua vita.
Lucky sarebbe stato fuori in cinque, sei anni.
Lo sapeva anche lui che, tra rito abbreviato e patteggiamento, se la sarebbe cavata con poco: una dozzina di anni teorici, poi con sconti e misure alternative la pena veniva dimezzata.
Questa era la realt e non era una realt giusta, n per le vittime n per i loro carnefici.
Il capo della Omicidi scosse la testa.
Letizia non lo aveva denunciato, non aveva chiesto aiuto allo Stato, alle istituzioni, a loro, cos non l'avevano protetta, in compenso ora proteggevano lui: non potevano toccarlo, sfiorarlo, manco una sberla.
Ancora una volta si domand che senso avesse quel suo lavoro, a cosa servisse cacciare gli assassini se poi, una volta ammanettati, dovevi trattarli con i guanti bianchi, come ospiti e non come prigionieri.
Fosse stato per lui lo avrebbe portato dritto dritto all'Isola dei Cipressi e gi con una pedata nel culo, per regalargli un bagnetto nello stagno degli alligatori.
La giusta pena del contrappasso.
E quell'altro, Spreafico, cosa diavolo poteva aver fatto di cos orribile nella sua vita sbagliata per concluderla in bocca a questi mostri, seppur da morto?
Ardig si era spostato in Tribunale a piedi, tagliando dal salotto buono.
Milano celebrava San Valentino come un assegno da incassare e da spendere subito come se non ci fosse un domani, come se quella festa fosse eterna.
Menu speciali nei locali e nei ristoranti, moltiplicazione di ragazzotti bengalesi a vendere rose agli angoli delle strade, negozi di bigiotteria e profumeria che promettevano sconti vertiginosi. La corsa all'acquisto era un obbligo in quella specie di Natale per cuori non solitari.
Lui faceva eccezione a ogni regola, anche a quella. E stavolta ne era solo felice.
La sua serata prevedeva hamburger e birra - alla faccia delle raccomandazioni del dottor Salerno - e la partita di basket in tv: l'Olimpia Milano giocava ad Atene una gara decisiva nel girone di Eurolega contro il Panathinaikos, la squadra del dio Pan, un dio pagano venerato dai greci di ieri e di oggi.
Dodici ragazzi in maglia biancorossa dentro un'arena tutta tinta del verde di quindicimila tifosi greci. Ecco, sarebbe stata quella la sua serata romantica.
La sagoma tetra del palazzo di Giustizia lo accolse, distogliendolo da quei pensieri.
Nel grande corridoio che taglia in due quel mostro di cemento e granito incroci la solita agitazione ordinaria, il solito viavai di praticanti degli studi legali e di cancellieri impegnati nei mille noiosi adempimenti che gravitano intorno a ogni causa civile o amministrativa. E poi loro, avvocati e giudici, che parlottavano tenendosi a braccetto, ridendo davanti al bancone del bar, inscenando duelli con monetine per chi doveva pagare il caff: amici fuori dall'aula, finti avversari dentro, una volta indossate le toghe.
Anche quella era la giustizia italiana.
Le cause le perdevano gli imputati, le vittime, le loro famiglie, la giustizia.
Avvocati e giudici non perdevano mai e non sbagliavano mai. La loro giustizia era sempre giusta, come le parcelle e le indennit che incassavano il 27 del mese.
Nel cortile interno, a forma quadrata, circondato dai quattro lati del palazzone, troneggiava la statua della Giustizia. Un'opera in stile fascista, realizzata nel 1934 dallo scultore Attilio Selva, utilizzando marmo e porfido rossastro per dare vita a questa dea seduta, con l'aria severa, la spada nella mano destra utilizzata a mo' di bastone, poggiata con la punta al suolo.
Nella mano sinistra le tavole della legge. Impassibile, come se tutte le ingiustizie che osservava quotidianamente non la tangessero.
Sal le scale fino al quarto piano.
Nell'ufficio del procuratore capo era da poco terminata la fatidica conferenza stampa congiunta con il prefetto.
A Milano gli omicidi sono in calo aveva dichiarato il responsabile provinciale per la sicurezza e l'ordine pubblico, incontrando i cronisti per una lunga chiacchierata, per tracciare un bilancio del 2018 da poco archiviato. La conferenza stampa era stata programmata da settimane e confermata il giorno precedente, tanto il delitto del rettilario, di cui la stampa non era a conoscenza, non era collocabile a Milano ma nel remoto lago di Pusiano e il femminicidio della notte di San Valentino non poteva cambiare i programmi.
The show must go on. Alla faccia di Letizia massacrata a coltellate, il prefetto sciorinava che in citt gli omicidi sono in calo.
Certo, Milano restava la capitale italiana del crimine, la prima citt per reati denunciati e commessi, spaccio e rapine soprattutto, ma anche lesioni e violenze varie.
Eppure, i dati raccontavano che gli omicidi erano in diminuzione.
Nell'ultimo anno solo trentaquattro delitti mortali nel perimetro cittadino, ovvero un morto ammazzato ogni dieci giorni. Un terzo di quegli omicidi erano femminicidi, proprio come quello appena avvenuto, uno di quei delitti dove uomini vigliacchi versavano il sangue innocente delle donne cui avevano giurato amore e protezione. Delitti che avvenivano tra le pareti delle mura domestiche o in ambiti familiari e su cui le autorit preposte al rispetto dell'ordine pubblico potevano fare ben poco, soprattutto se i violenti erano incensurati come Luciano D'Orazio.
Poi c'erano gli omicidi, questa volta in crescita, derivanti da risse notturne, fuori da locali o da faide tra gang etniche, con i latinos a farla da padroni sui nigeriani.
Infine, restava l'ultimo moncone, gli altri delitti: per denaro, gelosia, odio, vecchi rancori, vecchi conti personali da saldare, improvvisi lampi d'ira, follie o paranoie di vario genere.
I delitti pi difficili da risolvere, quelli dove Caino sa mimetizzarsi meglio, camuffandosi nell'ambiente circostante, come nel caso di Roberto Spreafico, su cui non riusciva neppure a indagare, per oggettiva mancanza di elementi.
Un pensionato del crimine, un boss che da anni viveva di ricordi, dimenticato da tutti. Un uomo avviato alla vecchiaia, con problemi di salute, fuori dai giri che contano. Ammazzato teatralmente, anche se lo spettacolo era avvenuto a porte chiuse.
Non avevano in mano nulla.
Solo quel cero nero a illuminare la dea Nemesi, raccontando una storia oscura di un omicidio rituale dai contorni tetri, come il diavolo evocato, il diavolo che passeggia nella citt degli angeli.
Era salito a piedi fino al quarto piano dove hanno gli uffici i pubblici ministero.
Il caso della povera Letizia era gi risolto, andava solo chiuso.
Il sostituto procuratore era una lei, Laura Dalla Rovere. Milanese, radical chic di sinistra, di buona famiglia, sposata con un giudice del Consiglio di Stato.
Una quarantenne elegante e mondana, frequentatrice assidua dei salotti buoni degli attici in centro, con mal celate ambizioni di carriera politica. Girava con una copia de Il Fatto Quotidiano sotto il braccio, tanto per far capire da quale parte ammiccava.
Il procuratore capo la considerava pari a zero, rifilandole solo fascicoli secondari, di relativa importanza, come quell'omicidio su cui non occorreva indagare.
Ardig non la conosceva di persona. Il biglietto da visita che la precedeva bastava a fargliela stare sul cazzo.
La Dalla Rovere lo accolse con un mezzo sorriso, una gonna sopra al ginocchio che rivelava belle gambe e un atteggiamento collaborativo. Esamin il fascicolo con un'inquietudine che aumentava visibilmente, mentre scorreva con gli occhi che si inumidivano gli impietosi scatti della Scientifica.
Il corpo riverso nel sangue di Letizia la colp in volto, con un diretto da knock out.
Mio Dio...
Fu il suo unico commento. Figuriamoci se avesse assistito allo scempio del cadavere di Spreafico all'Isola dei Cipressi.
A ogni modo bastava quel turbamento sincero per farle recuperare tutti i punti che le avevano sottratto le voci delle male lingue del palazzone.
Ardig se ne and, sollevato. Forse le cose erano meno nere di come aveva immaginato e magari quella sera l'Olimpia avrebbe anche espugnato Atene, facendogli un regalo inatteso di San Valentino.
Fuori il cielo buio si era rannuvolato. La temperatura era scesa e le nuvole brontolavano, minacciando pioggia.
Il capitano Marco Fontana aveva scelto come unica compagnia la propria solitudine.
In camera da letto aleggiava ancora il profumo lasciato tre notti prima dalla bionda, Katia, l'acchiappo da una botta e via con il dubbio che fosse una professionista del mestiere pi antico del mondo e che alle fine gli avrebbe presentato un conto da mezzo testone.
No, era stato tutto gratis, almeno per lui, almeno per quella prima volta. Senza sapere se ci sarebbe stata una replica... gratuita oppure onerosa.
Non che facesse poi tanta differenza.
Si erano scambiati i numeri di telefono, ignorando i rispettivi cognomi. L'aveva memorizzata in rubrica come Katia palestra, una perfetta sconosciuta.
Era stato tentato di chiamarla il giorno prima, ma era restato fino a tardi a lavorare, a rincorrere il suo drago sputafuoco.
La sera precedente avrebbe voluto vederla, ma la sera di San Valentino no. Non aveva voglia di un corpo su cui strofinarsi e fare ginnastica da materasso e non aveva nessuna intenzione di andare in un ristorante da solo, non nella sera dei perfetti innamorati da spot pubblicitario. E poi si era pure messo a piovere a dirotto.
Cos, tramite un'app, aveva ordinato una tagliata al rosmarino con patate arrosto con consegna a domicilio.
Dalla richiesta al trillo del citofono erano trascorsi venticinque minuti, quando sul pianerottolo era apparso un ragazzo bardato da astronauta metropolitano, con giaccone con catarifrangente e cappuccio in goretex. Un venticinquenne, pelle colore ebano, ma cadenza milanese.
Era fradicio, gocciolava, ai piedi scarpe da ginnastica inzuppate. Parlava con un po' di affanno, sfoggiando un sorriso forzato per mascherare la stanchezza. Era venuto in bici sotto il diluvio, al buio.
Un rider, uno dei nuovi moderni schiavi legalizzati nella Milano che corre cos veloce verso il futuro da travolgere senza accorgersene i diritti pi elementari delle persone, a cominciare dalla dignit lavorativa calpestata per quei ragazzi senza prospettive, che pedalavano tra l'asfalto e lo smog, per ore e ore, per consegnare sushi e filetti in cambio di un'elemosina da cinque euro all'ora.
Una vergogna alla luce del sole, peggiore persino dei call center e di tutti quegli altri lavori dove le persone diventavano solo elementi, numeri, senza identit, senza umanit.
Non aveva dovuto nemmeno saldare, avendo gi fatto tutto tramite l'app con PayPal.
Per aveva allungato dieci euro di mancia al giovane corriere che aveva ricambiato con un sorriso pi sincero e meno forzato del precedente.
Aveva cenato da solo, in silenzio, con la tv spenta e le luci discrete di piazza Grandi a fargli compagnia dal vetro del salotto.
Non aveva nessun rimpianto per Katia, per non averle telefonato. Non ne valeva la pena. Niente fuochi d'artificio a San Valentino, quella serata per lui significava meno di zero.
In una vita precedente era stato tutto diverso. Prima dei quarant'anni, aveva avuto una moglie cui aveva giurato amore eterno davanti a Dio e al crocifisso.
Mezz'ora davanti a un avvocato da tariffario a quattro zeri era bastata per dissolvere quel giuramento, quella promessa di eterno amore, cancellando il futuro, il presente e anche il passato trascorso insieme.
Ora lei viveva in un trilocale in Santa Sofia, con un dirigente assicurativo con cui stava tentando di avere un figlio, tramite la fecondazione assistita nel centro specializzato dell'ospedale San Raffaele.
Non si sentivano da quattro anni.
Due perfetti estranei nella stessa piccola metropoli, con vite lontane anni luce pur abitando nel raggio di poche centinaia di metri.
Lei consumata dall'ossessione di un figlio da un altro uomo, stando ai pochi report che riceveva saltuariamente da vecchi amici comuni, lui rassegnato a un'esistenza da coniugare alla prima persona singolare dopo essersi illuso di scandirla al plurale, con un noi che doveva valere pi di un io.
Era andata cos, era andata male e quella sera a fargli compagnia, dopo cena, c'era solo una bottiglia di whisky scozzese torbato per scacciare la malinconia dei ricordi.
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5.
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I varani sono lenti, attaccano solo prede immobili.
I varani fanno rumore, si sentono, si vedono.
I varani sono gli ultimi dinosauri rimasti sul nostro pianeta, i cugini terrestri dei coccodrilli, solo che all'acqua salmastra preferiscono l'erba e la sabbia.
Per il resto sono identici o quasi, e sono ugualmente letali.
I like eat tourists.
Se ne vendevano a migliaia di T-shirt con quella scritta e la caricatura dei rettili che, sulle magliette, sembravano lucertoloni simpatici e non feroci come in quella terrificante realt.
Il capitano Bunmathan, un cinquantenne ossuto dalla muscolatura nervosa e gli occhi a fessura, ordin di aprire la cella frigorifera.
Lo scantinato venne invaso da un tanfo infernale.
Isabella non esisteva pi.
Il suo corpo, quello che ne rimaneva, era gi in fase putrescente.
Lo avevano avvolto in un telo di plastica.
Sembrava un sacco della spazzatura.
Era leggero, trenta chili, forse meno.
Due inservienti lo sollevarono senza fatica adagiandolo sul tavolo metallico.
Poi tirarono i lembi svelando l'orrore.
...
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...
Milano, 15 febbraio 2019.
...
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...
Di nuovo.
La solita telefonata della sala operativa a cacciarlo dal mondo dei sogni.
Il dio Morfeo aveva deciso di dichiarargli una guerra bastarda, scaraventandolo gi dalla branda per la seconda notte consecutiva. Sempre all'alba, quando fuori era buio.
Ardig rispose rassegnato al peggio.
Dottore, c' un morto in un condominio di via Bellezza.
E dove cavolo ?
Nel cortile interno, pare sia precipitato da una finestra al quinto piano.
Dove cavolo  via Bellezza, non il cadavere. Mica ho lo stradario stampato in mente.
Ha ragione. Mi scusi - si era giustificato il mortificato agente della sala operativa -  una traversa di via Ripamonti, davanti al parco Ravizza.
Si rassegn a un'altra levataccia.
Via Bellezza.
Non intesa come una dea, un dono divino, un piacere estetico, un omaggio al sublime, ma intesa come prima lettera di un cognome. Giovanni Bellezza, scultore e orafo. 1807-1876 recitava la targa in granito ingrigito all'inizio della strada.
Una via elegante, una parallela della circonvallazione occidentale, una perpendicolare tra via Ripamonti e il parco Ravizza.
Un edificio di pregio degli anni Sessanta all'inizio di quella strada alberata.
Dall'altro lato del marciapiede una sede cittadina del PD, con le bandiere tricolori sporcate dallo smog.
A indirizzarlo, tanto per cambiare, le solite volanti con il lampeggiante acceso, senza nessun motivo, se non per attirare l'attenzione dei passanti.
Un agente lo fece entrare nell'androne da cui si accedeva al cortile interno, quello dove si trovano i box condominiali.
Medico legale e Scientifica stavano gi esaminando il morto.
L'immagine lo colp immediatamente.
La testa era avvolta con qualcosa che, avvicinandosi, passo dopo passo, assumeva i contorni di una benda nera, come quelle che apponevano sugli occhi dei condannati alla fucilazione.
Nella sua mente si proiett l'immagine della Nemesi, la dea bendata che somministra la giustizia con la spada.
Qualche passo e mise del tutto a fuoco: non era una benda, ma una banale sciarpa invernale che copriva la parte alta del volto di un uomo senza capelli. Indossava una tuta nera sportiva, con la felpa con cappuccio, ai piedi calzettoni di lana. Aveva una corporatura leggera ma atletica e sembrava giovane. Sotto di lui una lugubre macchia nerastra. Sangue, ma anche urine e liquidi intestini.
Un disgraziato precipitato nel vuoto senza ali e senza paracadute. Come la mela di Newton era finito per terra rovinosamente, per via dell'inesorabile legge della forza di gravit. Sfracellato sul cemento.
In mezzo un volo di cinque piani, abbastanza per schiantarsi sull'asfalto del cortile posteriore di un condominio elegante dove tutti dormono fino alle sette.
Era precipitato frontalmente, sbattendo il petto, come in uno scontro con un tir lanciato a tutta velocit.
Intorno a lui disseminati rottami di plastica.
Sono telefoni cellulari lo inform un agente, aggiungendo: Dovevano essere nella tasca della felpa quando si  lanciato.
Rimase a osservarlo qualche istante mentre gli agenti gli sfilavano la sciarpa, rivelando un volto giovanile, ma non troppo.
Un uomo sulla quarantina, calvo.
Abbiamo gi visionato l'appartamento, sembra un suicidio. Eppure, c' qualcosa di strano.
La voce dell'ispettore Massimo Santoni rimbomb alle sue spalle, avvicinandosi per le presentazioni tardive.
 lui.  il signor Corrado Norrieri, un ex carabiniere in congedo.
Il vice lo aveva preceduto di qualche minuto e sapeva gi parecchie cose di quell'uomo, grazie alle prime chiacchiere con i condomini.
Un solitario, scapolo, musone, dal passato costellato di dolori e lutti.
Aveva scelto le prime ore dopo la sbornia della festa degli innamorati per togliere il disturbo, per congedarsi da una vita e da un mondo di cui non voleva pi fare parte.
Scelta evocativa.
Fin l era tutto facile.
Cinque piani di sopra la storia si complicava maledettamente.
L'appartamento pare la sede della Spectre sentenzi Santoni preparandolo a quello che lo attendeva, prima di aggiungere un dettaglio che lo aveva portato ad aggiungere che c'era qualcosa di strano.
Sul davanzale della finestra, conficcata al pomello, abbiamo trovato una rosa nera.
Una rosa nera?
S, una rosa appassita.
Ardig incamer la notizia.
Vent'anni alla Omicidi, i troppi delitti rituali e i numerosi confronti con esperti di esoterismo e occultismo lo avevano ferrato in materia.
La rosa nera evoca cattivi presagi, simboleggia il lutto, il dolore, il male. Tuttavia, rappresenta anche un messaggio di rinascita, attraverso un percorso di espiazione che passa dalla sofferenza.
Il suicidio, la scelta di immolarsi, di punirsi, si incastrava in questa dinamica perversa.
Ma si poteva trattare anche di una condanna, non di una scelta volontaria: la morte come punizione, inflitta per espiare.
Una rosa nera su un davanzale da cui si era gettato un suicida. Un cero nero sotto un dipinto sulla dea che porta la vendetta quando fallisce la giustizia.
Possibile che ci fosse una connessione tra i due episodi?
A scoprirlo era stato il portiere, poco prima della sveglia dei condomini, intorno alle sei e venti.
Aveva avvertito il 118 senza provare neppure a soccorrerlo. Non ne valeva la pena aveva detto.
Inutile pensare a una caduta accidentale.
 volato da lass decret il vice, indicandogli la finestra al quinto piano. Era rimasta aperta e dentro si intravedevano le sagome degli uomini della Mobile impegnati a eseguire i primi rilievi.
Come hai detto che si chiamava?
Corrado Norrieri, classe 1975. Dai terminali della Questura risulta che aveva appena rinnovato il porto d'armi.
E la pistola?
Le pistole. Sono due, le abbiamo rinvenute in casa, sono Beretta 92 come le nostre, stanno dentro uno scaffale, pulite, oliate e smontate a regola d'arte, le pallottole nelle confezioni.
Per cui se avesse voluto farla finita avrebbe potuto spararsi un colpo in testa.
Santoni allarg le braccia.
Forse non aveva il coraggio di premere il grilletto, magari  stato pi facile tuffarsi dalla finestra.
Con una sciarpa a coprirgli la vista? Lasciando una rosa nera sul davanzale? Mah, non mi convince...
Santoni allarg le braccia.
Stiamo gi sentendo i vicini? Cosa dicono?
Secondo la dirimpettaia del suo pianerottolo era uno di poche parole, che si faceva valanghe di cazzi suoi. Da qualche anno viveva da solo dopo la scomparsa della madre. Il padre invece  ricoverato in una baggina, dalle parti di Trezzano d'Adda.
Trezzano  sul Naviglio, quello sull'Adda  Trezzo obiett il commissario.
S, scusa, Trezzo. Pare che la famiglia fosse originaria di quelle parti l, la casetta dovrebbe essere l. Ah, dimenticavo: avevano anche una figlia, deceduta diversi anni fa da ragazzina, per un male incurabile. Una famiglia sfortunata. Pare che il Norrieri non si fosse mai ripreso dalla perdita della sorella.
Ritratto deprimente. Uno cos aveva tutte le ragioni per farla finita.
Mancava solo gli fosse morto il gatto.
Santoni beffardamente gli lesse nel pensiero.
Qualche mese fa gli era pure morto il cane di famiglia.
Bingo.
Ardig annu e si spost di un paio di metri per accendersi la prima bionda di una giornata da dimenticare.
Del portiere che mi dici?
Il vice sollev le spalle.
Bel personaggio. Vedrai... tutto tuo. Divertiti.
Lo maled mentalmente.
Il portinaio era un uomo oltre la sessantina, decisamente basso pure lui. Stava appoggiato al muro, con lo sguardo fisso sul cadavere maciullato dalla caduta.
Il capo della Omicidi gli si avvicin, allungandogli la mano.
Che brutto spettacolo...
Purtroppo non ci si abitua mai, anche per noi  dura.
L'altro scosse la testa.
Eh gi, adesso sar un problema mica da ridere per lavare tutto e ripulire bene. Proprio qui doveva fare 'sta roba? Con tutti i ponti che ci sono in montagna, sulle autostrade. Oppure si buttava sotto il metr. No? Tanto quelli dell'ATM ci sono abituati ai suicidi.
Un cinismo che riusc a lasciare senza parole persino il capo della Omicidi.
Quand' che me lo togliete da l? Cos comincio a laur ...
Ecco. Levatemi di torno il cadavere che devo ripulire il cortile. Un pensiero caritatevole.
Giustamente ognuno nella vita ha le sue priorit.
Evit di mollargli una testata ricorrendo a una sconfinata pazienza di cui non immaginava neppure di disporre.
Lo conosceva?
Chi, il ragazzo? Come no...
Chiss perch chiamava ragazzo uno di quarantaquattro anni.
... ma con quello era giusto buongiorno e buonasera borbott l'uomo, che intanto continuava a fissare il morto.
Mi ricorda come si chiama?
Corrado Norrieri, era il figlio del signor Ernesto. Brav'uomo, faceva l'impiegato in banca.
Non il morto, come si chiama lei? protest Ardig.
Ah, sono Carlo Melegari, per tutti il Carletto, perch l'altezza, lo vede anche lei, che  quel che l'. Ma compenso con altro, mi creda.
Gli credeva. Anzi no.
Va bene Carletto, cosa mi sa dire di questo signor Norrieri?
Brav'uomo.
Come il padre. Tutti bravi replic Ardig, gi stizzito di quella conversazione da pappagalli.
Eh. Uno che si faceva i fatti suoi, l di sopra prima ci abitavano i suoi vecchi, ma il pap non ci sta pi con la testa da un pezzo e adesso sta in una casa di riposo sull'Adda, e la mamma  mancata qualche anno addietro dopo la perdita della figlia, che si  ammalata quando lui era militare in quei posti l, in Nafgakistan...
Dove?
In missione militare, in Nafgakistan.
Afghanistan?
Eh, quello. Comunque il Corradino non era un militare, lui faceva il carabiniere.
Questo lo sappiamo gi.
Era uno a posto, educato, in regola. Cosa vuole che le dica... che brutta fine, poveretto.
Corradino?
L'era un bocia come me, noi piccolini restiamo sempre dei gandula , mica invecchiamo noi.
Per una macabra ironia del destino aveva ragione: Norrieri sarebbe rimasto giovane per sempre, un eterno ragazzo di quarantaquattro anni che ne mostrava dieci di meno.
Che disgrazia, che poi succedono sempre ai migliori, mai a quelli che rompono le scatole, che sporcano nelle scale, che fanno rumore la sera, che non fanno la differenziata, che l sopra non sa quanti ce ne sono, non mi faccia parlare che  meglio...
Una logica ineccepibile: a schiantarsi sul cemento dovevano essere i condomini molesti, non quelli silenziosi.
Questo Carletto Melegari avrebbe dovuto fare politica. Voti ne avrebbe presi di sicuro con tutti gli scemi cui lo Stato concedeva il diritto elettorale attivo e passivo. Tuttavia, cominciava a stufarsi di quella macchietta da cabaret.
Mi diceva della sorella.
Come no, la Cristina. Che bella figliola, doveva vederla, sempre con il sorriso, educata, un fiore. Poi si  presa uno di quei brutti cancri l che mica li puoi guarire, l'hanno portata anche in America, che quelli l hanno delle cure che qui da noi ce le sogniamo, ma niente... Se lo ricorda anche il nipote dell'Agnelli? Nemmeno lui l'hanno curato eppure con tutti i soldi che aveva. Quando arriva la nostra ora  cos.
Con l'indice destro tracci nell'aria un segno della croce.
Pure filosofo il Melegari. A uno cos dovevano dare l'ergastolo solo per le cazzate monumentali che sparava a raffica.
Uhm, cosa faceva il signor Norrieri da quando era in congedo dall'Arma?
Il portinaio scosse la testa.
Mah, lavorava per delle ditte, mica l'ho mai capito. Viaggiava all'estero. Spesso stava via delle settimane e gli dovevamo tenere noi il cane. Che meno male che poi  morto perch sporcava nel cortile e faceva la pip dove ci sono i box. Il cane intendo.
Ecco meno male che pure il cane era morto, in un'escalation di antipatia e cinismo questo Melegari superava tutti di un giro di pista.
Lasci stare il cane, mi dica del Norrieri, degli orari che faceva lo incalz, alzando la voce, per non alzare le mani.
Mah, quello stava in un mondo tutto suo, stava via anche la notte e tornava che gli altri uscivano per andare al lavoro.
Altro?
Cosa?
Come stava? Era depresso? Per esempio, secondo lei era uno che poteva gettarsi dal balcone?
Il Melegari si prese un secondo, sfregandosi il mento.
A pensarci su, con il senno del dopo, tanto allegro non era mai. Uno musone, ce l'aveva con il mondo secondo me, per mica lo andava a dire in giro. Poi da quando era mancata la sorella, la Cristina, era proprio andato gi.
Da quanto  mancata?
Boh, da un po'. Secondo me c'era ancora Pisapia sindaco o forse addirittura la Moratti.
Uno strano modo di aggiornare il calendario in base ai sindaci milanesi.
Norrieri si  mai sfogato, lamentato.
Quello l? Figures...
Un tipo chiuso e riservato questo Norrieri.
Non il massimo per chi doveva indagare sulla sua misteriosa fine.
Altro?
Boh, che ne so io, andava in giro con la moto. E poi correva, ma a piedi, mica in moto: quando era libero usciva sempre con la calzamaglia e le scarpe da corsa oppure in bici. Faceva un sacco di sport. Cosa gli serviva allenarsi come un matto se poi doveva fare una fine cos? Tanto valeva che si riposava.
Decise che ne aveva abbastanza di quel personaggio da cabaret. Se ne and senza salutarlo e senza mollargli una testata sui denti come avrebbe voluto.
Era il momento di vedere la Spectre.
L'acqua era di un verde che sembrava petrolio.
Acqua salmastra, poco profonda.
Il canale scorreva parallelo alla ferrovia e a una lingua d'asfalto chiusa inspiegabilmente al traffico, a sua volta parallela al raccordo autostradale che collega i terminal dell'aeroporto di Fiumicino a Roma.
Il tenente Angelo Mancini da appena un mese era tornato a respirare il ponentino, dopo due anni di forzato esilio in uno sperduto comando friulano. Ventiquattro mesi gettati dietro a carte bollate e telefonate, per chiedere il trasferimento a Roma, arrivato insieme alla calza della Befana.
Dentro una sorpresa meno gradita.
La destinazione non era una caserma dell'Urbe ma la stazione del comune attiguo di Fiumicino.
Poteva andargli peggio. Poteva finire a Ostia, nel municipio conteso dalle mafie romane.
E da casa sua, dall'Eur, quella stazione non era neppure cos distante. Una manciata di fermate con il treno, il passante Roma Tiburtina-Fiumicino.
Quella mattina per era sceso alla penultima fermata.
Parco Leonardo.
Un nome che inganna.
Inganna il parco che indurrebbe a pensare a un'area verde, con alberi, laghetti e fauna selvatica. Come inganna quel rimando al nome del Genio, che dovrebbe richiamare una cittadella della scienza e della ricerca.
Niente di tutto questo.
Parco Leonardo  una sorta di piccola Las Vegas su scala romana. Un comprensorio sorto sul nulla, sugli acquitrini alle porte di Fiumicino, dove era stato realizzato un complesso residenziale moderno, con una serie di condomini tutti uguali disseminati intorno ad un reticolo di vialetti alberati, e un attiguo mega centro commerciale con annessa shop street punteggiata da negozi di abbigliamento o telefonia, baretti e locali di cucina etnica e l'immancabile cinema multisala.
Una cittadella del divertimento e dello shopping, presa d'assalto ogni fine settimana, ma di fatto deserta nei giorni feriali, in cui diventava un normale quartiere dormitorio periferico, come quella mattina.
I residenti nei condomini affacciati su quelle strade intitolate ai grandi artisti rinascimentali erano gi emigrati tutti in ufficio, a Roma o nel vicino aeroporto.
Il quartiere era avvolto nel silenzio.
Nessuno o quasi si era accorto del trambusto lungo il canale, dove un pensionato a passeggio con il cane aveva intravisto un'ora prima un corpo che riemergeva tra le sterpaglie dei canneti piegati dal freddo dell'inverno che andava verso i titoli di coda.
In accordo con la Procura di Milano e quella di Como, competente sul caso, il questore, per precedere una fuga di notizie, aveva fatto trapelare ai giornalisti il ritrovamento del corpo di Roberto Spreafico riemerso dalle acque del lago di Pusiano, nei pressi dell'Isola dei Cipressi.
La notizia era relegata in trafiletti da cercare con il microscopio. Spreafico non era nessuno da oltre un decennio e la sua dipartita non faceva rumore.
Ardig aveva scelto di salire fino al quinto piano affidandosi a uno di quei vecchi ascensori a gabbia, che cigolano lenti e traballanti mentre salgono faticosamente.
Mentalmente il commissario calcol quante delle sue sette vite ancora gli restavano: due o tre. E una stava rischiando di giocarsela per la pigrizia di non essersi fatto un centinaio di gradini a piedi.
Pur sferragliando l'ascensore fece il suo dovere, portandolo a destinazione.
Prima sorpresa ad attenderlo: la porta era blindata, con barre di acciaio che nemmeno una termite avrebbe potuto sciogliere. Una precauzione eccessiva in un condominio elegante, eppure non lussuoso.
Gli agenti l'avevano spalancata per controllare la serratura, per scrupolo. Nessuna effrazione, anche se la chiave non era inserita all'interno della serratura.
Entr nel quadrilocale che ispezion in pochi passi.
L'appartamento era freddo. Somigliava a un residence per turisti o professionisti in trasferta.
Arredato con tutto, perfetto e completo, ma impersonale, privo di quel calore domestico che trasforma quattro pareti e un ammasso di mobilio in una casa.
Nel soggiorno nessuna foto incorniciata, nessun quadro o oggetto di artigianato che infondesse allegria o senso di accoglienza.
I mobili erano massicci, austeri. Probabilmente erano quelli dei genitori, che Norrieri si era limitato a riempire delle sue cose.
Gli agenti stavano rovistando a casaccio. Divisi nei vari ambienti, un cucinotto, un soggiorno, una camera da letto matrimoniale e un'altra stanza adibita a ufficio.
Eccola la Spectre evocata da Santoni, non aveva torto.
Un laboratorio informatico, con monitor, grovigli di cavi e diversi pc tra fissi e portatili. Tutti fracassati da una furia cieca. Poi teleobiettivi, telecamere, persino un piccolo drone a forma di ragno, di quelli telecomandati per svolazzare ad un'altezza di poche decine di metri. Pure quello distrutto.
Migliaia di euro in frantumi.
Una mazza da baseball riposava in un angolo. Silenziosa, scheggiata in alcuni punti, ammaccata, come se tacitamente ammettesse la sua responsabilit per quel cataclisma distruttivo.
Un tifone tropicale di inaudita violenza distruttiva si era abbattuto in quella camera.
Santoni gli indic i rottami.
Potrebbe essere stato lui, il Norrieri. Prima di lanciarsi nel vuoto borbott, indicandogli la finestra alle loro spalle, quella da cui era precipitato.
Ardig si affacci per valutare la traiettoria. Rasente alla parete, il punto di caduta era compatibile.
Non doveva essersi lasciato cadere: si era proprio tuffato come fosse un super eroe, come un Batman o uno Spiderman, ma senza cavi o funi per aggrapparsi alle pareti.
Solo quella sciarpa a oscurargli la veduta, nascondendo il vuoto sotto di lui.
La rosa nera era ancora conficcata nel giunto della finestra del davanzale, incastrata per evitare che il vento la facesse cadere in cortile.
Doveva restare l come una sentinella, ad attenderli quando sarebbero entrati.
L'agente Linares, uno grosso, dalle mani grandi e dal cervello inversamente minuscolo, lo invit a seguirlo in corridoio. Scalpitava euforico, come se stesse per svelargli i misteri delle Sacre Scritture.
Guardi qui, commissario, guardi.
L'ultima stanza, la pi piccola, la cameretta.
Una luce fioca fendeva il buio, un lumino da cimitero sotto una foto simile a un poster.
Il lumino era di cera bianca, di quelli da parrocchia. La fiammella rischiarava il volto sorridente di un'adolescente, una quindicenne radiosa in un giorno di sole.
Accesero la luce di una plafoniera al neon, illuminando una branda zeppa di peluche e un ripiano dove erano allineate foto di una bambina che cresceva.
Fino a un certo punto.
Senza diventare adulta.
Cristina da piccola, al mare, Cristina a carnevale con il canonico costume da fatina, Cristina durante la prima Eucarestia, Cristina a scuola, Cristina un po' pi grande il giorno della Cresima, poi ancora un po' pi grande in una gita scolastica con le compagne, ad Assisi, e ancora un po' pi grande in tenuta da giocatrice di baseball con guantoni e mazza. Quindicenne o gi di l, ancora sorridente e felice.
Nelle ultime foto l'adolescente era diventata una ragazza, ma la magrezza e il foulard sulla testa sfalsavano il conteggio della sua et.
Forse diciotto anni. Sorrideva ancora, forzando un sorriso artefatto.
Sullo sfondo i grattacieli di New York: l'istantanea era stata scattata a Central Park.
Nell'ultima cornice era sempre pi emaciata e teneva in braccio un cucciolo di labrador. Sorrideva ancora, sorrideva sempre, quanto meno ci provava, anche se ormai era un sorriso spento, senza luce.
Su una mensola un'altra collezione di bambole, sormontate da poster di cantanti gi dimenticati dalle cronache e dagli stormi di ragazzine che impazzivano per loro.
Riconobbe i Tokyo Hotel solo perch una scritta sotto li identificava. Una chimera musicale di una dozzina di anni prima.
Quella camera era una sorta di inquietante mausoleo di quella vita interrotta troppo presto da un destino crudele.
E questo?
Sotto al cero c'era un cartoncino plastificato, un santino distribuito nelle parrocchie.
Atto di dolore
Mio Dio mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati, perch peccando ho meritato i tuoi castighi e molto pi perch ho offeso Te, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa. Propongo con il tuo santo aiuto di non offenderti mai pi e di fuggire le occasioni prossime di peccato. Signore, misericordia, perdonami.
Atto di dolore ? Non era una preghiera di quelle che si recitavano al catechismo? obiett Santoni.
 ancora una preghiera, dubito l'abbiano abolita. Credo sia quella che recita il penitente al termine della confessione.
Nessuno di loro da troppi anni si inginocchiava davanti alla grata di un sacerdote per aprire il proprio cuore a un Dio in cui avevano smesso di credere da una vita.
Norrieri invece era credente e quella preghiera del penitente collocata sotto quel lumino acceso assumeva un significato evocativo.
L'ultima preghiera di scuse, di pentimento, prima di peccare, togliendosi la vita regalata da Dio. Il peccato pi grave per un essere umano insieme all'omicidio di un altro essere umano.
Si spostarono in cucina.
Sul lavello, una bottiglia di grappa Nardini vuota, il tappo caduto sul pavimento e una bottiglia di whisky Glen Grant di cui restavano poche dita.
C'erano anche due bottiglie di rosso di un'etichetta sfigata. Robaccia da scaffali da supermercato, IGT da due euro a bottiglia, pure quelle asciugate fino all'ultima goccia.
Su un ripiano c'erano blister di ansiolitici e antidepressivi, anche quelli svuotati.
Vicino al tavolo un sacchetto dell'Esselunga.
Quadra alla perfezione no? Potrebbe essersi scolato tutta questa roba prima di lanciarsi, per farsi coraggio. Poi ha fracassato la stanza dove teneva i computer e si  spostato nel tabernacolo per la sorella, per recitare le sue ultime preghiere, ha preparato la rosa nera e la sciarpa e vai di salto nel vuoto osserv il vice poi mettici le pasticche... mi pare combaci tutto.
Anche troppo, mancava solo un biglietto d'addio.
Ha lasciato in giro una lettera? O uno scritto?
Linares abbass lo sguardo, rendendosi conto di non averci neppure pensato fino a quell'istante. Santoni scosse la testa.
La porta era chiusa?
Dall'interno senza la chiave, ma l'hai vista no?  di quelle a scatto, senza maniglia esterna. Fuori si apre solo con la chiave, per cui se dimentichi le chiavi e resti di fuori sono cazzi tuoi...
E le chiavi?
Un agente della Mobile gli indic una mensola vicino alla porta. Un mazzo appoggiato, un altro, identico come tipologia di chiavi, infilato in un anello. Poi le chiavi di un'automobile e un terzo mazzo, con chiavi pi piccole.
Ci ha aperto il portiere, aveva un mazzo di riserva.
Tutto regolare, fin l, eppure l'intero contesto non gli quadrava, troppo disordine. Come se qualcuno avesse rovistato, frugato.
Certo ci poteva stare che una persona in piena crisi depressiva, in un delirio autolesionista, avesse prima fracassato i computer e le attrezzature fotografiche per sfogare la rabbia, o aumentarla, e poi avesse scelto di lanciarsi dalla finestra in piena notte, dopo essersi scolato vino, whisky e grappa per scacciare la paura.
Si spost in camera da letto.
Il letto intonso. Sopra il cuscino pantaloni e maglia di un pigiama bianco a righine blu, con delle lettere intersecate. Roba da deportato nei lager.
Sul comodino, con la solita abat-jour, una bottiglia d'acqua minerale, gli occhiali da lettura e due libri tascabili. Gialli britannici. Le indagini di fratello Cadfael , un monaco medievale, nell'odierno territorio gallese, che faceva luce su omicidi all'ombra dei castelli inglesi. Negli anni Novanta ne avevano fatto anche una serie tv che Ardig aveva visto qualche volta.
Nella presa di corrente era infilato l'alimentatore di un telefono cellulare. Doveva essere uno degli apparecchi frantumati nel volo mortale.
Come poteva essere andata?
Norrieri era sveglio, in tuta, non aveva sonno, non si era neppure coricato, non aveva ancora indossato il pigiama.
La notte di San Valentino doveva averlo depresso pi del solito. Cos aveva bevuto, perso il controllo, distrutto le sue apparecchiature, pregato, acceso l'ultimo cero alla sorella e spalancato la finestra per quel gesto estremo, quel volo d'angelo per finire all'inferno.
Nell'armadio a parete la normalit: vestiti, soprabiti, ombrelli, oggetti di uso quotidiano. Nel vano inferiore c'era un'assortita attrezzatura sportiva. Tutti indumenti tecnici che Ardig conosceva molto bene.
Saucony da jogging con ammortizzatori in gel, calze elastiche termiche, scaldamuscoli e magliette a maniche lunghe in goretex: il kit del corridore. E quello del ciclista: guanti, occhiali, giacchetta imbottita, calzari di lana, pantaloncini con imbottitura interna da sopra sella. Anche una borsa da nuoto, con costumi, cuffia, occhialini e spray Boral Plus, quello per disinfettare le cavit auricolari dal cloro e dai batteri per evitare otiti.
Norrieri era un patito di sport aerobici e forse anche qualcosa in pi: probabilmente si allenava per partecipare ad un iron man nel lungo periodo. Nel breve si dilettava come maratoneta.
Nella sacca c'era la ricevuta dell'iscrizione, con l'annessa pettorina numerata, della mezza maratona dell'Adda in programma la domenica successiva. Una corsa che si snodava nel territorio lecchese e bergamasco, correndo sugli argini del fiume.
Eccola la prima anomalia di quel quadro cos perfetto e convincente: l'ex carabiniere si era tolto la vita tre giorni prima di una gara per cui si stava allenando da mesi.
Sotto il com un'antina con documenti, a cominciare dal passaporto e dal porto d'armi.
Ma non solo.
C'erano i dossier dei viaggi di lavoro.
L'ultima tappa era stata l'Eritrea, nell'autunno del 2018, dove la Bra.Mar costruzioni srl stava realizzando un bacino idrico. Dentro la cartelletta un elenco di informazioni. Numeri e qualifiche delle maestranze importate, elenco dei lavoratori italiani, un foglio di viaggio con istruzioni logistiche di vario genere, dalle foresterie agli interpreti.
Il fascicolo precedente riguardava il Niger.
All'interno c'erano anche delle fotografie scattate da un elicottero. Immagini spettacolari, di un cantiere nell'acqua, una diga in un lago alimentato da un fiume con gli operai e i materiali trasportati da imbarcazioni.
L'incartamento sull'Eritrea era analogo.
Il terzo fascicolo riguardava il prossimo viaggio. La destinazione era la Somalia.
Sempre una costruzione idrica, sempre una diga, stavolta nel Somaliland, una provincia settentrionale secessionista, una zona ad alto rischio.
Tuttavia, non erano i rischi di una pallottola o di una mina a spaventare quell'uomo.
I suoi demoni erano altri e non lo aspettavano in un deserto africano: erano l, intorno a loro, aleggiavano in quelle pareti che trasudavano malinconia e solitudine.
Norrieri aveva gi inoltrato le domande per il trasporto delle armi autorizzate ed era gi in possesso dei biglietti aerei, volo Milano Malpensa-Il Cairo, poi il successivo per Addis Abeba, da dove probabilmente si sarebbe mosso in auto oltre il pericoloso confine somalo.
Partenza gioved 7 marzo. Tutto pronto e preparato.
Eppure, si era tolto la vita tre settimane prima di andare in Africa.
La seconda anomalia di quel suicidio.
Torn in corridoio dove l'agente Linares stava perquisendo il giubbotto appeso a un attaccapanni nell'ingresso, una di quelle giacche imbottite sportive. Nera con il cappuccio anti pioggia della stessa marca della tuta che indossava Norrieri. Anche le New Balance abbandonate vicino alla porta erano nere con la N argentata madreperla, catarifrangente.
L'unica nota di colore se avesse indossato la tuta e quel giubbotto.
L'uomo nero, mancava solo un berretto nero che immediatamente, come evocato, appar dalla tasca insieme a un collare, sempre nero. Di quelli che coprono anche il mento, la bozza e il naso, lasciando scoperti solo gli occhi, creando un effetto passamontagna.
Che minchia era? Un ninja? borbott Linares, estraendo dalla tasca anche il portafogli, che pass a Santoni.
Tutto regolare, banconote, carta d'identit elettronica, patente, bancomat. C' tutto.
Uno sbadiglio sorprese Ardig.
Vado a farmi un caff al bar. Finite voi i rilievi.
Torn nell'androne proprio nell'istante in cui una Lancia grigio scuro, con il lampeggiante spento, accostava.
Il pubblico ministero di turno stava per fare il suo ingresso in scena.
Dallo sportello posteriore emerse la figura slanciata di Lamberto Calavera, il magistrato pi in vista della Procura di Milano. Era lui di turno quella mattina, per cui sarebbe toccato a lui occuparsi del caso.
Nelle ultime settimane Calavera stava coordinando le indagini, condotte dai Carabinieri, sull'emergenza dei roghi dei rifiuti illegali.
Con cadenza quasi settimanale, le notti della periferia milanese si illuminavano delle fiamme di un deposito o magazzino che avrebbe dovuto essere vuoto o contenere tutt'altro che rifiuti plastici o illegali.
Accadeva soprattutto nella cintura nord, punteggiata di capannoni e aziende divorate dalla crisi, che avevano finito per affittare o cedere i loro spazi agli insospettabili prestanome delle mafie salite al Nord per implementare i loro traffici.
Lo spaccio restava il core business, poi l'usura e il racket. Ma lo smaltimento illecito di rifiuti stava diventando una miniera d'oro inesauribile per le cosche e i clan.
Calavera entr a passo deciso con aria contrariata.
Mi conferma che il deceduto apparteneva all'Arma?
Il capo della Omicidi annu.
Risultava in congedo.
Si tratta di un suicidio?
L'investigatore stavolta si prese un istante prima di rispondere.
Al momento appare l'ipotesi prevalente. L'uomo aveva perso la sorella e la madre da pochi anni, era descritto come un soggetto solitario e taciturno. In cucina c'erano ansiolitici e bottiglie svuotate di grappa e altro.
D'accordo. Terminate gli accertamenti e passate le consegne all'Arma dei Carabinieri. Intanto disporr l'esame tossicologico per verificare se abbia ingerito alcoolici e oppiacei. Se non emerger niente di rilevante firmer la richiesta di archiviazione del caso come suicidio, altrimenti affider la delega delle indagini ai Carabinieri in caso ci fossero gli estremi per l'apertura di un fascicolo per omicidio.
Ardig non si sorprese che toccasse ai Carabinieri. Era uno di loro, per cui da prassi spettava ai cugini pulirsi eventuali panni sporchi nella lavanderia interna alle proprie caserme.
Calavera not che tergiversava nel rispondere.
Ritengo non avr nulla da obiettare.
Figurarsi, da zero e mille di quel morto suicida gliene fregava zero.
Nessuna obiezione.
Perfetto. Termini i rilievi e passi tutto all'Arma. Buon lavoro.
Anche a lei rispose meccanico Ardig.
Il corpo era quello di un uomo di mezza et, pi vicino ai sessanta che ai cinquanta.
Non si trattava di un incidente.
Intorno al collo del cadavere un sacchetto di plastica rosso della marca di una nota catena di distribuzione, proprio il supermarket ospitato all'interno del centro commerciale dall'altra parte della ferrovia.
La testa era infilata in uno dei due lembi estremi.
Sul maglione, sotto il cappotto sbottonato, si vedeva nitidamente un foro nero. Un colpo sparato a breve distanza nella zona addominale. Il cadavere non presentava altre apparenti lesioni.
Appariva leggermente gonfio e appena violaceo, non era in acqua da molto. Roba di ore, non di pi.
Aveva piovuto parecchio negli ultimi giorni, in un febbraio stranamente rigido per le abitudini romane. Eppure, quella mattina c'era il sole e si stava bene anche senza il soprabito.
Il medico legale era arrivato da poco, prendendosela comoda.
Stava esaminando superficialmente il corpo evidenziando immediatamente una traccia che avrebbero dovuto seguire: profonde escoriazioni parallele sui polsi. La vittima era stata legata con qualcosa di duro.
Sollevando la manica, sull'avambraccio, emerse un volto di bimbo sorridente. Solo il volto, paffuto, senza il corpo, con due alette ricamate sotto il collo. Una figura angelica.
Un appuntato di lungo corso, uno che ne aveva viste tante negli anni in divisa, trasal.
Ma questo tatuaggio ... li mortacci  un cherubino... e questo qua - e indic il morto -  lui,  er Cherubino. Ma si che  lui.
A mettere la parola fine a quell'indagine che non avrebbe condotto sembrava essere stato lo stesso Norrieri.
La sua pagina Facebook chiudeva sul nascere ogni dubbio. In piena notte l'ex carabiniere aveva postato una frase sibillina.
Da un certo punto in avanti non c' pi modo di tornare indietro, quello  il punto dove non bisogna arrivare. Quello  il punto dove la corsa finisce.
Parole che sembravano fotografare l'ultima maledetta sofferta notte del runner Norrieri, tra paure e indecisioni.
La notte in cui la corsa finisce. La notte dopo San Valentino. La notte che seguiva la serata immolata dai presunti innamorati sull'altare obbligatorio di cene, romanticismi e sesso, chiamando il tutto amore. Giurandolo per un'eternit che al massimo durava qualche anno.
La notte dove il conto presentato dalla solitudine diventa pi salato, indigesto. A volte letale. E i bocconi amari spesso si smaltiscono con l'alcool, con la grappa, con il whisky.
Magari abbinandoli a degli antidepressivi.
Di colpo il suicidio dell'ex carabiniere si materializzava davanti ai suoi occhi assumendo contorni logici e plausibili.
Fino a quell'ultimo passaggio nel messaggio su Facebook, quello  il punto dove la corsa finisce, che sembrava risolutivo per spostare la bilancia, facendo pendere il piatto del suicidio.
La corsa dell'iron man Norreri era finita con un tuffo nel buio di una notte diversa, troppo difficile da far passare in attesa dell'alba e del sole.
Dopo essersi stretto una sciarpa nera sugli occhi per non vedere il vuoto e il cemento che lo risucchiava in un frontale dall'esito tragico.
Fine della corsa, fine dell'indagine. A prescindere che a condurla non fossero loro.
L'agente Scalise stava comunque scansionando la pagina Facebook, ormai pi utile per ricostruire la vita e la storia della vittima rispetto ai vecchi metodi tradizionali, come sentire la solita sfilza di conoscenti, parenti, vicini di casa, negozianti.
In generale, come regola.
Poi c'era l'eccezione. Corrado Norrieri su quella bacheca virtuale non aveva raccontato quasi nulla, limitandosi a esporre al pubblico le sue grandi passioni: i viaggi, la pesca e l'attivit fisica. Tutte passioni che il suo armadio aveva gi rilevato.
Anche Ardig correva, pur pesando novanta chili, ma lo faceva per sfogarsi, per non farsi acciuffare da quella rabbia esistenziale e da quella malinconia con cui doveva convivere in ogni istante della sua giornata e che al mattino si faceva sentire con pi insistenza.
Forse anche Norrieri correva per quello, per allontanare i suoi demoni interiori, per distanziarli con la velocit dei suoi passi, delle sue pedalate, dell'asfalto che sfilava sotto di lui.
Ma Norrieri era anche uno spirito inquieto, cui Milano andava stretta come una gabbia.
Il suo spazio era il mondo. Eppure, era un mondo tutto suo, da condividere solo con le immagini, ma senza le parole.
Per questo la sua pagina non conteneva post scritti. Tranne quello in cima, quello vergato nelle ultime ore della sua vita. Il resto erano condivisioni di link legati a svariati argomenti e fotografie con le localizzazioni di Norrieri corridore, di Norrieri ciclista, di Norrieri con la canna da pesca o il malcapitato pesce boccheggiante tra le mani.
Con una particolarit: Norrieri non si fotografava, non pubblicava mai il suo viso, immortalava solo le mani, le braccia, le gambe. L'uomo senza volto.
Appena un centinaio di amicizie, quasi tutti carabinieri o militari, contractor di missioni in scenari pericolosi. Pochissime le donne. Pochissimi i like ricevuti.
Negli album invece c'erano le foto gallery, dove testimoniava per i posteri i suoi continui viaggi in Africa e Asia. Iraq, Yemen, Sudan, Libia, Niger, Etiopia e Eritrea. Solo foto, senza didascalie tranne i riferimenti geografici delle localit, senza mai commenti.
In realt in qualche foto inevitabilmente si intravedeva, attore non protagonista della propria pagina, comparsa nella vetrina della sua vita affacciata sul mondo.
Non sorrideva mai.
E questo lo comprendeva maggiormente. Norrieri operava in teatri pericolosi, in Stati dilaniati da guerre militari e civili, pullulanti di estremisti, fanatici, terroristi.
Sullo sfondo deserti e montagne pietrose. Negli scatti si vedevano operai e ingegneri, cantieri e container, anche ospedali per bambini.
Le raccolte fotografiche erano tutte recenti, dal 2015 in poi.
Come se prima non ci fosse stato nulla nella sua vita, come se un buco nero avesse avvolto tutto quello capitato prima dei quaranta.
Quella pagina social non rivelava altro. Non era una vetrina, si limitava a esporre i momenti di sport e di viaggio, eppure nascondeva tutto il resto agli estranei, occultandolo nell'intimit di un retro bottega non accessibile al mondo esterno, limitandosi a confermare che Norrieri non era un simpaticone, uno che sorrideva al mondo o alla vita.
Da che pulpito, fu costretto ad ammettere mentre si accendeva una sigaretta.
L'unica differenza con quel poveretto era che lui non aveva manco una pagina Facebook in cui postare le sue foto perennemente imbronciato.
Si rendeva conto di provare un'inquietante empatia con quell'uomo che stava conoscendo da poche ore, in quel modo strano con cui si approcciava a tutti quelli su cui doveva indagare, cercando di riportarli in vita con le foto, i post, le testimonianze dei vicini, dei conoscenti, non dei colleghi.
Gi, i colleghi.
Solo in quel momento realizz che non avevano informato nessuno di quel decesso perch Norrieri non aveva una famiglia, sua o di provenienza, per aveva un lavoro e dei colleghi.
Ma l'incombenza di informarli non spettava a lui per cui smanett in rubrica per chiamare l'unico numero che aveva memorizzato di un appartenente all'Arma dei Carabinieri.
Non erano proprio amici con il capitano Marco Fontana, ma lo stavano diventando.
Negli ultimi anni avevano condotto delle indagini parallele su alcuni casi di omicidio e Fontana si era rivelato uno corretto e in gamba.
Si stimavano, quello s, pur essendo molto diversi.
Fontana era lontano anni luce dallo stereotipo del carabiniere di una volta, quello con i baffoni e la parlata meridionale, quello del provinciale sempliciotto e rigido che si arrovellava intorno ai congiuntivi.
No, Fontana era un figlio di pap, rampollo di un imprenditore della Milano bene, con un conto in banca a cinque zeri e un appartamento da catalogo immobiliare affacciato sull'elegante visione di piazza Grandi. Uno che avrebbe potuto godersi la bella vita, giocando a fare l'industriale sprofondato su una comoda poltrona ai piani alti della City, e invece aveva scelto l'Arma, la divisa, la prima linea, i sacrifici e i rischi nei Reparti Operativi Speciali, indagando sulla mafia romana, a Ostia, a Fiumicino, nella vera Suburra, non quella portata in tv da attori con la faccia da duri e la parlata forzatamente strascicata.
Era un milanese trapiantato nell'Urbe, lo avevano persino distaccato in Vaticano nella gendarmeria.
Da qualche mese per era stato richiamato a Milano con un ruolo operativo di comando per occuparsi sempre di criminalit organizzata, ma quella che stava dietro al racket dello smaltimento illegale dei rifiuti nella provincia di Milano.
La nuova Terra dei fuochi dove le mafie interravano detriti o scarichi di industrie e cantieri, sfruttando la facciata pulita di imprese sull'orlo del fallimento, che sostenevano con i loro denari, riciclando cos i soldi sporchi di attivit illecite.
L'appuntamento era al bar per un caff, da quasi amici, per parlare senza i formalismi dell'ufficialit che avrebbero avuto nei rispettivi palazzi istituzionali.
Via Verdi, alle spalle del Teatro alla Scala, campo neutro, a met strada.
Zona elegante, quella che ricorda e continua a ricordare Vienna con i suoi edifici, la Milano pi bella che un tempo remoto era stata una citt dell'impero austro ungarico.
Il capo della Omicidi si accomod al tavolino. L'ufficiale dell'Arma lo raggiunse, infilato nella sua divisa immacolata che lo faceva sembrare un principe in quei film in costume dove non manca mai la scena del ballo di gala.
Non fece neppure in tempo a sedersi che il cameriere si materializz per le ordinazioni. Trenta secondi dopo le tazzine con i caff e la zuccheriera erano gi sul tavolo.
Zero convenevoli, non era da loro.
Fontana ovviamente era sul pezzo. Rabbuiato, ma non addolorato.
Abbiamo visto l'ultimo messaggio sulla sua pagina Facebook esord l'ufficiale con tono solenne. Abbiamo, come dire che l'avevano vista loro, l'Arma dei Carabinieri. E un'aggiunta molto personale, a rimarcare che lui era diverso, per cultura:  una frase di Franz Kafka. Anzi una frase modificata, perch per Kafka quello  il punto in cui si deve arrivare.
Ardig valut l'affermazione.
Norrieri era uno che leggeva i classici?
Non saprei dirti.
Lo conoscevi?
Oddio, conoscerlo... s e no, nel senso che lo conoscevo da tanti anni ma non sapevo quasi nulla di lui.
Dunque non eravate amici?
No, amici no. Non lo ricordo come uno di compagnia. Eravamo stati commilitoni. Aveva la mia et, un anno in meno mi pare. Intorno al 2000 era in servizio alla stazione di Affori dove ho avuto il mio primo distacco. Ci siamo incrociati l. Poi l'ho perso di vista spieg Fontana cominciando a svuotare il suo di sacco. Aveva un profilo atipico. Nel senso che dopo aver saputo della malattia della sorella si era offerto continuamente per incarichi da volontario nelle missioni all'estero per racimolare pi denaro possibile per consentirle le cure migliori. Bosnia, Kosovo, quindi Afghanistan e Libano. Per cui  stato all'estero per tanti anni. Quando rientrava era assegnato al reparto della Legione Lombardia, direttamente al comando regionale, con compiti di ufficio, ma tra licenze e permessi era un fantasma e io in quegli anni ero gi stato assegnato a Roma.
Fontana complet il resoconto in modo asciutto: Aveva il grado di appuntato quando  stato congedato nel 2011.
Vedo che sei ben informato.
Secondo te non mi sono ripassato la sua scheda prima di venire qui?
Ardig alz le braccia in segno di resa virtuale, quindi fece due conti anagrafici.
Congedato a trentasei anni. Come mai cos presto?
Fontana fiss la tazzina, perplesso, titubante prima di rispondere.
Dalla sua scheda risulta che non aveva superato i controlli medici. Precisamente non aveva superato i test psicologici attitudinali prodromici per essere assegnati alle missioni internazionali. Sono controlli rigidi, con dei protocolli impostati...
Nel tono del carabiniere percepiva una nota stonata, di imbarazzo.
Uhm, c' qualcosa che devo sapere?
Il capitano si prese un respiro, prima di lanciarsi senza rete.
Resta tra me e te. Intesi?
Ardig annu.
Nel 2009 era stato coinvolto in un terribile attentato in Afghanistan, vicino a Herat, durante un servizio esterno di pattuglia. Era esplosa una mina anti uomo. Lui e un commilitone erano rimasti illesi, per un altro era saltato per aria, sbriciolato dalla deflagrazione. Un'esperienza terribile. Norrieri non si era pi ripreso e i nostri consulenti non lo avevano ritenuto idoneo a tornare laggi.
E cos lo avete invitato a congedarsi.
Fontana scosse la testa.
Avrebbe potuto svolgere mansioni di ufficio, ma lui ha preferito lasciare l'Arma.
Sai che non mi stai convincendo del tutto?
Stavolta fu Fontana ad allargare le braccia.
Certo fossero tutti come te... capti anche un respiro, non ti si pu nascondere nulla.
E tu non nascondermelo.
Dopo i fatti di Herat aveva avuto una lunga licenza, ma al posto che migliorare mi dicono fosse peggiorato. Come testa, come umore, insomma era entrato in depressione e sempre in quel periodo  venuta a mancare anche la madre. Cos gli hanno proposto un congedo temporaneo.
Temporaneo in che senso?
Chiamala un'aspettativa se vuoi, sei mesi poi diventati un anno.
Un chiaro invito a smammare.
Lo sai come vanno queste storie, insomma chi veste la nostra divisa e ha in dotazione un'arma di servizio non pu non starci con la testa.
Ho capito. Tutto. E poi?
L'Arma non abbandona mai nessuno dei suoi, lo sai. Cos tramite un ex commilitone aveva ricevuto una proposta di lavoro per un'azienda privata di costruzioni.
So gi tutto, la Bra.Mar Costruzioni, ho visto dei dossier nell'appartamento, dossier su missioni all'estero. Realizzano grandi opere infrastrutturali, come ponti o gallerie, in Paesi africani o asiatici e necessitano di personale di sorveglianza altamente qualificato per evitare sabotaggi o sequestri.
Tu cosa mi dici? gli chiese Fontana.
Che tutto porterebbe al suicidio. Aveva in casa bottiglie svuotate e farmaci antidepressivi e prima di lanciarsi potrebbe aver avuto una crisi isterica che lo ha portato a fracassare i computer e le apparecchiature tecniche che aveva nello studio. Sembrava una centrale del Mossad. Poi aveva una sorta di santuario in memoria della sorella, con candele da cimitero e pure una preghiera, un Atto di dolore che mi suona tanto di ultima volont, come se avesse voluto pulirsi la coscienza prima di farla finita.
Fontana rovist perplesso tra i fondi della tazzina, giocando con lo zucchero rimasto raggrumato, dove cercava di leggere il prossimo futuro.
Mi ha detto il magistrato cui collaboro, il dottor Calavera, che si prepara ad archiviare il caso se non troveremo riscontri per un fascicolo per omicidio.
Il capo della Omicidi si rabbui in viso.
Non vede l'ora, una rogna in meno. Deve correre dietro ai vostri mafiosi che bruciano i rifiuti illeciti.
Fontana sorrise, poi torn serio.
Hai usato il condizionale nella tua ricostruzione. C' qualcosa che non ti torna?
 proprio questo il punto: torna tutto, anche troppo. Tu vieni qui a dirmi che il tuo ex commilitone aveva problemi psichici dopo un attentato in Afghanistan ed era caduto in depressione e per questo lo avevate esentato dalle missioni estere e poi invitato a congedarsi dopo la perdita della sorella e della madre. Io a mia volta ti dico che la pagina sui social sprigiona la stessa allegria di un sito di servizi funerari, che era solo come un cane, anzi ti aggiungo che gli era morto pure il cane, e che la casa era zeppa di bottiglie vuote e antidepressivi. Mettici che su Facebook lascia quella frase travisata di Kafka in cui dice che la corsa  finita. Eppure...
Eppure?
Gli raccont della pettorina numerata per la maratona dell'Adda e delle pratiche burocratiche per la successiva missione in Somaliland.
Fontana inal le notizie senza battere ciglio.
Se  stato un raptus, un momento di follia depressiva, un suicidio non premeditato, ma improvvisato in una sera pi buia delle altre, non vedo nulla di strano che avesse pianificato iniziative future...
Io s che lo vedo il qualcosa di strano. A cominciare da quella rosa nera incastrata sul davanzale. Sar sesto senso, eppure a me qualcosa non torna. Poi perch bendarsi con quella sciarpa nera come fosse un condannato al patibolo?
Per esorcizzare la paura del salto nel buio.
La stessa risposta di Santoni.
Ad ogni modo adesso sono affari tuoi. Piuttosto avverti subito i colleghi della Bra.Mar.
Fontana annu prima di rivolgergli una domanda.
Come procede l'indagine sul corpo dell'Isola dei Cipressi?
Vedo che le voci girano. Avevo capito che si trattasse di un'indagine riservata.
In cui per siamo coinvolti anche noi, dato che vi state appoggiando alla nostra stazione locale. Quando vi fa comodo allora il nostro radicamento territoriale vi ritorna utile.
Touch.
E a te cosa importa? O pensi si tratti di uno dei tuoi malavitosi che giocano a fare i piromani con rifiuti illegali.
Fontana sventagli una mano per fermarlo.
 solo che il senatore, Sovrani intendo,  un vecchio amico di famiglia. L'azienda di mio padre  in affari con i suoi cantieri da anni. Ma non mi dire nulla, non voglio metterti in imbarazzo.
Che devo dirti, tanto? Che sono fermo al palo? Che non trovo uno spunto per cui qualcuno avrebbe dovuto fare la pelle a un vecchio rottame della malavita che non esisteva pi come Spreafico? E che in pochi giorni mi sono arrivati addosso il femminicidio di via Kolbe e ora il suicidio di Norrieri? Meno male che almeno questa rogna tocca a voi smazzarvela...
Rogna, un'altra volta quel termine sgradevole, come se la morte di essere umani fosse una rogna.
Non prosegu e anche il capitano dell'Arma decise di non andare oltre. Si alz scoccando un'occhiata al capo della Omicidi.
Ti vedo in gran forma.
Oltre a correre sto anche nuotando. Vorrei provare a fare un iron man.
Ti andrebbe di giocare a squash? Ho ereditato il campo da mio fratello che si  fatto male ad un ginocchio e per un po' star fermo...
Che significa che hai ereditato il campo?
Che lo prenota tutto l'anno, per cui  gi pagato. Stavo cercando un avversario tosto. Giochiamo nel centro fitness di via Piranesi, da casa tua non  scomodo.
Mai preso in mano una racchetta in vita mia.
Io ho giocato a tennis, mai a squash. Sono due sport diversi. Che dici?
Perch no.
Domani sera alle nove?
Andata.
Ok, vado a ispezionare l'appartamento del povero Norrieri e poi vado alla Bra.Mar.
E ti regalo un consiglio in cambio del caff offerto: evita quel rompiscatole del portiere. Fidati di me.
L'indigesto calice della conversazione con Carletto Melegari, il portinaio filosofo, se lo stava tracannando il povero tenente Rea.
Fontana insieme a un giovane appuntato era salito al quinto piano per visionare l'appartamento dell'ex commilitone.
I poliziotti che avevano effettuato la precedente perquisizione avevano repertato gli ansiolitici, le bottiglie e pure la rosa nera. Il lumino era stato spento, restavano sul pavimento dello studio i rottami delle attrezzature informatiche.
Sembrava l'opera di un folle, l'ira incontrollabile di un pazzo che distrugge tutto quello che vede.
La telefonata era giunta un minuto prima, direttamente dall'ufficio del direttore del carcere di San Vittore.
Ora Ardig fumava una bionda per far fluire la rabbia attraverso il fumo.
Luciano D'Orazio non aveva retto al rimorso, oppure alla paura di trascorrere anni in carcere, forse a entrambi.
Nella sua prima notte in cella, da solo, nel buio della sua solitudine, anche interiore, aveva scelto di punirsi, o di alleviare le sue sofferenze. Improvvisandosi equilibrista era riuscito a fissare le lenzuola alle sbarre della finestra, legandole con forza, quindi aveva appoggiato i piedi alla branda in modo obliquo ed era saltato.
Questione di pochi centimetri. Le piante dei piedi sfioravano il pavimento senza appoggiarsi.
Lo avevano trovato quasi subito.
Il giro di ronda in questi casi, nei casi dei detenuti ritenuti pi fragili e rischiosi, viene intensificato, ogni mezz'ora.
Erano bastati pochi minuti per spedirlo in gravissime condizioni all'ospedale San Carlo.
Succedeva alle sei del mattino, pi o meno quando il Carletto Melegari trovava il corpo maciullato di Corrado Norrieri.
Per tutta la giornata i medici avevano tentato di strapparlo alla morte che aveva scelto, senza riuscirci. Luciano aveva raggiunto Letizia con qualche ora di ritardo, un giorno e mezzo o poco pi.
Se nell'al di l esisteva davvero la tripartizione dantesca non si sarebbero sfiorati e Lucky sarebbe precipitato nei gironi pi oscuri degli inferi: chiss come lo avrebbe giudicato Minosse, il mostro incaricato di spartire le anime dannate in base alle colpe commesse nelle loro vite sciagurate.
Lo avrebbe punito come omicida o come suicida?
Oppure erano tutte cazzate e di l c'era solo buio. O luce. Oppure un cazzo.
Il tenente Mancini si era fatto correggere il caff con un dito di liquore. Si era accomodato a un tavolino del bar interno al centro commerciale Leonardo.
La notizia, se confermata, era da far tremare le vene ai polsi.
Er Cherubino a Roma era tante cose, o forse era stato.
Alcune erano vere, altre frutto di leggende.
Di sicuro era uno degli ultimi eredi della Magliana, il quartiere dove era nato e si era fatto strada, sui marciapiedi di quella periferia dove aveva frequentato la miglior bottega del crimine che un balordo ventenne potesse bazzicare nei primi anni Ottanta: quella dell'omonima banda.
Era stato un enfant prodige della malavita.
Un predestinato al trono, er Cherubino.
Lo chiamavano cos perch aveva un bel visino, angelico. Uno che piaceva alle donne, alle figlie come alle mamme.
Belloccio, elegante, educato, atteggiamenti da gentiluomo, un angioletto che sotto la giacca nascondeva un figlio de na mignotta come pochi altri. Scimmiottava abbigliamento e modi di fare del suo mentore, il boss Enrico De Pedis, il mitico Renatino e forse sognava di prenderne il posto, un giorno.
Ma non aveva nulla del carisma e della ferocia del bandito trasteverino.
Girava una leggenda sui due, che Giovanni Signore, proprio per via del suo aspetto da bravo ragazzo della porta accanto, fosse stato incaricato da De Pedis di rapire materialmente Emanuela Orlandi, convincendola a salire sulla sua automobile in quell'afoso pomeriggio di giugno del 1983, per poi condurla in periferia, dove era stata inghiottita dal nulla.
Lo sosteneva una testimone, mai risultata attendibile. Una che beveva, sniffava e sparava troppe balle per essere creduta. Dichiarazioni messe nero su bianco in verbali finiti in qualche archivio ad impolverare.
Di sicuro Cherubino si era sporcato le mani con lo spaccio, l'usura e altri traffici illeciti.
Ecco chi era stato l'angioletto della Magliana.
Via Ponte Seveso. La tipica strada della vecchia Milano, operosa e poco fighetta, a due passi dai bastioni della stazione ferroviaria pi grande d'Europa e dalla piccola via Gluck cantata oltre mezzo secolo prima da Adriano Celentano.
Facciate scolorite, lo smog impregnato nel cemento, neppure un albero.
Gli uffici della Bra.Mar Costruzioni srl erano a due passi dai bastioni della stazione Centrale, per un'ovvia scelta logistica di posizionamento. L'azienda conservava il nome dello storico fondatore, il sciur Mario Brambilla, deceduto sette anni prima.
I figli avevano ceduto immediatamente le quote societarie ad un fondo gestito da privati e da una nota banca. Non esisteva pi un imprenditore di riferimento, ma la ditta andava avanti anche senza il fondatore.
Nessuno quel pomeriggio sapeva della dipartita di quel loro taciturno dipendente, addetto alla sicurezza nei siti all'estero.
Toccava a Fontana recapitarla di persona.
L'ingrata notizia lo aveva preceduto attraverso una telefonata del comando di via della Moscova pochi minuti prima, annunciandone l'arrivo.
Dopo una breve anticamera una segretaria artefatta per il trucco pesante e la commozione teatralmente esibita, introdusse Fontana lungo il corridoio, fino all'ufficio del loro responsabile sicurezza, un cinquantenne dai capelli rapati che sfoggiava un fisico muscoloso e un'invidiabile abbronzatura fuori stagione.
Capitano Marco Fontana, Reparti Operativi Speciali si present.
Sergente Salvatore Altomare.
Un ex militare, doveva immaginarselo.
L'ufficio era un loculo di sei metri quadrati, con le pareti in cartongesso. Dietro la scrivania mappe del corno d'Africa, divise per Stati e alcune fotografie in bianconero, scatti in posa: i ragazzi della security della Bra.Mar srl. Mica tanto ragazzi, tutti oltre la quarantina.
L'occhio allenato del carabiniere individu immediatamente la sagoma di Norrieri tra quegli uomini in maglietta scura e occhiali da sole. Nemmeno l sorrideva.
L'occhio altrettanto allenato dell'ex militare non era da meno.
Brutto carattere il povero Corradino nostro che non rideva mai. Era come quella statua mitologica, ha presente, Atlante, quello che si porta in spalla tutto il mondo?
Una citazione dotta da parte di un uomo d'azione, uno da prima linea.
Fontana si studi Altomare qualche istante.
Gli occhi liquidi, le vene gonfie sul collo. L'aria di uno scaltro, uno che sapeva il fatto suo.
L'altro lo anticip, snocciolandogli rapidamente il suo curriculum: era stato un sergente nei paracadutisti dell'Esercito italiano e aveva partecipato a missioni in Somalia, Afghanistan e Libano. Un altro esperto di scenari internazionali a rischio.
Norrieri lo aveva conosciuto pochi anni prima, lavorava gi per la precedente Brambilla Costruzioni srl prima del suo arrivo.
Vedi - era passato subito al tu, come se fossero colleghi - per me  questione di vil denaro, come si dice pecunia non olet.
E due, doveva essere tipo da citazioni.
Gi, a casa, sono separato, tengo tre figli da due mogli diverse, un fratello senza lavoro, un padre malato, e li mantengo tutti io con la mia fatica. Per per Corrado mica era cos. Lui mica lo faceva per i soldi.
In che senso?
Che un altro lavoro qui lo trovava senza farsi il culo nel deserto. Ma lui era in fuga, fuggiva in missione, pi chilometri metteva tra lui e la sua vita e meglio era, non so se mi capisci?
Lo capiva, anche troppo.
Stava tracciando un ritratto impietoso nella sua disarmante sincerit.
Non ti ha sorpreso che si sia tolto la vita?
Altomare appoggi i palmi delle mani sul tavolo, prendendosi un secondo di riflessione prima di rispondere, soppesando le parole sulla bilancia pi adeguata per non sbagliare su quanto stava per rivelare.
Moh, non esageriamo... se lo avessi proprio immaginato avrei fatto qualcosa, lo avrei portato da un medico, che so... per, mettiamola cos... pensandoci ora, s era il tipo che poteva decidere di farla finita. Ma lo sai anche tu che dopo  facile, sai come si dice: del senno di poi sono piene le fosse.
Terza citazione in cinque minuti. Roba da quiz televisivo, anche se Altomare era serio.
Non ci stava pi con la testa. Peggiorava di mese in mese. Depressione, una di quelle brutte bestie l, quei mali immaginari che nessun dottore ti pu curare.
Uhm. Eravate amici?
No, no, quando mai...
Annot la risposta secca.
Con Norrieri non era propriamente amico e non doveva neppure essere in rapporti idilliaci.
Non  che era cos chiacchierone. Mai una risata. Stava sulle sue. Poi guai a contraddirlo. E voleva sempre che la ragione stesse per lui.
Un bell'epitaffio generoso, manco un complimento, solo critiche.
Fontana evit di farglielo notare. Non era l per quello e Altomare era abbastanza sveglio da comprenderlo senza troppi giri di parole, per cui cambi antifona.
Ti dicevo che Corrado teneva nella capa tanti pensieri ingombranti, sempre. C'era quell'amico esploso davanti a lui in Afghanistan che non gli dava pace. E quello ci stava. C'era quella sorella morta giovane, era l'altra spina nel fianco. E pure quello ci stava. C'aveva il core oppresso, teneva il core fratturato e il core non s'aggiusta, non s'ingessa quando si frattura vir l'ex sergente, sparando un'altra citazione, stavolta attinta dalla saggezza popolare.
E poi non si dava pace per vecchie storie di cui non parlava mai. Manco fossero i segreti di Stato.
Altomare gli stava confermando che Norrieri era ossessionato da demoni che gli rimbombavano nel cranio e che lo condizionavano anche nell'attivit lavorativa.
A gennaio - aggiunse Altomare - abbiamo fatto una cosa veloce in Libia, appena dieci giorni, ci davano cinquecento euro al giorno, non so se mi spiego... e lui? Nulla, non  voluto scendere, teneva altro da fare. Ha detto che doveva andare a Roma per sbrigare una questione personale, cos ha detto. E che andava a fare a Roma? Manco avesse un'udienza da papa Francesco. E si vede che non teneva bisogno perch senn uno come fa a sputare su mezzo testone al giorno per guardare a quattro operai che riparano le condotte del petrolio?.
Decise che ne aveva abbastanza.
Norrieri aveva un computer qui? O uno schedario, una cassettiera, qualcosa?
No, no. Qui in ufficio no, perch non ci stava mai. A casa sua teneva le sue robe, poi lui c'aveva la mania dei computer. Devi vedere che attrezzature che tiene nel suo studio.
Peccato che gli hard disk fossero tutti distrutti irrimediabilmente.
A ogni modo il quadro era sempre pi completo.
Norrieri era un uomo che si portava addosso il dolore, impregnato nella carne e nelle viscere, un fardello che lo accompagnava pure nei deserti, negli scenari dove la priorit era salvare la pelle.
Un altro tassello che si incastrava alla perfezione.
Un suicidio.
Punto e basta.
Alla fine del pomeriggio i polpastrelli avevano rivelato l'identit della vittima, confermando che era proprio lui, er Cherubino, all'anagrafe Giovanni Signore, sessant'anni tondi, di professione imprenditore.
Una fedina penale lunga come l'autostrada del Sole. Precedenti per estorsione, ricettazione, associazione a delinquere, sfruttamento della prostituzione e soprattutto spaccio di stupefacenti.
Era nato spacciatore ed estorsore, ma fine anni Ottanta si era messo in proprio come imprenditore: gestiva un locale di lap dance tutto suo in un'elegante traversa di via Veneto. Un night dove ci bazzicavano anche le pornostar pi in vista di quel periodo.
Mica male per un pischello con la faccia angelica.
Fino a una notte maledetta, in cui una ragazza era crepata di overdose.
Era stato l'inizio della sua fine.
Il locale era stato chiuso dall'autorit giudiziaria e lui aveva cominciato a inabissarsi nello scivolo dei suoi tanti guai giudiziari e l'uccisione di De Pedis, nel 1989, gli aveva tolto pure la protezione divina dell'ottavo re di Roma, facendo precipitare er Cherubino in un inferno di arresti e processi.
Un'altra sigaretta, poi un'altra ancora per rallentare i pensieri, le considerazioni, quelle personali, generazionali.
Corrado e Luciano avevano la stessa et. Entrambi nati a Milano nel 1975.
Due uomini di poco pi giovani di lui.
Con vite diverse dalla sua.
Corrado non aveva nulla, solo la sua solitudine. Luciano forse aveva tanto con Letizia, ma lo stava perdendo.
Uno a San Valentino aveva scelto di togliersi la vita, l'altro di toglierla alla persona con cui aveva diviso sentimenti, risate, sogni, progetti, rinviando la sua fine di ventiquattro ore, mettendoci in mezzo una giornata in galera, riempita da rimorsi, colpe e paure.
Nel giro di un paio d'ore aveva gi esaurito tutto l'iter burocratico per archiviare il caso di via Kolbe. Il suo compito era finito, ora la palla avvelenata rimbalzava sulle scrivanie dei magistrati.
Il caso D'Orazio non sarebbe pi transitato sul tavolo del giudice per le indagini preliminari, per convalidare il fermo e avviare il percorso processuale per omicidio volontario.
Senza l'assassino non ci sarebbe stato alcun processo da celebrare, almeno non in sede penale. Eventualmente solo in quella civile per il risarcimento ai familiari.
E Letizia paradossalmente non avrebbe avuto nessuna giustizia terrena e neppure quella compassione riservata alla sola vittima, perch anche Lucky si sarebbe preso una fetta della pietas altrui. Poveretto, si  ucciso anche lui, l'amava, ha sbagliato, ma ha pagato gi le sentiva le persone che al bar commentavano la notizia.
La Polizia Penitenziaria avrebbe svolto un'indagine interna per accertare le modalit di suicidio, ma era un pro forma.
Anche il caso Norrieri sarebbe stato archiviato come suicidio. Perch Corrado Norrieri era stato ucciso da Corrado Norrieri. Punto. Senza scomodare le statistiche snocciolate dal prefetto.
Perch era questo che raccontavano i fatti.
Tre vite si erano concluse cos, a cavallo di un San Valentino funesto, anche se l'opinione pubblica come al solito era troppo presa in altre faccende pi leggere per accorgersene.
La dottoressa Della Rovere invece era ancora turbata, parteggiava per Letizia, avrebbe voluto portare alla sbarra Luciano per farlo rispondere del suo crimine davanti alla giustizia. Si limit a firmare e a chiudere l'incartamento.
La sezione Omicidi era libera di tornare a concentrarsi solo sul delitto Spreafico.
Ardig uscendo dall'entrata principale si sofferm a osservare la facciata imponente del palazzo dove si amministrava la giustizia degli uomini.
Quella scritta monumentale: IVSTITIA. E quella sottostante: IURISPRUDENTIA EST DIVINARUM ATQUE UMANARUM RERUM NOTITIA IUSTI ATQUE INIUSTI SCIENTIA.
Ne conosceva a memoria il significato: la giurisprudenza  la scienza degli affari divini e umani, dei fatti giusti e ingiusti.
Si domand ancora una volta quanto quella scienza amministrata dagli uomini e dagli dei fosse giusta o ingiusta continuando a trovare una sola risposta in fondo al suo animo, negli angoli pi bui.
L'unica legge giusta era quella biblica.
Frattura per frattura. Occhio per occhio. Dente per dente. Vita per vita.
La legge della dea Nemesi.
Luciano D'Orazio restando vivo avrebbe pagato un prezzo inferiore alla giustizia degli uomini. Impiccandosi e consegnando la sua vita a Dio aveva restituito giustizia alla sua Letizia: vita per vita!
E Corrado Norrieri? Perch aveva sacrificato la sua vita?
E Roberto Spreafico? Quale vita aveva interrotto per dover pagare con la sua?
...
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...
6.
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...
Di Isabella restava solo il tronco maciullato, con il collo attaccato a un volto sfigurato.
I monconi degli arti senza le estremit.
I varani si erano divorati mani, avambracci, piedi, persino un ginocchio e avevano azzannato anche l'inguine, scavandolo a morsi, risalendo fino al ventre, aprendo cavit oscure, infierendo anche su una mammella.
L'uomo trattenne il vomito.
Non era la prima volta che si trovava di fronte a un corpo cos scempiato.
In un'altra vita vissuta altrove, tanti anni prima aveva visto un commilitone saltare per aria su una mina anti-uomo, nella provincia afgana di Herat.
La deflagrazione lo aveva tranciato in due, spappolando tutto quanto stava sotto l'ombelico. Era sopravvissuto per qualche minuto, in un limbo di semi coscienza, perch il cuore batteva ancora e il cervello trasmetteva gli ultimi residuali impulsi nervosi. Sopravviveva perch gli organi vitali erano sostanzialmente intatti.
L'esanguamento gli stava prosciugando il sistema sanguigno.
Non sentiva dolore per via dello choc subito e per l'endorfina pompata a mille nelle arterie.
Articolava frasi connesse ma decontestualizzate.
Chiedeva degli amici, della moglie, della bicicletta, del mare, come se si trovasse in Italia e non in quella pietraia intrisa del suo sangue nero.
Non aveva realizzato che sotto non c'era pi nulla, che dall'ombelico in poi non esisteva pi.
L'emorragia lo aveva prosciugato in qualche interminabile minuto.
Aveva chiuso gli occhi, si era lamentato per il freddo e fine di tutto.
Non avevano nemmeno provato a soccorrerlo.
Non sarebbe servito a nulla. Stavolta era anche peggio. Era peggio di una mina anti uomo.
...
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...
Milano, 16 febbraio 2019.
...
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...
Quella notte erano venute a trovarlo in un limbo dove il sogno oscillava sulla sottile linea onirica che lo separa dall'incubo.
I volti cerulei di Chalisa, di Piyaporn, di Prissana, di Jiriprapa.
Erano loro e gli ricordavano che se ne era fottuto, anche lui, come gli altri.
Poliziotti, carabinieri, magistrati. Tutti concentrati a farsi le pippe nel proprio orticello, incapaci di gettare uno sguardo oltre il recinto della propria provincia, facendosi schermo con le solite scuse istituzionali politicamente corrette: pochi uomini per coprire i turni, troppi casi da seguire.
Quattro ragazze erano state trucidate in un arco temporale prolungato e discontinuo.
A devil provvls in the city of Angels.
Quella frase non gli tornava e lo ossessionava come un incubo, impedendogli di riaddormentarsi.
Per questo alle sette di quel sabato mattina era gi in ufficio, dopo aver visto il fondo di tre diverse tazzine di caff in tre diversi bar tra via Torino e piazza San Giorgio. In quei resti intrisi di zucchero e caffeina intravedeva neri presagi.
Reduce da quella strage di espressi, sal in ufficio per attaccarsi alla tastiera all'inseguimento di un'intuizione: quella frase era la chiave per interpretare il primo messaggio. Solo quella frase.
Per questo aveva deciso di tentare la sorte, interpellando l'oracolo di Google.
Il responso sibillino era nascosto in una sfilza infinita di link. La maggior parte, inevitabilmente, conducevano a Los Angeles, per eccellenza la Citt degli Angeli, ma non era l'unica metropoli angelica.
Solo un link rimandava a un articolo online del Bangkok Daily News del gennaio del 2011.
Il titolo era proprio quello: A devil provvls in the city of angels. A seguire il sottotitolo: Ratanokosin, second strangled woman in three months.
Rimase perplesso. Cosa significava Ratanokosin?
Nuovamente cerc su Google.
Stavolta il responso era di facile comprensione. Ratanokosin era un quartiere di Bangkok ad alta attrazione turistica e quell'articolo raccontava che un diavolo si aggirava nella capitale thailandese, dove, solo in quel quartiere, erano state strangolate due donne in tre mesi.
Un diavolo sanguinario e crudele.
Nel giro di un'ora i suoi uomini avevano sommerso la scrivania di articoli di siti thailandesi, articoli scritti in inglese. Erano quasi tutti del Bangkok Daily News il quotidiano che informa i tanti cittadini occidentali che popolano la capitale thai.
I locali la chiamano Krung Thep che significa proprio la citt degli angeli spiegava Pinton, indicando gli articoli.
Another young woman found strangled in Silom titolava un'altra pagina web del Bangkok Daily News. La data era quella del settembre del 2011.
Quindi un altro articolo, sempre in inglese, del Bangkok Post, stavolta a novembre del 2010: Sukhumvit: corpse of a killed woman.
Sono tutti quartieri popolari di Bangkok, quelli di maggior richiamo turistico, quelli a maggior offerta in termini di prostituzione rivelava l'ispettore veneto, che due anni prima era stato in viaggio di nozze proprio in Malesia e Thailandia e aveva avuto modo di visitare la Citt degli Angeli e i suoi quartieri pi caratteristici.
Ardig scrutava inquieto i fogli stampati, prendendo atto della complessit del caso che stava affrontando.
Quasi dieci anni prima in Thailandia si erano verificati quattro omicidi seriali, almeno quattro. E anche secondo la stampa thailandese le ragazze erano state ammazzate da un unico assassino che avrebbe colpito tra il 2010 e il 2011 a Bangkok.
Proseguite con la ricerca. Cerchiamo di scoprire se dopo il 2011 si sono verificati altri omicidi di quel genere a Bangkok.
Pinton prov a resistere.
Ma capo, in una citt da quindici milioni di abitanti, con quel tasso di criminalit e di prostituzione... obiett il vice.
Non mi frega un cazzo, fate questa ricerca e fatela alla svelta.
Gli addetti della centrale idroelettrica dell'Adda stavano approfittando della giornata di sole per svolgere i loro rilievi di routine, tra cui la misurazione del livello dell'acqua del fiume che, proprio in quel punto, veniva incanalato in un grande bacino imbrifero creando un lago artificiale intorno al quale erano sorte piste ciclabili, bistrot e piccoli capanni da pesca al limitare del bosco.
Sullo sfondo si stagliava la sagoma imponente della centrale con annesse vasche e chiuse idrauliche.
Una di queste immetteva in un canale sotterraneo protetto da una grata metallica a rete, per evitare che i pesci venissero risucchiati dalla corrente e finissero triturati dalle eliche interne. Succedeva ogni tanto che la grata cedesse per un allentamento delle viti di sostegno. Era successo nelle precedenti notti di maltempo.
Tuttavia, le viti non si erano allentate, sembravano letteralmente rimosse.
Difficile ipotizzare un cedimento strutturale. Ancora pi assurdo credere a un atto vandalico, che non avrebbe avuto alcun senso.
Tuttavia, seguendo il protocollo ordinario, l'ingegnere addetto alla manutenzione aveva immediatamente disposto il fermo delle eliche per un sopralluogo tecnico, mentre gli operai ristabilivano la grata protettiva.
Fiumicino non  Ostia, ma  attaccato a Ostia ed  a uno sputo da Roma.
Di pi.  lo sbocco sul mare dell'Urbe,  la sede del principale scalo aeroportuale italiano. Posizione invidiabile per commerci e traffici loschi, dallo spaccio al contrabbando.
Abbastanza per scatenare appetiti voraci di mafie insaziabili.
Abbastanza per uccidere uno come er Cherubino, per quello che era stato, per quello che forse era ancora, anche se lo nascondeva sotto le mentite spoglie dell'uomo di affari.
La giornata per il tenente Mancini si prospettava maledettamente lunga e complicata.
L'ufficiale rifletteva osservando dalla finestra dell'ufficio, al terzo piano della palazzina color sabbia che ospitava la stazione locale dei Carabinieri, il viavai di aerei che atterravano e decollavano dai terminal del pi grande hub italiano.
Quell'omicidio poteva davvero essere opera dei nuovi clan emergenti, in perenne lotta per il controllo del territorio.
Tuttavia, i sicari dei clan sparano e basta lasciando le loro vittime sul marciapiede, esposte alla vista di tutti, mentre quell'angelo caduto da un cielo nero come la sua anima era stato infagottato con quel sacchetto di plastica e gettato nel fango del canale, all'altezza di via Giulio Romano, lontano da ogni sguardo.
Il luogo dell'esecuzione era stato studiato: proprio davanti al grande centro commerciale del Parco Leonardo, a poche decine di metri dall'omonima stazione, collegata sul retro da un parcheggio a sua volta connesso con il raccordo autostradale.
Una stazione di fatto abbandonata, senza sportelli o personale. Solo le macchinette automatiche per emettere i biglietti. Le telecamere di sorveglianza rotte da chiss quanto. Zero occhi elettronici, zero testimoni oculari.
Il medico legale avrebbe dato maggiori risposte sulla tempistica e sulla modalit dell'omicidio soltanto dopo l'esame autoptico. Intanto, ufficiosamente, aveva gi anticipato che Signore era gi deceduto prima di finire pancia a mollo nell'acqua salmastra del canale e, apparentemente, non aveva subito percosse o lesioni superficiali.
L'unica abrasione era quella sui polsi. Oltre al buco sulla pancia.
Qualcuno lo aveva legato, gli aveva ficcato una pallottola nello stomaco e gli aveva infilato la testa in un sacchetto di nylon, prima di gettare il suo corpo in quel canale.
Le rivendicazioni poggiate sotto i ceri neri raccontavano che gli omicidi di Bangkok erano collegati a quelli della massaggiatrice thailandese, strangolata quattro mesi prima ad Assago e alle altre tre ragazze thai trucidate nel decennio precedente.
A devil provvls in the city of angels.
Quel diavolo adesso si aggirava nelle strade di Milano? Era lui, il diavolo, a inviare quei messaggi?
No, non quadrava.
L'unica vittima accertata era Roberto Spreafico, un malavitoso vecchio stampo, lontano anni luce dalla Thailandia. Non aveva manco un passaporto, lo avevano gi verificato. Per cui non era mai neppure uscito dall'Europa comunitaria.
Qualcosa non gli tornava.
E c'era pure un cadavere che mancava.
Era servita pi di un'ora per far diluire tutta l'acqua dalla conduttura interna temporaneamente sigillata.
Gli operai si erano calati da una scala a pioli di uno dei pozzetti interni. Avevano illuminato la galleria sotterranea con riflettori portatili rendendosi immediatamente conto che qualcosa non quadrava.
Qualcuno doveva aver gettato della spazzatura nella chiusa. Tra le eliche, simili a quelle delle navi, erano rimasti impigliati brandelli di stoffa che l'acqua non aveva trascinato via.
Iniziarono a ispezionare il condotto fino al suo sbocco, dall'altra parte della centrale idroelettrica, rilevando anomalie. Nelle fessure si erano incastrati dei detriti.
Uno degli inservienti inorrid.
Questa  carne, cazzo, qualche bastardo ha buttato dentro un cane o qualche altro animale.
L'altro tecnico indic i brandelli di stoffa.
I cani mica indossano i vestiti.
Il tenente Mancini sbuffava sconsolato.
Aveva brigato per lasciare il Friuli dove faceva un freddo cane e i ritmi di lavoro erano forsennati, eppure anche a Roma si stava ritrovando a lavorare quindici ore al giorno.
Almeno il clima era tornato quello romano, cullandolo con una temperatura non lontana dai venti gradi primaverili.
La stazione di Fiumicino era semideserta e silenziosa in quella tarda mattina.
L'ufficiale leggeva le carte facendosi compagnia con un sottofondo musicale che fuoriusciva dalle casse del computer. Dalle casse del pc sgorgava la voce di Antonello Venditti, tramite una play list impostata gratuitamente su Spotify.
Giovanni Signore non era stato propriamente un ladro. Era uno spacciatore, un estorsore, un usuraio, banalmente era un criminale, che per non si era macchiato le mani di sangue. Non direttamente.
Nemmeno nella sua prima vita, quella romana. Semplicemente una donna, nel 1989, era deceduta nel suo locale dove girava troppa polvere bianca e lui aveva pagato il conto per tutti. Poi, da detenuto, nel 1991 era stato trasferito da Rebibbia fino a San Vittore dopo una rivolta interna. E a Milano, una volta tornato libero, era restato per oltre dieci anni ritornando a fare l'imprenditore alla luce del sole. Ristoranti, bar, persino una discoteca nell'hinterland.
Non ci voleva molto a capire il busillis : attivit lecite e cristalline per ripulire i soldi sporchi del traffico di stupefacenti o dell'usura dei suoi amici, quelli che avevano ereditato l'impero della Magliana, con tutti i rivoli di denaro maledetto che colavano ovunque.
Dal 1996 era stato scarcerato in prova e da quel momento era scomparso dai radar delle Questure e delle pagine di cronaca fino a ricomparire a pancia in gi, dentro un canale maleodorante di acqua putrida, con una pallottola nella pancia e un sacchetto di nylon sul viso. Eppure, tra i clan vigeva una pax opportuna per tutti, per non fare rumore e riaccendere i riflettori sul litorale romano.
Ma Signore non era stato ucciso da un fantasma.
L'amaro alle erbe era quasi terminato.
La bottiglietta svuotata, tranne per un dito.
Padre Harald sorseggiava il suo nettare divino in silenzio, assorto nella lettura. Padroneggiava l'inglese come un vegano chiamato a saggiare la cottura delle costate di Angus, eppure gli bastavano quei pochi vocaboli anglofoni registrati nella sua mente allenata per comprendere.
 lo stesso uomo?
Non posso averne la certezza. Sembrerebbe lui.
Potrebbe interpellare la Polizia di Bangkok.
Che mi risponderebbe, bene che vada, quando andrei in pensione o gi di l.
E allora come pensa di procedere nella sua indagine?
Temo di dover aspettare.
La prossima mossa della Nemesi?
Gi. E poi manca ancora un cadavere.
L'officiale si vers l'ultimo dito di amaro.
Lei continua a credere di avere a che fare con un assassino visionario, un assassino narratore. E se stesse sbagliando? Ci rifletta.
Un vendicatore.
Esattamente. E la scia di sangue delle ragazze thailandesi  la traccia che deve seguire per risalire a lui, al diavolo.
Ardig sentiva il nervosismo montargli dentro.
Si domand se lo squash avrebbe avuto davvero un potere lenitivo dello stress, come aveva sentito vaticinare dai soliti soloni.
Mancini si era letto e riletto il referto del gabinetto dell'anatomopatologo.
Causa del decesso: asfissia meccanica. Nei polmoni nessuna traccia di acqua.
Il cadavere del Cherubino si trovava in quell'acquitrino da una manciata di ore. La pallottola era penetrata nel tessuto addominale andando poi a incastrarsi nella costola inferiore, senza provocare danni agli organi vitali.
Insomma, una ferita che si sarebbe rivelata letale solo in caso di prolungata emorragia.
C'erano poi danni ai tessuti esterni provocati dall'aggressione di fauna ittica, animali roditori e volatili. Le tracine e i piccoli pesci, insieme ai roditori, alle pantegane, avevano divorato alcuni brandelli di carne, concentrandosi sulle parti adipose della zona lombo-sacrale.
Un dettaglio lo stup: incastrato nell'esofago era stato rinvenuto un anello.
Via mail erano state inviate le foto.
Appariva ossidato, ingiallito. Un piccolo brillante attaccato. Un culo di bottiglia. Roba da bigiotteria.
Che senso aveva quello sfregio? Far inghiottire alla vittima un anello da due soldi?
Poi c'era un'altra anomalia in questa vicenda dai contorni torbidi come quell'acqua salmastra da cui lo avevano recuperato.
Perch l'assassino lo aveva gettato in quel canale a fianco alla ferrovia?
Cos lo avevano rinvenuto facilmente. Eppure, poco lontano c'era il Tevere, nascosto dietro una folta vegetazione, in una zona dove non andava nessuno in inverno. E poi il mare era a due passi.
Perch buttarlo l? Nessun delinquente della zona avrebbe commesso una simile imprudenza.
E poi perch ucciderlo? Racket? Usura? Uno sgarro?
Stavano brancolando nel buio, senza uno straccio di movente.
Perch l'omert era una regola aurea anche a Parco Leonardo, dove nessuno vedeva, sentiva o diceva nulla.
La palla da squash era nera con un foruncolo giallo in mezzo.
Non rimbalzava. Era dura. Un pezzo di plastica rigida plasmato in forma sferica.
Come cazzo facciamo a giocare con 'sta pietra? borbott il poliziotto, mentre si ostinava a cercare di farla rimbalzare, inutilmente.
 composta di materiale termico, appena si scalda vedrai che rimbalza.
E come si scalda?
Con gli urti, fidati.
Iniziarono a scambiare i primi colpi di riscaldamento, scagliando la piccola sfera con forza.
Lo squash ha regole pi semplici del tennis.  un ping pong senza tavolo, dove il muro  la rete da oltrepassare virtualmente, con un unico campo che resta sempre lo stesso, pur cambiando di appartenenza in base ai colpi sul muro, come se gli avversari si fronteggiassero e non fossero uno di fianco all'altro. Un gioco dove puoi far rimbalzare la palla sul suolo solo una volta, utilizzando le pareti laterali come sponde e pure la vetrata alle spalle, a patto ovviamente di non farla rimbalzare pi di una volta.
Pochi colpi e la pallina cominci immediatamente a scaldarsi e a rimbalzare.
Ardig inizi facilmente a impratichirsi della racchetta, pi piccola di quella da tennis.
Un istruttore, illustrandogli velocemente le regole, gli aveva mostrato come impugnarla pi efficacemente, piegando il gomito ad angolo retto, con una postura diversa dal tennista, pi simile per l'appunto al ping pong.
Prendila a sberle, lo squash  questo e studia i rimbalzi per muoverti il meno possibile. Lo squash  uno sport di resistenza e durata, vince chi ne ha di pi gli aveva suggerito il tipo.
Fontana invece la inforcava come fosse sul un campo da tennis, estendendo il braccio.
A quanto giochiamo? A 21?
Boh, a quanto si gioca?
Lo decidiamo noi.
Iniziarono a martellare colpi nella gabbia tra sbuffi e strilli che parevano quelli dei doppiaggi di un film hard.
Il carabiniere giocava meglio, impostando le traiettorie e i rimbalzi, aveva occhio e senso tattico, il poliziotto invece sparava missili.
La sfera finalmente si era infuocata e ora rimbalzava come una palla matta di quelle con cui giocavano i bambini ai loro tempi.
Nella prima partita non ci fu storia: 21-3 per Fontana.
Ma Ardig comprendeva in fretta i trucchi.
Meglio stare indietro, verso la vetrata, e avvicinarsi poco al muro.
L'equivalente della rete nel tennis, dove pi facilmente vieni sorpreso dall'avversario.
Colpo dopo colpo, scambio dopo scambio, intu che era fondamentale occupare strategicamente l'incrocio delle linee sul pavimento, il centro della croce. Il punto equidistante tra i due estremi.
Anche la seconda partita fu senza storia: 21-6.
Per Fontana, nuotatore provetto, muscolatura tonica grazie ai macchinari della palestra, non era un iron man. Non correva, non andava in bici, non si sparava centinaia di flessioni ogni mattina sul pavimento. Batteva meno forte e calava negli scatti brevi con il passare dei minuti e l'aumentare della sudorazione.
Su un campo da tennis lo avrebbe annientato, in quella specie di acquario la tecnica cedeva alla forza.
Nella terza partita i valori si avvicinarono: 21-14.
Fine dei cinquanta minuti di campo prenotato.
Fine delle ostilit per quella sera e fine dei sorrisini sbruffoni del carabiniere.
La distanza si era ridotta.
Uscirono stremati, stanchi e disidratati.
Ci facciamo una sauna?
Pure?
Tre minuti, non di pi.
Prima una doccia fredda, per spalancare i pori, poi dentro, sulle panche di legno, a bollire vivi. Quindi due Gatorade al limone e una lunga doccia.
Venti minuti dopo erano al ristorante self service interno al moderno centro fitness. Dietro le vetrine insalate con i pi svariati cereali, dal farro all'orzo, dal mais alla quinoa. Poi vasche con tagli di tonno, roast beef e tacchino affettato, quindi la frutta, con macedonie di mille diverse composizioni. Niente vino, birra o bibite gassate. Solo acqua e centrifugati gi pronti in bicchieri sigillati.
Mens sana in corpore sano , anche a tavola.
Te la sei cavata bene. La prossima volta mi batti di sicuro esord Fontana, sincero. Da sportivo voleva un partner che se la giocasse alla pari.
Aveva riempito il suo piatto di riso bianco, tonno, fagioli e ceci.
Volevi vincere facile? replic Ardig, che aveva guarnito il suo piatto di lattuga, mais, pomodori e tonno con due uova sode e un'abbondante razione di olio.
Non avrei scelto uno come te come avversario se mi piacesse vincere facile.
Parlarono qualche minuto di squash e del centro fitness dove si trovavano, proprio a due passi dall'appartamento di via padre Kolbe.
Ardig si rabbui, pensando a loro, a Letizia e Lucky.
Fontana capt al volo il cambio di umore.
Almeno aveva gi confessato il bastardo di ieri?
Ni... l'avvocato stava impostando il solito copione del raptus improvviso e del pentimento sincero. Lo sai anche tu come sarebbe finita.
Otto anni e fuori.
Otto? Fai anche la met. E mi sarebbe piaciuto essere fuori ad aspettarlo quel giorno.
Cosa credi che a me non piacerebbe farla pagare davvero a quei bastardi che ci stanno avvelenando con i rifiuti tossici? Ma noi serviamo la giustizia, non la esercitiamo. Mica siamo i boia che eseguivano le condanne.
Chiamala giustizia...
Altrimenti sarebbe vendetta, no?
E non sarebbe meglio? Non sarebbe meglio applicare la legge della Nemesi? Non sarebbe meglio se tutti facessero come Lucky? Zero processi, zero condanne, zero mantenimento in carcere a spese dei contribuenti.
Fontana evit di contraddirlo.
Ardig scosse la testa, un'ombra oscura lo avvolse.
Difficile individuarne provenienza e composizione. Frustrazione professionale, impotenza investigativa, rimorsi deontologici.
E poi lui, il maledetto sesto senso a bisbigliarli che stava sbagliando tutto.
A devil provvls in the city .
Senza gli angeli...
...
.
...
7.
...
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...
Cercava di focalizzarsi su quel cadavere maciullato.
Si ostinava a individuare dettagli, ma la sua testa stanca e delusa si rifiutava di obbedire.
Non riusciva neppure a riconoscerla.
Isabella era stata una donna bella e attraente e, in un passato remoto, era stata anche fortunata.
Fino a quando la fortuna l'aveva tradita, lentamente, prima di abbandonarla del tutto in una notte maledetta su un'isola dannata.
La guardava e al suo posto vedeva un'altra donna, pi giovane, ancora pi sfortunata, anche lei divorata da mostri, invisibili.
Ma quella era un'altra storia, in un altro mondo.
Eppure, tutte e due erano morte da sole.
Senza di lui.
Le aveva perse, non era riuscito a proteggerle, ad abbracciarle, a salutarle.
...
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...
Milano, 17 febbraio 2019.
...
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...
Federico Malerba, dopo quasi vent'anni da redattore e inviato del defunto quotidiano La Voce Lombarda, dal 2017 era approdato alla concorrenza, Il Giorno, lo storico quotidiano voluto negli anni Cinquanta dalla lungimiranza di Enrico Mattei, l'uomo che aveva scoperto il metano nella pianura padana, dove poi si era misteriosamente schiantato in uno strano incidente aereo avvolto da una nube di omissis.
Un attentato mascherato da disgrazia dei cieli. Uno dei tanti misteri nella prima Repubblica dei segreti di Stato inconfessabili.
Nei successivi decenni Il Giorno aveva cambiato diverse sedi, mutato formati trasformandosi in un tabloid, alternando direttori ed editori, ma rimanendo sempre il quotidiano di riferimento dei lombardi per la sua cronaca dettagliata e capillare dai territori.
Malerba veniva utilizzato da esterno, con un contratto articolo 2, di quelli che non prevedono scrivanie dove ammuffire o cartellini da timbrare: semplicemente era un inviato contrattualizzato per redigere articoli di cronaca nera e giudiziaria.
Non aveva orari e al mattino poteva prendersela comoda.
Lucrezia, la sua storica compagna, si svegliava presto, per vestire gli austeri panni dell'avvocato e uscire prima delle nove per recarsi in tribunale o nello studio legale. Malerba si alzava poco dopo.
Quella domenica mattina per era in piedi gi alle otto. Si era alzato per preparare la colazione a Lucrezia, un piccolo pensiero domestico.
Il primo di una giornata di sudditanza: pronto a sottoporsi alla pi deprimente delle domeniche con un tour infernale tra i negozietti acquattati tra Brera e Cordusio, le botteghe di antiquari, restauratori e piccoli artigiani del legno, in cerca di oggettini e mobiletti per rinnovare l'arredamento, e poi tappa al mercato dei fiori e delle piante di piazza San Marco.
Prima per la colazione. Pancakes con marmellata e miele, la pastiera napoletana acquistata al supermarket, yogurt, il latte nella scodella e il caff espresso fatto con le cialde, gi fumante nella tazzina di porcellana. Dieci minuti di dolcezza per il palato, poche parole scambiate e poi in bagno a prepararsi per le grandi manovre.
Mentre la sua dolce met si stava facendo bella, il giornalista si era piazzato sul divano con l'iPad per leggersi i quotidiani tramite una rassegna stampa elettronica. Nell'attesa decise di scaricare gli eventuali messaggi rimasti sul secondo telefono, un vecchio cellulare dell'ultima generazione, prima degli smarthphone, quando erano solo telefonini con un piccolo display e una tastiera in rilievo metallico.
Un modello antiquato, che non utilizzava pi da troppo tempo, contenente la SIM aziendale fornita dal vecchio quotidiano che aveva rilevato dopo la chiusura della testata, per conservare il numero che nel tempo aveva distribuito a mezza Lombardia.
Quel 338-604... retaggio di anni che non sarebbero mai tornati.
Lo aveva impostato sulla funzione del trasferimento chiamate, senza trasferimento dei dati, ovvero dei messaggi. Ogni tanto lo accendeva per scrupolo, per scaricare sms o WhatsApp di chi ancora lo cercava su quel numero.
Una decina di messaggi lo attendevano. Inizi a rispondere a quelli provenienti dai numeri in rubrica. Ordinaria amministrazione.
Poi l'ultimo messaggio da un mittente che non aveva registrato.
Nel cerchio dell'immagine del profilo dell'account vedeva un paesaggio tropicale.
Clicc sull'immagine per ingrandirla.
Un'isola rocciosa contornata da un mare da sogno.
Selezion il messaggio e trasal leggendolo.
Alla fine l'ho trovato e il suo cadavere ti aspetta in un fosso nell'area Falck. Buon scoop e grazie di tutto. IsB
Rimase basito.
Non sembrava uno scherzo, eppure doveva esserlo.
Lucrezia emerse dal bagno truccata, elegante. Bellissima.
Osserv il gatto che dormiva acciambellato sulla poltrona e il padrone in pigiama con l'iPad e il cellulare sulle ginocchia, imbambolato come attendesse l'ispirazione divina.
Che bella vita che fate voi due borbott piccata, vedendo Federico cos assorto in chiss quali pensieri.
Ma mi ascolti? Ti vuoi preparare?
No, non la stava ascoltando. Riguardava quel messaggino.
Era arrivato alle due di una notte da poco archiviata.
Alle 2,26 del 15 febbraio.
Il suo cadavere... un omicidio, che altro.
Ma quel suo, perch?
Decise di avvertire Ardig.
Era la scelta pi logica.
E quella pi conveniente per rimandare il pellegrinaggio dagli antiquari alla domenica successiva.
Si erano trovati direttamente in piazza San Sepolcro, sotto la sede del commissariato Centro, dove la sezione Omicidi e reati contro la persona era stata distaccata da una dozzina di anni. Distacco temporaneo, per ragioni di spazio, ma di fatto diventato definitivo e ai cacciatori di assassini tutto sommato andava meglio cos. Un piccolo commissariato, silenzioso, ovattato tra le bellezze austere di quei vicoli secolari, abbastanza lontano dal trambusto della Questura.
Quella domenica mattina il baretto di via Cardinal Federico era chiuso, cos per l'espresso erano scesi gi in piazza San Giorgio in un elegante caff storico.
Poche chiacchiere.
Ardig si era limitato ad analizzare il messaggio.
Un morto in un fosso nell'area Falck.
Alla fine l'ho trovato.
Forse era proprio il morto che attendeva dal giorno prima, quello annunciato dal cero nero nella chiesa di San Gottardo in Corte.
Il numero di telefono era gi stato affidato alle attente cure dell'agente hacker Giuseppe Scalise che, attraverso i colleghi della Polizia Postale, aveva impiegato pochi minuti per dare un nome e un volto all'intestatario della SIM.
Siamo risaliti al titolare della scheda: Washington Scarone.
Tutti i presenti si voltarono verso Scalise.
Washington?
Eh... si chiama cos.
Come al solito l'agente hacker stava disboscando mezza foresta amazzonica per alimentare la risma di carta utilizzata dalla sua stampante, per mettere nero su bianco le informazioni su questo Scarone.
 nato a Milano nel 1972, libero professionista. Residente a Milano, in via Villani. Ah, usti...  un pregiudicato.
La giustizia italiana undici anni prima lo aveva condannato per spaccio di anabolizzanti e associazione a delinquere. Grazie allo sconto del rito abbreviato era riuscito a restare sotto il tetto dei trenta mesi complessivi, evitandosi la galera.
Quella italiana almeno, perch poi dentro c'era finito lo stesso e gli era andata molto peggio. La sua scheda raccontava che aveva scontato sei anni di reclusione in Thailandia condannato per detenzione di stupefacenti.
Ardig capt quella parola: Thailandia, collegandola all'incipit del messaggino.
Alla fine l'ho trovato.
Quindi esamin rapidamente l'organico in turno quella mattina. L'ottuso Linares, poi l'agente Zanella e l'ispettore Pinton, pochi e nemmeno tanto buoni.
Intanto Scalise stava completando il quadro descrittivo di Washington Scarone consultando l'abbeveratoio inesauribile di Facebook, custode di tutti i nostri segreti, condivisi con l'intero mondo.
La pagina  bloccata a chi non ha l'amicizia, ma osservate la parte pubblica.
Nessun dubbio, gli unici post visibili all'esterno raccontavano che l'uomo era un invasato di arti marziali.
Si rivolse a Pinton: Fai un salto in via Villani con Zanella e portati una volante in appoggio. Vediamo se questo Washington  in casa e nel caso prelevalo e portalo qui in commissariato. Noi intanto andiamo all'area Falck, se non lo trovate ci raggiungete subito.
Il noi comprendeva anche Malerba. Embedded . Aggregato alla squadra improvvisata.
Il cronista intanto elucubrava, escludeva categoricamente di conoscere questo Scarone.
Me lo ricorderei uno cos, poi con quel cazzo di nome.
Eppure gli aveva scritto e aveva concluso con un grazie di tutto.
Poi quella sigla, IsB.
Che cazzo significava? Perch la s era minuscola?
Oltre tutto poteva trattarsi di un banale errore di digitazione.
E poi grazie di cosa?
Quindi quell'incipit.
Il suo cadavere. Suo. Suo di chi?
L'ultima traccia di Giovanni Signore risaliva alla tarda serata del 14 febbraio.
Era rimasto al ristorante a guardare i conti dopo una serata da tutto esaurito.
Il giro di limoncello a tutte le coppie presenti lo aveva offerto lui, fluttuando tra i tavoli per dispensare sorrisi e complimenti alle signore. C'erano una sessantina di persone che potevano testimoniarlo.
Il suo telefonino, svanito nel nulla, risultava disattivato dalle 00,39 del 15 febbraio. Era quella l'ora in cui si era consumato il delitto.
L'ultima cella telefonica a cui la SIM presente nell'apparecchio risultava agganciata era quella di Parco Leonardo dove si era chiusa la vita spericolata del Cherubino: con una pallottola in pancia, un anello da due lire conficcato nella gola e un sacchetto di nylon a togliergli l'ultimo respiro.
Bruno Ardig e Federico Malerba erano stati compagni di tutto in giovent: di classe al liceo, di squadra quando giocavano a basket, di universit a Giurisprudenza, e di tifo, entrambi interisti, entrambi sfegatati fans dell'Olimpia Milano.
Amici veri lo erano diventati da adulti, intorno alla trentina, quando si erano ritrovati sui due fronti opposti della stessa barricata, quella della cronaca nera, uno come giovane commissario alla sezione Omicidi e l'altro come inviato per un quotidiano regionale.
Per anni gomito a gomito, sulla scena del delitto, nelle indagini, nei processi.
Da qualche anno il loro rapporto era meno intenso.
Malerba conviveva con la sua Lucrezia, una donna di carattere, anzi di carattere non facile, cos le uscite serali si erano diradate. E anche sul fronte della prima linea si vedevano meno: gli inviati sulla scena del delitto stavano estinguendosi per mancanza di fondi e di lettori. Nell'era dei social il giornalista centellinava le trasferte, limitandosi a raccontare i fatti stando dietro una scrivania, incollato alla tastiera, senza muovere le chiappe, senza farsi chilometri.
Quell'antico legame che saldava il loro rapporto tornava a splendere in quella domenica mattina di sole invernale in cui forse stavano viaggiando a vuoto.
Ardig aveva ceduto il volante della Giulietta all'agente Linares per riflettere.
Qualcuno che annuncia dove trovare quel cadavere, non un cadavere qualunque ma quello che cercava. Da quanto lo cercava? Settimane? Mesi? Anni?
Quell'aggettivo indicativo cambiava tutto.
Un qualcuno che si divertiva mandandoli in giro in un'area grande quanto il Wyoming, dove puoi nascondere un sommergibile nucleare, figuriamoci un corpo.
Il suo sesto senso professionale, allenato e sviluppato in troppi anni alla sezione Omicidi, gli sussurr che stava per iniziare una domenica da dimenticare.
L'area Falck  una spettrale cattedrale nel deserto che sopravvive tra l'estrema periferia nord-est di Milano e il comune di Sesto San Giovanni, il comune operaio per eccellenza, la Stalingrado italiana.
Un enorme sito di un milione e mezzo di metri quadrati, in totale stato di abbandono e degrado dai tempi del crollo del muro di Berlino.
Da quando era finito un mondo e ne era iniziato un altro. Per Milano, per Sesto, per tutti, tranne per l'area Falck, per la quale semplicemente era iniziato il crepuscolo. Come un anziano, arrivato a mettere gli otto come primo numero decimale. E poi i nove.
Un fantasma alla luce del sole, presente h24 e ben visibile a tutti, da decenni al centro di faraonici progetti di bonifica e riqualificazione rimasti sulla carta per via di fallimenti e inchieste giudiziarie sugli appalti relativi allo smantellamento dei vecchi ruderi fatiscenti.
Da lontano si intravedevano scheletri metallici di vecchi depositi e fabbricati, complessi in calcestruzzo ormai lesionati e un silos a fungo a rischio crollo.
Pochissimi gli esseri umani che si avventuravano tra quegli spettri del passato industriale, dove potevi finire sepolto da calcinacci o prendere il tetano. Neppure le prostitute o i tossici si azzardavano a infilarsi in quell'inquietante mostro dei tempi industriali che furono. Manco i senza tetto o gli immigrati clandestini ci dormivano.
Ardig aveva preferito andarci cauto, senza scomodare l'intera squadra Omicidi, facendosi accompagnare dal solo agente Linares. Uno bravo a menare, nel caso si fossero imbattuti in qualche balordo accampato in quelle strutture imbottite di amianto e ruggine.
Parcheggiarono la Giulietta davanti a un ingresso all'imbocco dell'ex cittadella industriale, all'inizio di viale Italia, uno stradone periferico di Sesto San Giovanni, parallelo alla tangenziale.
Un custode con la divisa blu di un'agenzia di sicurezza li accolse con espressione comprensibilmente stupita. Era solo, non poteva lasciare la postazione. Seppur perplesso li fece entrare invitandoli a muoversi con cautela e a piedi.
Appena scesi dall'auto Ardig realizz la complessit della loro ricerca.
Ripensando al cero nero bestemmi rivolgendosi alla dea Nemesi: se c'era il suo zampino, allora aveva scelto un posto del cazzo per scodellargli il secondo mortale giustiziato. Quel posto era immenso per una caccia al tesoro di quel genere!
Attese per qualche minuto l'arrivo di Pinton e Zanella, che confermarono di aver fatto un viaggio a vuoto in via Villani, solo per attaccarsi a un citofono senza ottenere risposta, li stavano raggiungendo, dopo aver lasciato una volante sotto la casa di Scarone, pronta a intercettare il sospettato.
Appena al completo iniziarono a camminare attraverso campi sterrati incolti; sullo sfondo la sagoma ingrigita della grande area industriale abbandonata, dove piccole rogge fuoriuscivano dalla zona delle ex acciaierie, alimentate dai bacini idrici dove si addensava la pioggia in voragini scavate dalle ruspe durante i precedenti tentativi di bonifica del sito.
Per fortuna non aveva piovuto negli ultimi due giorni e il terreno era tornato asciutto. Almeno, ragionava Ardig, non si sarebbero infangati ma solo impolverati, limitandosi a una passeggiata indesiderata tra gli scheletri di un passato che Milano e l'Italia intera avevano cancellato troppo rapidamente: le grandi aree industriali, cittadelle dove migliaia di tute blu lavoravano a ciclo continuo, alternandosi in turni di otto ore, sabati e domeniche inclusi.
Non era la preistoria, accadeva appena trent'anni prima, eppure quella Milano, quella che vedevano alle loro spalle, lo aveva dimenticato. L'acciaieria, gli stabilimenti dell'Alfa Romeo al Portello e ad Arese, altre grandi industrie ferrose disseminate tra l'hinterland e la periferia. Luoghi dove intere generazioni di milanesi avevano sputato sangue, respirato veleni, speso energie e fatiche, perso falangi delle mani e gli anni migliori, realizzando il sogno della capitale economica italiana.
La City odierna, tutta grattacieli e locali di grido, affari e movida, sesso e divertimento, era figlia di quegli anni, di quegli uomini, di quei colossi industriali. Dalle tute blu era nata quella citt all'avanguardia, sempre proiettata al domani che non si era pi voltata indietro, a ricordare chi erano stati i suoi padri, i suoi nonni.
Camminarono per oltre un'ora in mezzo a quelle strutture fatiscenti che emanavano un'inevitabile malinconia contagiosa, tranne in Linares che della poesia non sapeva che farne, sentenziando il pi ingrato degli epitaffi per quel retaggio industriale.
Minchia, che posto di merda, manco alla Zen di Palermo ci stanno fetenzie come questa.
Non guardare il panorama, guardati intorno lo rimbrott Ardig che disperava sul fatto che con quella testa ottusa, senza manco un neurone imprigionato dentro, quell'ammasso di ciccia e muscoli, potesse diventare un discreto investigatore. Solo al reparto mobile, la Celere, poteva stare uno cos. A manganellare gli ultras.
E invece Linares lo stup.
Queste sono tracce di fuoristrada.
Aveva ragione. Le sterpaglie insecchite dal freddo erano schiacciate in due solchi paralleli. E aveva ragione due volte, doveva trattarsi di un fuoristrada, perch su quel terreno accidentato una vettura ordinaria avrebbe fracassato le sospensioni dopo pochi metri.
Linares ci aveva preso gusto e indic una macchia pi avanti.
Laggi, le canne... ci deve stare per forza anche l'acqua.
Sorprendentemente vero. Ne aveva azzeccate due di fila.
Allungarono il passo.
Malerba acceler, voleva essere il primo.
Dietro le canne, alte meno di un metro, un microscopico rigagnolo quasi in secca, una sorta di cicatrice tra il terreno arido.
Un movimento capt la loro attenzione.
Dentro le sterpaglie un grosso roditore divorava indisturbato i rametti. Indifferente alla loro presenza proseguiva imperterrito nella sua opera masticatoria. Dal pelo fulvo, di un marrone grigiastro, pi grande di un gatto, pareva un castoro pi che un coniglio.
Minchia nu rattone indic Linares, schifato.
No,  una nutria lo corresse Malerba, mettendolo in guardia:  uscita dalla roggia, occhio che sono aggressive.
Ardig osserv qualche istante la bestiaccia. Sapeva che le zone agricole, soprattutto nella bassa lodigiana e pavese, ne erano infestate e che la Regione Lombardia, sobillata dalle richieste degli agricoltori, ne disponeva ciclicamente un abbattimento sistematico, definito con il termine evocativo di eradicazione. Battaglia persa in partenza perch le nutrie si riproducevano velocissime.
Risalirono qualche metro.
Un'altra nutria li osservava dall'acqua lercia, poi un'altra e un'altra ancora.
Cazzo ci sta qua? Ci fanno un allevamento di surci? protest Linares, zittito nuovamente da Malerba.
Devono avere le tane, di solito sono attratte da qualche carcassa di animale...
Non fece in tempo a finire la frase.
L'odore terrificante anticip la vista altrettanto terrificante.
Il cadavere di un uomo corpulento era l ad attenderli almeno da qualche giorno.
Gli abiti ridotti a brandelli.
Sdraiato, immerso in meno di trenta centimetri di acqua salmastra, sufficienti a gonfiarne la pelle violacea, in ampia decomposizione.
Nessun dubbio, era lui, era Washington Scarone e non poteva essere annegato in un rigagnolo profondo mezzo metro.
Era stato ammazzato, poi qualcuno aveva utilizzato il suo telefonino per annunciare dove trovarne il corpo. Non necessariamente l'assassino, forse un suo complice.
A ogni modo lo dovevano ringraziare, perch senza quel messaggino ricevuto da Malerba, per identificarlo avrebbero dovuto rivolgersi a una di quelle veggenti che con le loro carte dei tarocchi spillano i soldi ai turisti nei vicoli di Brera.
Ardig, impassibile alla morte altrui e a spettacoli oltraggiosi per l'animo umano, come quello a cui era costretto ad assistere anche quella mattina, si accese una sigaretta guardando quel poveraccio.
In T-shirt. Senza giaccone.
Non era arrivato l vestito cos. Qualcuno lo aveva trascinato in quella landa dimenticata da ogni Dio e quel qualcuno doveva essere al plurale, perch il morto doveva pesare intorno ai cento chili, o gi di l.
Ancora loro, gli stessi assassini dell'Isola dei Cipressi.
La stessa collocazione.
Acqua sporca e fauci per aggredire la carne in putrefazione, passando dagli alligatori alle nutrie.
Si rivolse a Linares che restava immobile, la bocca aperta e gli occhi sbarrati.
Sveglia! Chiama in commissariato, forza, voglio tutti qui.
Nell'attesa dei rinforzi ripens alle dichiarazioni trionfalistiche del prefetto mascellone nella conferenza stampa di San Valentino, smentito in tempo zero.
A Milano si uccideva ancora.
Un uomo uccideva la propria donna e altri esseri umani uccidevano un vecchio boss male in arnese e un bestione con la passione delle arti marziali.
Cos, giusto per ricordare al prefetto che le sue statistiche erano come la poesia per Linares.
Buone a nulla.
Non valeva la pena scomodare gli esperti del Racis.
Era bastato un vecchio orefice della zona della Muratella a esaminare l'anello. Si chiamava Giorgio Paganica, arrivava dal ghetto ebraico e da anni aveva trasferito l casa e bottega subito battezzato con due rapine con pistola puntata in faccia.
Mancini lo aveva conosciuto cos, quando lo aveva chiamato in caserma per riconoscere i due balordi che lo avevano minacciato e derubato.
Da quel momento erano diventati amici, tanto da riceverlo quella domenica mattina, a saracinesca abbassata.
Era un bel tipo Paganica. Piccolo, stempiato, occhiali grandi come fanali. Pareva una talpa e parlava con un romanesco tutto da sentire.
 roba de vent'anni fa, a sta' stretti, pure un venticinque de' annetti sentenzi esaminando la pietra con aria disgustata.
Quarzo da du' lire, questi te li tiravano dietro a trentamila lire ad anda' male. Roba da pischelli pe' le ragazzine...
Mancini si sfregava la barba incolta pensieroso. Gettare un anello vecchio e scadente nella gola di un boss che aveva fatto dell'eleganza e dello sfarzo il suo must poteva rappresentare l'ultimo insulto, l'ultimo sgarbo.
Mezz'ora dopo erano tutti l.
Quelli della Scientifica infilati nelle loro tute bianche parevano gli astronauti dell'Apollo 11 appena attraccati sulla superficie lunare. Peccato che il loro grande passo per l'umanit li avesse portati in una roggia maleodorante.
Avevano infilato stivaloni di gomma, sempre bianchi, per calarsi nel rigagnolo.
Le nutrie si erano allontanate da sole, infastidite ma non spaventate, per il trambusto umano, senza bisogno di eradicarle. Il loro sporco lavoro di mascelle era terminato.
Tiratelo fuori da l ordin Ardig, infastidito.
E il medico legale non lo aspettiamo? obiett un agente, che non aveva tutti i torti. Anzi.
Tanto, che cazzo ci pu fare l nel fosso?
L'acqua, il freddo e il tempo avevano corroso e compromesso ogni possibile elemento utile e per fortuna non dovevano identificarlo, tanto valeva riportarlo all'asciutto.
Con un'operazione macchinosa gli agenti legarono delle funi agli arti rigidi e lo sollevarono a pelle di leone. Pareva il recupero di un sarcofago da una tomba scavata nella terra.
Imprecarono, perch l'uomo pesava manco fosse un blocco di cemento.
Lo issarono con fatica, facendolo sgocciolare, liberando un fetore insopportabile trattenuto dall'acqua salmastra.
Il commissario sbuff, scagliando lontano l'ennesimo mozzicone. Che domenica di merda.
Forza, dai, diamoci una mossa.
Gli agenti lo ribaltarono adagiandolo di schiena esponendolo al pietoso sguardo dei presenti. Nessuna frase a effetto, lo sapevano tutti cosa avrebbero visto.
Il volto orribilmente sfigurato dai roditori che si erano accaniti sui tessuti molli, la carne quasi spolpata.
Anche Malerba lo osservava disgustato, ma senza esagerare. Qualche morto ammazzato lo aveva incrociato anche lui negli anni, rinforzando lo stomaco. La colazione ormai l'avevano digerita.
Intanto il dottor Salerno li raggiungeva, buon ultimo, arrancando tra il terreno accidentato.
Intu dalle chiazze di umidit del terreno che il cadavere era stato rimosso, a ogni modo evit di cavillare. Non era il tipo da sottilizzare. Si limit a osservare la vittima.
Anche Ardig studiava quel cadavere, un altro cadavere.
Quanti ne aveva visti in vent'anni di presunta onorata carriera?
Cos tanti da riempirci un campo santo, di quelli grandi per, tipo il Maggiore o il Monumentale.
In quel momento il commissario ripensava alla classificazione degli omicidi che aveva tentato di stilare tre giorni prima.
Stavolta era sicuro che quello che aveva davanti non era un femminicidio e non era neppure la conseguenza di una rissa in un locale o tra gang etniche.
Era una storia strana, in tutti i sensi. A partire dal contesto.
Erano a due passi da Milano ma sembrava di essere a Chernobyl.
Era febbraio, eppure faceva caldo in quella mattina di met mese, crocevia in una stagione incerta, in cui il calendario sentenzia che  ancora in inverno e il termometro indica che  gi arrivata la primavera con una giornata da diciotto gradi. Giubbotti sbottonati, sciarpe ripiegate in tasca.
Si stava bene fuori.
Anche l, anche se il panorama poteva essere migliore.
E poi, a rendere ancora pi insolita quella scena criminis cos anomala, c'era lui, il morto, in maglietta sbrindellata, total black, a maniche corte, a febbraio. Muscoli e tatuaggi a risaltare.
Il medico legale stava manovrandone gli arti, come fosse un manichino, rigido, duro. Durissimo.
Ardig lo stava fissando con uno stupore che sconfinava in un disgusto molto umano e poco professionale.
La postura cementata, quasi fosse una statua, la pelle violacea in alcuni punti e bianchissima in altri, gli occhi e la bocca spalancata, il fisico massiccio, un diluvio di tatuaggi inquietanti e altrettante cicatrici ne facevano una specie di mostro.
Gli ricordava il cattivo del film cult Highlander , l'action movie di met anni Ottanta, dove lo stereotipato antagonista era un inguardabile bestione con il collo ricucito con delle graffette che sfidava all'ultimo duello mortale il bel protagonista, interpretato da Christopher Lambert.
Nel cinema hollywoodiano di quegli anni era tutto semplificato: il buono era bello ed elegante, il cattivo uno orrendo e ripugnante, come quello l. Davvero bruttissimo.
Scarone appariva come un molosso oltre la quarantina.
La faccia quadrata, gli occhi sbarrati, i denti ricostruiti con un materiale che sembrava gesso.
Quale inferno aveva rispedito nel loro mondo quel mostro che pareva pi indicato per la festa di Halloween... non per quella di San Valentino appena trascorsa.
Abbastanza alto di statura ma non troppo, pi massiccio che muscoloso. Un bestione dai capelli rasati a scodella, azzerati sui lati, a spazzola in mezzo.
Indugi sul volto deturpato dai morsi delle nutrie: punteggiato di ecchimosi di un lilla ormai tendente al nero che insieme ad alcune cicatrici regalavano un effetto spaventoso, quasi demoniaco.
A devil provvls in the city.
Lo hanno pestato commentavano ad alta voce, tra di loro, gli agenti.
Il medico legale insisteva nel maneggiare le braccia indurite come tronchi: anche l c'erano tracce di escoriazioni, mimetizzate tra i tatuaggi impressi ovunque ci fosse un centimetro di epidermide libera, carte da gioco, stelle e pianeti, numeri romani, massime in latino e in italiano. Un FORZA e ONORE in stampatello, in carattere gotico, si dipanava sull'avambraccio sinistro.
Il dottor Salerno inizi a tastargli il cranio assumendo un'indecifrabile espressione del volto.
Ha trovato qualcosa?
Rilevo una profonda ecchimosi nell'area temporale.
Era stato colpito alla testa, eppure il medico legale non sembrava convinto. Qualcosa non gli tornava.
Infil le dita nella gola dell'uomo, esaminando la lingua, quindi le narici, poi scosse la testa.
Dunque?
Uhm. Prima di sbilanciarmi preferisco sottoporlo a un approfondito esame necroscopico. Mi dia tempo.
Tempo ne avevano. Non era il genere di delitto che scuoteva l'opinione pubblica assetata di giustizia, di quel Neanderthal non sarebbe fregato a nessuno.
Il coroner chiese di sollevargli la T-shirt, nera, senza marchi o figure, per poter eseguire una palpazione della cassa toracica.
I necrofori eseguirono, innalzando il sipario su uno spettacolo sorprendente: quel corpo parlava, raccontava a chi era in grado di capire. Ardig era tra quelli.
Il torace sembrava un murales.
Era interamente decorato con tatuaggi richiamanti la simbologia buddista, simboli che al capo della Omicidi ricordavano un passato che aveva relegato in fondo alla memoria.
Deve aver subito un violento pestaggio, ma  avvenuto qualche giorno prima del decesso stava vaticinando l'anatomopatologo, indicando numerose tumefazioni in via di assorbimento che si intuivano sull'area addominale e toracica.
Sui polsi c'erano degli ematomi.
Lo hanno legato con qualcosa di stretto rilev mentre Ardig osservava le nocche delle mani: erano quasi deformate e sui dorsi risaltavano due numeri 8, entrambi impressi a caratteri cubitali, con il solito stile gotico.
Un altro simbolo, un altro biglietto da visita per chi come lui era in grado di leggerlo.
Nella sua mente i neuroni correvano veloci.
S, quell'uomo aveva preso una fraccata di botte, ma sicuramente si era difeso e le aveva date a sua volta e quei tatuaggi, abbinati a quelle cicatrici, a quei lividi e a quella massa muscolare, portavano in una direzione precisa.
Si chin per esaminare da vicino il torace.
Sull'epidermide di uno spettrale bianco latte risaltava il carattere blu dei tatuaggi.
Sobbalz inquadrando i dettagli.
Sui pettorali si era fatto incidere dei Sak Yant, disegni geometrici richiamanti l'animismo buddista, considerati veri e propri amuleti per proteggere lo spirito e il corpo.
Da quel che ricordava derivavano da un'antica tradizione per cui erano i monaci dei templi buddisti a inciderli sui mitologici guerrieri Khmer al termine di un complesso rituale meditativo. Venivano eseguiti soprattutto nelle province, al confine con la Cambogia, dove ancora si trovavano esperti in quell'arte complessa che abbinava un percorso meditativo e spirituale al delicato procedimento di impressione dei caratteri attraverso cannule di inchiostro e bacchette. Ma probabilmente, nella Thailandia globalizzata e occidentalizzata, quei tatuaggi dall'elevato valore mistico venivano eseguiti in qualunque bottega di Bangkok e di altre localit turistiche...
Quell'uomo, quel lottatore, doveva aver vissuto abbastanza a lungo in Thailandia per assorbirne la cultura e gli usi tradizionali, inclusi i tatuaggi a elevato valore spirituale.
E quelle mani, quelle braccia, potevano sprigionare una forza omicida, potevano spezzare il collo di una ragazza leggera come un giunco.
A devil provvls in the city of angels .
Decise di non pensarci.
Ordin a due agenti di sollevarlo e girarlo di schiena per un'occhiata veloce.
Sotto l'area scapolare svettava un Gao Yord, una sorta di Duomo stilizzato, una figura geometrica simile alla struttura verticale di un organo a canne, con nove cerchi da cui scaturivano spirali proiettate verso l'alto a formare una piramide che richiamava protezione dal male e attrazione di energie positive come la forza e la salute.
Domand di sollevargli i pantaloni della tuta. Altri tatuaggi asiatici erano disseminati sulle gambe.
Fu in quel momento che lo vide.
Su un polpaccio risaltava un tipico dragone indocinese.
Diverso nel disegno, nella forma esteriore, ma identico nella sostanza: lo stesso soggetto del talismano draghiforme appeso alla catenina attorcigliata al cero nero rinvenuto il giorno precedente nella chiesa di San Gottardo in Corte.
Nessun dubbio, era proprio un Makara, l'elemento simbolico tradizionale, richiamante forza e vigore.
Erano tutte nozioni che aveva appreso una ventina di anni prima, quando trascorreva le sue serate in una palestra in periferia, in un passato che improvvisamente sembrava si fosse messo a inseguirlo, fino a raggiungerlo in un'indagine da incubo su un diavolo che si aggirava sotto la Madonnina.
Parco Leonardo non era diverso da Fiumicino, da Ostia, dalle periferie romane: silenzi e omissioni, improvvise cecit temporanee e selezionate amnesie a intermittenza, nel rispetto dell'aurea regola di farsi i cazzi propri per campare pi a lungo.
Er Cherubino era svanito con gli anni.
La gente si ricordava solo dell'imprenditore Giovanni Signore. Persona perbene, educata, galante con le belle donne, dolce con i bambini, a modo con i clienti.
Nella shop street gestiva un bar e una gelateria ed era socio di un centro estetico intestato a una cugina.
Lo piangevano due figli, entrambi pregiudicati per spaccio. Uno stava ai domiciliari nel suo appartamento di Villa Bonelli, l'altro era uscito da poco da Rebibbia... Buon sangue non mentiva.
C'era anche una terza moglie, una quarantenne borgatara, ex ragazza di vita, vistosa e volgare.
Quel tardo pomeriggio si era presentata alla stazione dei Carabinieri di Fiumicino scortata dal fratello in atteggiamento da bodyguard e da un avvocato che pareva un topo di fogna, agghindata come fosse la conduttrice di un reality.
Bionda ossigenata, tacco vertiginoso, senza calze a febbraio, unghie laccate fucsia, scollatura da infilare una penna nell'incavo delle tette siliconate e vederla sparire, labbra a canotto con tonnellate di rossetto, profumo che manco alla maison Chanel. Zero lacrime o sospiri.
La priorit era riavere il corpo cos glie famo er funerale che se merita uno come lui, che tutti se lo devono ricord pe' sempre er Cherubino nostro.
Non aveva debiti, non aveva problemi, non aveva nemici.
Tutti glie volevano bene al Cherub tagli corto la vedova decisamente allegra prima di tornarsene a fare lo show al Parco Leonardo.
Erano usciti da un cancello posteriore, rivolto verso la periferia di Milano, nei pressi di via Idro. Il lucchetto spezzato da un tronchese, forse vandali, forse spacciatori.
O forse lui, l'assassino.
Anzi loro, gli assassini.
Anche se i ruoli cominciavano a essere confusi, indefiniti.
Di sicuro il fuoristrada era passato da l e le impronte risalivano per centinaia di metri, fino a dove le aveva notate Linares.
Rientrando in commissariato Ardig osservava la fila di auto incolonnate al semaforo di via Palmanova, mentre nello specchietto retrovisore, con la memoria, rivedeva gli anni della sua giovent che sembrava eterna e invece ormai era passata da un pezzo.
Tornava con i ricordi all'inizio del millennio, al secolo 2.0, a un mondo che cambiava improvvisamente senza che nessuno lo avesse compreso, con l'esplosione del web, con le prospettive ribaltate dalla rete, da Google, da Wikipedia.
Il 2000, lo spartiacque, tra il prima e il dopo, per tanti, anche per lui.
Giovane commissario non ancora ventisettenne, fresco vincitore del concorso pubblico per un ruolo da dirigente in Polizia. Quell'Ardig era una testa calda, un caratteraccio inquieto e insoddisfatto gi allora, uno con la voglia di spaccare il mondo e di spaccare anche qualche faccia.
Un vulcano di rabbia esistenziale ed energia intestina che convogliava nell'agone del Muay Thai, l'antica arte di lotta thailandese. Derivava dal Muay Boran, la cosiddetta tecnica delle otto armi, in quanto i contendenti durante il combattimento utilizzano otto parti del corpo per il contatto fisico, inclusi gomiti, ginocchia e piedi, rispetto al pugilato, dove si utilizzano solo due armi, i pugni, o alla kick boxing, dove le armi sono quattro, i piedi e i pugni.
Otto come i numeri che quel tizio si era fatto imprimere sui dorsi delle mani. Otto, il numero che richiama l'infinito ma che, in quel caso, rendeva onore a quella disciplina che lo stesso Ardig in quegli anni aveva praticato pi nell'ottica dell'allenamento fisico, rispetto a chi la viveva per attuare la vocazione del guerriero.
Anche se quel motto marziale, forza e onore, era diventato un mantra anche per lui.
Frequentava una palestra spartana in periferia, in via Quaranta, nella zona tra il Corvetto e il Vigentino. Una palestra decentrata, piccola, pi simile a un'officina, con vecchi manubri screpolati e attrezzi ferrosi e polverosi, gestita da un ex poliziotto esperto in discipline marziali thailandesi.
Erano stati mesi a tinte forti quelli, con sedute faticose, di esercizio fisico e allenamento mirato al sacco, abbinate a continue pillole di saggezza orientale dispensate dal maestro.
Avrebbe voluto recarsi in Thailandia per imparare, per mettersi alla prova, ma lo aveva trattenuto il suo nuovo mestiere di apprendista nell'arte di cacciare assassini, costringendolo nel suo piccolo mondo milanese.
Quello che adesso vedeva intorno a lui era totalmente diverso, una citt che galoppa troppo veloce per fermarsi ad attendere i ricordi, una citt che parla sempre coniugando i tempi al futuro e dove il passato prossimo diventa remoto in un secondo troppo veloce per essere compreso. Il tempo di un WhatsApp, di un clic sul mouse, di un caff in un bar, di un semaforo che diventa verde in circonvallazione e se non scatti istantaneo qualcuno dietro ti suona il clacson.
Come stava succedendo a lui, intrappolato in una colonna di veicoli lenti, con guidatori prigionieri della solita isteria metropolitana anche di domenica.
Eppure, in quel momento la citt era avvolta da una cortina fumogena che sbiadiva edifici e passanti, mentre il vortice di ricordi sembrava risucchiarlo, come una ragnatela che lo avviluppava con dolcezza, insieme a un'umana malinconia per quei primi anni del nuovo millennio, quando viveva l'oggi pensando che non ci fosse un domani, appena entrato in Polizia, all'apice della sua forma fisica, un perfetto mix di muscoli e massa magra.
Negli anni successivi gli allenamenti quotidiani con corsa, flessioni e pesi lo avevano mantenuto tonico, ma nulla di paragonabile a quei tempi, quando si massacrava con lunghe sedute di addominali e trazioni per potenziare forza e reattivit di muscoli e articolazioni; sedute che si chiudevano regolarmente con tecniche di allungamento articolare e rilassamento muscolare, derivate dalla filosofia buddista, per smaltire l'acido lattico nei muscoli e l'adrenalina nel sangue, per far defluire l'ebbrezza del combattimento dello sfidare un altro uomo con l'obiettivo di annientarlo, di sconfiggerlo. Anche a costo di ucciderlo con un colpo di troppo.
Per venti minuti riepilog ai suoi uomini e a quelli appena richiamati in ufficio, quanto scoperto all'area Falck e quel cadavere inquietante con il corpo ricoperto di inchiostro thailandese e le mani come tenaglie mortali.
Ma non solo.
Quell'uomo era un Nak Muay borbott il commissario, rivolgendosi ai suoi vice Farris e Santoni, indicando il termine utilizzato dai thailandesi per definire i combattenti stranieri.
Quelli occidentali li chiamano anche Farang, un termine dispregiativo utilizzato soprattutto per i marinai americani inizialmente, ma poi esteso a tutti gli stranieri, turisti inclusi.
Dava sfoggio del poco che aveva appreso durante le lezioni ricevute in un passato che fino a poco prima vedeva cos lontano e che ora era l, tornato improvvisamente al presente, per farlo sentire veramente invecchiato per la prima volta nella sua tormentata esistenza.
Farris annu, convinto, mica era una rivelazione sorprendente.
In rete traboccavano notizie e articoli su Washington Scarone. Un tempo era stato qualcuno e forse lo era ancora: nel piccolo mondo milanese delle arti marziali la sua stella era brillata per almeno un decennio prima di eclissarsi per via delle sue disavventure giudiziarie.
Ecco perch aveva tutte quelle ecchimosi recenti e tutte quelle cicatrici pregresse. Al netto degli articoli di giornale appoggiati ai ceri neri... non possiamo ipotizzare semplicemente che sia morto per una lesione conseguente a un colpo e i suoi compari si siano sbarazzati del corpo portandolo in quel luogo isolato?
Questo dando per acquisito che abbia subito la lesione mortale durante un combattimento clandestino complet il ragionamento Santoni, che intanto stava guardando Facebook, dopo che i colleghi della Postale avevano decrittato la password per avere libero accesso alla pagina del morto prima di oscurarla.
L'ispettore mostr sullo schermo del portatile il profilo del morto, soffermandosi sulla sezione foto, con diversi album panciuti.
Secondo la Polizia Postale ha aperto questo profilo nell'agosto del 2018, quando  tornato in Italia. Il precedente profilo era stato disattivato direttamente dai gestori di Facebook perch scaduto.
Scarone aveva scaricato molte foto sulla sua pagina social, dividendole in gallery. Alcune erano datate e lo ritraevano pi giovane e decisamente pi magro, almeno una quindicina di chili in meno, in tenuta da boxeur con un fisico asciutto e nervoso, muscoli scolpiti e addominali a tartaruga. Incontri, premiazioni, allenamenti.
In alcune foto sorrideva e forse era persino pi brutto.
I denti per erano diversi. Evidentemente glieli avevano fracassati negli ultimi anni durante la detenzione.
Individu subito il dettaglio che cercava indicandolo ai suoi ispettori.
Nelle foto si notava intorno al collo taurino quella catenina d'oro, con quell'ingombrante pendaglio draghiforme, attorcigliata intorno al cero nero acceso davanti all'affresco del Giudizio universale pagano dentro la chiesetta di San Gottardo in Corte.
Un annuncio di morte che collegava il lottatore al vecchio boss in pensione, Spreafico, e al suo corpo martoriato rinvenuto nell'Isola dei Cipressi.
Due vittime della furia omicida della Nemesi.
Due vittime annunciate o rivendicate con i messaggi allegati ai ceri neri.
Due omicidi rituali, come pensavano: i corpi abbandonati nell'acqua, offerti alle fauci fameliche dei mostri che popolavano quello stagno e quel rigagnolo.
Dagli alligatori alle nutrie.
L'assassino continuava a raccontare la sua storia di morte e di sangue, una storia che si intrecciava con la Thailandia, con Bangkok.
Proseguirono la disamina.
Una sezione di foto era dedicata a Il mio bimbo. Nessun pupo, nemmeno un cane o un gatto: il pargolo era un voluminoso Hammer nero.
Roba da spaccargli la testa veramente, come cazzo si poteva chiamare bimbo un arnese del genere?
In diverse altre gallerie fotografiche comparivano splendidi paesaggi sud asiatici e le immancabili ragazzine indocinesi.
Nulla di nuovo, migliaia di milanesi facevano regolarmente il pendolo con Phuket, Pattaya, Patong, Phi Phi Island e gli altri luoghi da sogno della terra thai, con spiagge meravigliose, giungle impenetrabili e ragazzine disponibili al costo di una pizza italiana.
Erano scatti vecchiotti a giudicare dalla forma fisica del lottatore, scatti antecedenti al suo arresto.
Un'altra fotogallery, questa recentissima, lo ritraeva mentre faceva pesi.
La didascalia recitava Allenamenti alle Terme di Marte e Venere.
Anche qui rideva, insieme a un volto noto per il commissario, che invece non rideva. Incass la scoperta rabbuiandosi.
Di nuovo le terme intitolate al dio della guerra e della virilit maschile e a quella dell'amore e della femminilit e della sensualit, un paradiso terrestre artificiale nella periferia sud di Milano. Una struttura con giardino esterno, piscine, campi da tennis intorno a una vera cittadella del wellness, a mascherare un inferno di gironi danteschi.
All'interno di quel tempio pagano per modellare il fisico e ritemprare l'anima, giravano stupefacenti e prostitute e venivano riciclati soldi sporchi delle organizzazioni criminali calabresi, che avevano finanziato quell'eden incastrato tra il Corvetto e Rogoredo. All'ombra dei casermoni popolari di quei quartieri problematici.
Ci avrebbe fatto un salto, magari con il calar del buio.
Sbuff, prima di accendersi una sigaretta per fare ordine nella mente intorpidita dal sonno di una domenica iniziata troppo presto.
Concretamente aveva in mano zero, tranne l'obbligo di esplorare la strada del mondo torbido degli incontri clandestini, dove sicuramente Scarone era conosciuto e dove qualcuno poteva raccontargli chi era, chi frequentava, chi stava intorno a lui oltre a Spreafico.
Un'idea prese a svolazzargli in testa.
Quella di un vecchio amico da utilizzare come Caronte per addentrarlo nei meandri oscuri dell'inferno degli incontri clandestini.
Sospir, rassegnandosi al lavoro ingrato che li attendeva: prima di tutto dovevano iniziare a conoscere il mondo di Washington Scarone, la sua vita, i suoi giorni partendo dalla sua abitazione. Intanto avrebbero acquisito il passaporto della vittima, per visionare i suoi viaggi all'estero.
Prima per lo attendeva il pm.
Una brutta sorpresa al palazzo di Giustizia.
Di nuovo la Della Rovere, ancora lei.
Era di turno quella domenica mattina anche se avrebbe preferito essere in qualunque altro angolo della terra, persino dal dentista a estrarre un dente del giudizio. Sarebbe stato meglio che vedere quelle foto scannerizzate, inviate per mail dal gabinetto della sezione Scientifica.
Era pallida, sconvolta.
Ardig stava per proporle un whisky, lei lo anticip.
Mi ci vorrebbe qualcosa di forte, ma la domenica con il Tribunale chiuso cala la saracinesca selvaggia e qui intorno diventa il deserto dei tartari.
Non era una battuta, non faceva ridere, eppure la pm sghignazz per esorcizzare la paura e l'orrore del corpo deturpato dai morsi delle nutrie.
Pure Ardig sorrise per aiutarla a stemperare la tensione, decidendo di ometterle del medaglione con il pendaglio draghiforme e dei ceri neri apposti sotto i dipinti della Nemesi.
Le fece un resoconto riferendole di una soffiata anonima prima di soffermarsi sul morto, snocciolandole la sua teoria sul Nak Muay.
Gli incontri clandestini. Lo sa che ne avevo sentito parlare?
Perfetto, ecco svelato il quarto segreto di Fatima. La dottoressa Della Rovere aveva sentito parlare di incontri clandestini e magari anche di bische clandestine, di bordelli clandestini, di corse clandestine, di scommesse clandestine.
Dal suo terrazzo nella privilegiata area C, da quel centro esclusivo per chi aveva un tenore di vita da almeno cinque zeri annuali, non le sfuggiva nulla.
A ogni modo annu per darle corda.
E lei ripart a molla: Battiamo a tappeto la citt,  questa la pista da seguire. Lo hanno ucciso in un incontro e hanno gettato il corpo nell'area Falck dove nessuno poteva trovarlo.
Faceva acqua da tutte le parti, ma la dottoressa Della Rovere non sapeva troppe cose per cui annu, sorrise e biascic un sar fatto che suonava davvero come una presa in giro.
Quel pomeriggio il Giorno apriva l'edizione online con lo scoop di Malerba, il ritrovamento di un cadavere di un uomo, ancora non identificato, ucciso nell'area spettrale delle ex acciaierie Falck.
L'amico giornalista ipotizzava un delitto di stampo violento, nel mondo della malavita legata al sottobosco degli incontri clandestini di arti marziali.
Ardig sfogli l'articolo con l'iPad mentre la Giulietta sfrecciava in circonvallazione. Deviarono in via Murat per poi entrare in via Villani, raggiungendo un parcheggio nascosto da casermoni intonacati color sabbia che avevano visto tempi migliori.
Erano in una strada chiusa, senza uscita. Una traversa parallela alla circonvallazione Est, a due passi da piazzale Maciachini e dall'omonima fermata della metropolitana.
Difficile anche da mappare nemmeno il sindaco e i suoi assessori probabilmente la conoscevano. In compenso la conoscevano tossici e pusher maghrebini che, con il calare delle tenebre, si ritrovavano tra il parcheggio e l'adiacente giardino pubblico per smistare dosi e pasticche.
Il commissario si guard intorno.
I palazzoni da un lato, i giardinetti dall'altro e la sagoma di un noto hotel a celarne l'ingresso. Nel parcheggio a quell'ora una ventina di veicoli, utilitarie in prevalenza, e un fuoristrada di quelli simili ai mezzi anfibi di sbarco dei Marines.
Un Hammer nero, impolverato. Le ruote con gli pneumatici intarsiati di terra sabbiosa, la stessa del terreno dell'area Falck.
Sul parabrezza un filotto di contravvenzioni. Gli ausiliari del traffico, attirati come insetti dall'Hammer parcheggiato sulle strisce blu, avevano fatto il loro dovere.
Santoni vision le multe. Tutte elevate negli ultimi due giorni, tra il venerd e il sabato.
Non era lontano da l, appena un paio di isolati.
Fecero una telefonata a Scalise per verificare il numero di targa.
Coincide.  la sua.
Forzalo, dai chiese a Linares, cresciuto nelle periferie di Palermo, illudendosi che ci sapesse fare con forcine per far scattare le serrature senza fare casino.
L'agente prese la pistola di ordinanza, impugnandola per il cane, e con il calcio mand in frantumi il vetro con un boato degno di una granata.
Ardig evit di incazzarsi. Non ne valeva neppure la pena con quella testa di vitello da bistecca.
Chiese ai suoi uomini di ispezionare il veicolo, impiegarono meno di un minuto a dargli le risposte che cercavano.
Sul sedile posteriore una felpa della tuta scura a bande blu, come i pantaloni che indossava Scarone. Nella tasca chiusa con cerniera il portafogli e le chiavi di casa.
Nel bagagliaio - oltre ad un giaccone sportivo di quelli con il rivestimento interno di pile, con le tasche ingombrate da una sciarpa nera - c'era l'attrezzatura completa per l'allenamento e il combattimento delle arti marziali con un borsone sportivo contenente accappatoio, ciabatte, bende per le mani, guantoni per esercitarsi al sacco, un barattolo in plastica con pasticche di aminoacidi ramificati, bustine di proteine orosolubili, un sacchetto con creme in gel per ridurre gli edemi, cerotti aderenti, antinfiammatori e antidolorifici.
Il completo kit del lottatore.
In questo caso del Nak Muay.
Mancava il cellulare.
Sentiamo tutti i condomini di questi palazzi, voglio sapere da quanti giorni l'Hammer si trova qui, non possono non averlo visto. Chiaro?
Santoni annu sguinzagliando gli agenti Foglia e Linares, incaricandoli di ispezione l'appartamento del morto e poi di farsi il solito giro nel quartiere in cerca di pettegolezzi utili.
Ardig invece decise di farsi due passi per l'ennesimo caff. Si avvi verso un bar in via Valassina.
In quella domenica pomeriggio diversi avventori chiacchieravano ai tavoli con il bianchino e le noccioline, in attesa che iniziasse la partita dell'Inter su Sky.
Quelli al bancone, con la Gazzetta e il Campari in mano, parlavano anche loro dell'Inter. Lo dicevo io che era meglio venderlo l'estate passata quello l. Lo voleva il Real Madrid e ci prendevamo il Modric che facevamo come la Croazia ai Mondiali... tanto quella l aveva gi fatto l'accordo, avevano gi comprato casa a Madrid, me lo aveva detto un amico che conosce un istruttore della palestra dove quella l va ogni mattina a farsi la ginnastica...
Intu che quello l fosse Maurito Icardi e che quella l fosse la sua procace moglie-manager.
Il barista gli rivolse uno sguardo per raccogliere l'ordinazione.
Caff e bicchiere d'acqua.
Gli serv l'acqua del rubinetto, poi inizi ad armeggiare con la macchinetta obiettando al cliente: Ma il Modric mica segna, Icardi la mette dentro. Quanti ne ha gi fatti? El segna semper l...
Va l che hanno fatto bene a togliergli la fascia di capitano. Tanto quello ormai  gi venduto, decide tutto sua moglie, via anche lei, tanto di figa a Milano ne abbiamo gi abbastanza.
Gli serv la tazzina fumante, continuando a disquisire della questione del bomber argentino.
Ardig, interista blando, Icardi se lo sarebbe tenuto, perch era forte e la metteva dentro e si sarebbe fatto volentieri Wanda Nara, perch era strafiga. Su questo la pensava come qualche decina di migliaia di maschietti milanesi di ogni et. Ma quello era un altro discorso, solo maschile.
Lasci un euro sul bancone e usc.
Marco Fontana stava consumando un'infruttuosa domenica di lavoro.
Un autoarticolato fermato al casello di Milano Sud proveniente dalla Campania. Dentro tonnellate di rifiuti plastici occultati sotto materiale da imballaggio.
L'autista, un romeno che si trincerava dietro la comoda scusante di non conoscere l'italiano e taceva pure con l'interprete, era la classica testa di legno senza nulla da perdere. Scaduto il fermo sarebbe stato libero.
La societ cooperativa per cui stava effettuando il trasporto era intestata al fratello di un ergastolano, un'altra testa di legno. Gente pagata qualche migliaio di euro per assumersi colpe che tanto non avrebbero scontato.
La Gomorra dei rifiuti funzionava cos, con professionisti del legale che preparavano i copioni e carne da macello da mille euro al mese per eseguire.
L'indomani un altro romeno, o polacco, o moldavo, per le stesse banconote, avrebbe effettuato lo stesso trasporto con un altro camion.
E il giorno dopo di nuovo.
L'edificio dove risiedeva Scarone era un condominio popolare, alto una decina di piani affacciato sull'incrocio tra viale Marche e via Imbonati, una zona ad alta densit di stranieri provenienti da ogni angolo del globo: sudamericani, magrebini, subsahariani, balcanici.
Nessuna enclave, nessun ghetto, solo uomini di etnie diverse, religioni e provenienze diverse, colori della pelle diversi, che condividevano gli stessi condomini e le stesse strade. Tra di loro anche tanti italiani, indifferenti, assuefatti a quel cambiamento cos veloce da non accorgersene.
Di fronte all'appartamento del morto c'era la dirimpettaia ad attenderli. Aveva notato il movimento sotto, nel posteggio, e si era allarmata. I tesserini della Polizia di Stato appesi al collo dagli agenti l'avevano rassicurata sulle intenzioni di quegli uomini.
Era una settantenne dall'accento indefinibile e aveva accolto Foglia e Linares appena erano sbucati dall'ultima rampa di scale indirizzandoli verso la porta giusta.
Poi, aveva fatto accomodare Santoni per un caff e due chiacchiere al cianuro, non nel caff, ma verso la memoria del caro estinto.
Da quando era tornato qui non si dormiva pi. Mica uno a posto. Una testa calda! Ma lo sa che fino all'anno passato stava in galera quello? Poi l'educazione manco sapeva dove stesse di casa.
Tra di loro non c'era confidenza, nemmeno quel minimo di buoni rapporti di vicinato, solo i saluti, nulla di pi, eppure, era in grado di descriverlo dettagliatamente: Al mattino si svegliava tardi, lo so perch poi si metteva a centrifugare i suoi intrugli, lo so perch faceva la spesa al Lidl qui sotto, e la sera non c'era mai e rientrava quando era mattina. Lo so perch poi faceva casino, la doccia, la tv... la gente di notte vuole dormire. Perch la brava gente di notte dorme. Comunque, pace all'anima sua. Almeno adesso si torna a dormire. Sa come si dice in questi casi? Che chi muore tace e chi resta vive in pace...
Non l'avevano mai sentita. Comunque era un'altra filosofa, degna del portinaio del condominio di via Bellezza.
Entrarono con le chiavi del morto. Un anello con un ciondolo, tanto per cambiare draghiforme.
L'appartamento era piuttosto grande: un'ottantina di metri quadrati, due camere da letto, un bagno, un tinello e un soggiorno. Il balcone affacciato proprio sul parcheggio sottostante.
Ad accoglierli un miscuglio di mobili moderni made in Ikea e ogni ritrovato dell'elettronica. Maxi schermo al plasma, casse stereofoniche, consolle per la Play, decoder, pc portatile connesso allo schermo. Il soggiorno era infarcito di ogni possibile novit tecnologica.
In quella casa Scarone era tornato da qualche mese dopo il lungo soggiorno nelle galere thailandesi e per prima cosa doveva aver ribaltato l'appartamento, arredandolo da zero.
Una montagnetta traballante di dvd in un angolo, molti erano pornografici. Sulla copertina sembravano di origine asiatica come confermavano anche i nomi delle protagoniste, Asia Carrera, Jessika Bangko.
Un vero fissato con la figa dagli occhi a mandorla e con le giovani donne thailandesi.
Giovani come le ragazze uccise tra Milano e le province limitrofe e quelle ammazzate a Bangkok.
Su una mensola le classiche statuette zooformi tipiche tailandesi con in mezzo il simbolo per eccellenza della tradizione thai: l'elefante bianco. Un altro simbolo di forza, di salute e di protezione.
Nel complesso l'appartamento appariva pulito e in ordine.
Girarono le stanze per prendere visione dell'ambiente, senza cercare nulla.
Il morto lo conoscevano gi per via dei suoi precedenti. Sapere che fumetti leggeva o quanti film porno avesse nella sua collezione non li stava aiutando.
La camera da letto era disordinata con magliette e mutande sparse sulle lenzuola. Nell'altra stanza era stata ricavata una piccola palestra, con due panche per pesi con annessi bilancieri, manubri, dischi e corde.
Rovistarono nei cassetti e in cucina. Non proprio una vera perquisizione in cui si ribalta tutto.
Nessuna traccia di stupefacenti, solo una valanga di anabolizzanti sotto forma di pasticche e polverine in un'anta del bagno.
Sulle pareti foto incorniciate del padrone di casa, era brutto anche senza le cicatrici e con dei denti normali. In tenuta da combattimento, pelle lucida di sudore, in pose plastiche con le gambe protese all'attacco dell'avversario.
Non c'era altro da vedere.
Rientrarono in commissariato.
L'appartamento di via Villani era di propriet di Scarone, acquistato nel 2010 e intestato alla madre: lo aveva ereditato dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 2014.
Il solito ritrattino postumo dell'ispettore Pinton per qualche noioso istante riportava in vita il morto ammazzato.
Nel 2003 aveva ricevuto una prima squalifica di due anni da ogni attivit agonistica dalla Federazione Italiana Arti Marziali per doping, era stato trovato positivo al nandrolone e alla...
Pinton snocciolava termini da manuale di farmacia.
Il capo della Omicidi salt alle conclusioni.
Vedo che  stato radiato nel maggio del 2007.
Il vice annu: Per recidiva, ancora le stesse sostanze dopanti.
A trentacinque anni la carriera sportiva di Scarone si era interrotta. Almeno quella ufficiale, alla luce del sole, poi doveva essere iniziata l'altra, quella oscura dei combattimenti clandestini.
Eppure, i suoi guai erano appena iniziati.
Pochi mesi dopo, nel maggio del 2008, era stato arrestato nell'ambito di una complessa operazione condotta dalla Guardia di Finanza, in una retata tra Milano e Lugano che aveva portato al fermo giudiziario di un'altra trentina di persone, tutti membri di un'organizzazione che spacciava anabolizzanti facendoli arrivare in auto dalla Svizzera. Avevano beccato un corriere alla frontiera di Como Brogeda e lo avevano fatto cantare, scoperchiando il vaso di Pandora di quei traffici illeciti.
Scarone aveva limitato i danni, facendosi pochi mesi ai domiciliari. Dal dicembre del 2008 aveva solo l'obbligo di firma al commissariato di zona. Le misure cautelari nei suoi confronti erano scadute nel giugno del 2010 per cui gli era stato restituito il passaporto.
Tre mesi dopo era volato in Thailandia.
Pinton prese poi ad elencare i dettagli del suo arresto a Bangkok, avvenuto nel gennaio del 2012. I poliziotti thailandesi lo avevano arrestato mentre cercava di esportare della droga in Italia avviando la sua odissea negli inferi thailandesi.
Certo che  una vicenda che puzza per tanto  incredibile. I poliziotti avevano fermato il taxi con cui stava andando all'aeroporto e, in una sua sacca nel bagagliaio, avevano trovato un pacchetto con nove etti di roba infilati dentro una statuetta di artigianato locale. Cos era stato accusato di detenzione di stupefacenti, processato per direttissima e condannato a otto anni. In un certo senso era stato fortunato: sopra il chilo la pena sarebbe stata raddoppiata facendo scattare il carcere di massima sicurezza. Probabilmente era stato incastrato dai poliziotti locali che sono notoriamente stracorrotti. Quando ero in vacanza laggi mi dicevano gli italiani che purtroppo li funziona cos, si fanno pagare da tutti gli stranieri che svolgono attivit anche legali, denaro in cambio di protezione dalla malavita locale e dalla giustizia. E se non li paghi abbastanza ti giocano brutti scherzi, come metterti la roba nei bagagli o nella camera di albergo.
Ardig si ferm a riflettere sulle date.
Scarone dopo la radiazione per doping, dopo l'arresto e i guai giudiziari in Italia doveva essersi trovato con l'acqua alla gola. Per questo aveva scelto la Thailandia, per un salto di qualit nello spaccio di cocaina.
Era stato ai domiciliari nel 2008. Nell'unica estate in cui non si erano verificati omicidi di ragazze thailandesi dopo quelli del 2006 e del 2007.
Nel 2009 era libero, solo con l'obbligo di firma e quell'estate era stata uccisa Prissana a Lodi.
Poi un buco nel 2010. Un'estate senza delitti prima di partire a settembre per la Thailandia.
Subito dopo erano iniziati i delitti delle ragazze thailandesi a Silom, Ratanokosin e negli altri quartieri a luci rosse di Bangkok fino all'arresto di Scarone nel 2012 che una volta libero era tornato in Italia. Giusto a fine estate, appena in tempo per ammazzare Piyaporn ad Assago.
A devil provvls in the city.
Intanto Pinton era ripartito.
Ha un conto corrente alla Swiss Bank, ma non disponiamo ancora delle autorizzazioni per gli accertamenti patrimoniali. Secondo quelli della Mobile il nostro Scarone da qualche mese faceva il buttafuori al Leopard.
Non aggiunse altro sul locale, lo conoscevano bene per cui non occorreva dilungarsi e conoscevano bene il suo proprietario, lo stesso delle Terme di Marte e Venere.
Due facce diverse della stessa sporca moneta.
Il Leopard, in zona Bullona,  il locale delle milf e delle cougar, un disco pub con pista da ballo, tavolini e divanetti damascati dove si accomodavano signore sopra gli anta in cerca di giovane compagnia maschile. Pochi i gigol, tanti i ragazzotti arrapati che desideravano una femmina matura, meglio se con qualche ammaccatura nella carrozzeria e nell'anima.
Un ritrovo sold out sette giorni su sette.
Una miniera d'oro per la cricca che lo gestiva.
Stasera andiamo al Leopard a rovistare nei loro affari sporchi.
Santoni intu l'antifona.
Vuoi dare lavoro a un dentista? ridacchi il vice, ricordando un classico del repertorio da poliziotto cattivo di Ardig... far infuriare i nerboruti addetti alla sicurezza e poi fracassargli la bocca con un colpo secco con il calcio della pistola.
Ne aveva spediti una manciata al pronto soccorso, uno anche davanti al Leopard.
Un abuso di potere bello e buono. Tanto quelli mica lo denunciavano.
Dipende dal buttafuori che incrociamo. Se ci guarda storto...
Una domenica del cazzo, partita male e proseguita peggio. E anche il finale non prometteva nulla di buono.
Sui quotidiani online era gi comparso il nome di Washington Scarone. Malerba lo aveva scritto per primo, senza neppure interpellarlo per chiedergli il permesso. Gli altri quotidiani lo avevano ripreso.
Il nome ormai era ovunque, anche su Google, bruciandogli una carta che non avrebbero potuto giocarsi.
Sorvol sulla voglia di telefonare all'amico giornalista e riempirlo di sani insulti, cos giunse al Leopard ancora pi incazzato. Peccato non ci fosse nessuno a cui fracassare il grugno gratuitamente.
L'addetto alla sicurezza era un ragazzino giovane, palestrato, con la faccia da minchione, persino educato. Un bestione innocuo e dai modi gentili.
Gli apr il cordone d'ingresso salutandoli e augurandogli buon divertimento.
Farris ricambi con un sorriso divertito: Non te ne va bene una oggi....
Siamo qui per lavorare, dai.
All'interno una fauna variopinta e variegata. Donne giovani, non cos anta come recitava la vox populi , trentenni in prevalenza, altre vicine alla quarantina, poche le cinquantenni. E non sembravano nemmeno cos assatanate in caccia di carne fresca.
Anzi, era il contrario. Tanti maschi adulti arrapati, capelli brizzolati e pancette, a sbavare intorno a potenziali conquiste anagraficamente pi giovani.
Nel complesso per una clientela di target elevato. Vestiti firmati, accessori di qualit, nessun tamarro. La selezione all'ingresso era efficace e i venti euro per il solo accesso senza consumazioni tenevano alla larga i morti di fame.
Puntarono dritti al bancone, il tesserino di ordinanza a dargli precedenza sui clienti.
Il direttore di sala si materializz nel giro di una manciata di secondi.
Eccolo. Sempre lui. Ancora lui.
Maurizio Cherasca, una vecchia conoscenza.
Uno squalo sulla sessantina, una sorta di Briatore dei poveri, di cui scimmiottava il look. Jeans firmati, camicia sbottonata allo sterno, bracciali etnici ai polsi e Rolex d'oro.
Si presentava come un uomo di affari, anche se alle spalle aveva un sordido passato da pregiudicato per reati dediti allo spaccio.
Ufficialmente era il direttore delle Terme di Marte e Venere e del Leopard. Di fatto era un prestanome dei clan calabresi.
Ardig lo aveva incrociato cinque anni prima, in un'indagine su tre escort decapitate, sacrificate durante un rito satanico in un pozzo sotterraneo nella periferia milanese. Non aveva trovato prove per inchiodarlo, eppure era sicuro che Cherasca fosse il procacciatore di donne, il mercante di carne umana che aveva venduto le tre ragazze ai ricchi viziosi che facevano le orge sotto il plenilunio nelle notti del solstizio estivo trangugiando infusi con erbe afrodisiache e stupefacenti.
Una ragazza era collassata in overdose, le altre due erano state accoppate perch divenute testimoni scomode e anche due dei satanisti erano morti in circostanze mai chiarite.
Una storia terribile.
Solo Cherasca non aveva pagato il conto.
Farris gli appoggi una mano sulla spalla, trasmettendogli un effetto calmante, per impedirgli di mollare un man rovescio a quel delinquente travestito da businessman .
Che piacere rivederla dottore, ho seguito le sue vicende sui quotidiani. Complimenti, perch...
Ardig sollev una mano per fermare quella litania, sentendo ribollire il sangue.
Non tutti i farabutti finiscono in cella purtroppo. Qualcuno resta libero e continua a fare la bella vita, a fare soldi. Per un po'. Perch prima o poi il conto arriva per tutti e di solito lo presento io.
Allusione chiara.
Il sorriso strafottente spar dalla faccia da schiaffi di Cherasca che gli indic due sgabelli al banco.
Mossa chiara, preferiva incontrarli in pubblico, sapendo che in privato, magari in un ufficio nel retro, lo avrebbero torchiato senza troppi riguardi.
Ardig abbozz. Non avevano un mandato, dovevano per forza trattarlo con i guanti bianchi. Era un libero cittadino tutelato dai diritti previsti dal nostro ordinamento.
Poteva cercare di provocarlo, senza illudersi: uno squalo come quello, abituato a navigare in acque tumultuose, sapeva il fatto suo, per cui decise di utilizzare un'insolita diplomazia.
Siamo qui per Washington Scarone.
Naturalmente, che brutta storia, lo abbiamo appena saputo da Internet poco fa, siamo a vostra disposizione rispose docile Cherasca, mentre si faceva passare dal barista un bicchiere di William Lawson, sorridente e sornione.
Maledetto Malerba e la sua voracit da scoop: trapelando l'identit del morto avevano perso il vantaggio del fattore sorpresa e quell'altro si pavoneggiava sereno e tranquillo del fatto suo.
Posso offrirvi da bere?
Accettarono. Non erano in servizio.
Niente brindisi, non era un incontro tra amici.
Cherasca attacc senza farsi pregare, sciorinando una versione che doveva essersi ripetuto a memoria nelle ultime ore, magari con un avvocato a limargli vocaboli e punteggiatura.
Allora, cosa posso dirvi di utile. Dunque, Scarone collaborava con noi da alcuni mesi, da quando era rientrato dalla Thailandia dove, lo saprete, era incappato in una disavventura...
Lo sappiamo.
Infatti. Stavo dicendovi che veniva tutte le sere del fine settimana, mentre nei giorni infrasettimanali si alternava con gli altri ragazzi. Dal venerd alla domenica abbiamo maggiori esigenze, ci sono pi clienti giovani per cui...
Aveva un contratto?
Fatturava tutto con partita iva, come gli altri colleghi.  tutto registrato fiscalmente, potete controllare. Tutti i nostri dipendenti hanno delle assicurazioni, anche verso i terzi. Qui  tutto alla luce del sole.
Sicuro, molto sicuro nella risposta.
Quando  venuto qui per l'ultima volta?
Una settimana fa, era domenica, poi  sparito.
Era preoccupato? Nervoso? Ha fatto telefonate? Vi ha detto qualcosa?
Cherasca allarg le braccia teatralmente: No. Qui veniva per lavorare, mica per raccontarci i fatti suoi. Poi stava prevalentemente all'ingresso. Uno cos era meglio tenerlo fuori che dentro. Sapete, anche l'eleganza conta in questo mestiere.
Ripeto, vi aveva mai accennato a problemi, magari per debiti o altro?
Nessuna confidenza, per noi era solo uno dei ragazzi della security, ne abbiamo una dozzina, non  che sappiamo tutto di loro, n ci interessa saperlo.
Nemmeno la loro fedina penale?
Dottore su, siamo tutti professionisti del mestiere no? I bravi ragazzi vanno all'universit in settimana e in chiesa la domenica. Per questo lavoro serve gente dura, tosta, spesso sono ragazzi di strada che hanno commesso errori, come tutti no?
Come no. La verit era che li sceglievano pregiudicati perch conoscevano le regole omertose di comportamento: se spacciavano, sapevano come muoversi e cosa rischiavano, altrimenti sapevano stare zitti e guardare le spalle ai colleghi.
Cherasca intu i suoi ragionamenti e aggiunse il carico: Poi insomma Washington aveva sbagliato certamente, ma aveva pagato anche il conto dei suoi sbagli. Tutti hanno diritto ad una seconda occasione, no?.
Da domenica scorsa non avete pi avuto sue notizie?
No, ci stavo arrivando. Lo attendevamo nelle sere successive, per non si  presentato. Lo abbiamo cercato sul cellulare, ma era spento.
E non vi siete preoccupati?
Gi gliel'ho detto. Per noi era solo uno dei tanti buttafuori. E poi mica dobbiamo preoccuparci per un quarantacinquenne grande e grosso, no? Semplicemente lo abbiamo rimpiazzato e fino a due ore fa meditavo persino di licenziarlo per come era sparito senza avvisare. Non potevamo certo immaginare che gli fosse accaduta una disgrazia.
Non era stata una disgrazia, ma un omicidio. Altrimenti non sarebbero stati l.
L'ultima volta che  venuto aveva dei lividi?
Cherasca sorrise, giocandosi il suo jolly della totale trasparenza collaborativa.
S, s, li aveva. D'altronde capitava spesso che avesse lividi, ve lo ripeto, lo sapevamo che faceva combattimenti, ma erano affari suoi, mica nostri. E qui non ha mai alzato una mano su un cliente. E se anche lo avesse fatto, avrebbe saputo come non fargli del male, cio troppo male. La sua vita fuori di qui non  mai stato affare nostro.
Uhm. Scarone si allenava nel suo centro fitness.
Dove ci sono seicento iscritti. E vi dir di pi, tutti i nostri ragazzi della sicurezza si allenano da noi, gli facciamo una tariffa agevolata. E poi siamo il pi bell'impianto di Milano, no? Anzi, se fosse interessato, alle forze dell'ordine facciamo sconti vertiginosi aggiunse ancora pi sfacciato e convincente.
Il commissario sentiva prudersi le mani.
Lo sapevano bene che molti di quei bodyguard fungevano anche da corrieri per la cocaina e per le pasticche di eccitanti o allucinogeni e facevano la spola da un capo all'altro della citt, dalle Terme di Marte e Venere fino al Leopard, locale finanziato sempre dai soldi sporchi dei calabresi.
Avete anche una palestra per gli sport da combattimento?
Cherasca scosse la testa: No, non rientra nella tipologia di servizi che offriamo ai nostri clienti. E anticipo la sua domanda successiva: da noi, alle Terme, veniva solo per il potenziamento muscolare.
Forse gli altri suoi addetti alla sicurezza ne sanno di pi.
Sono tutti a sua disposizione, fate pure.
Come dire, sono tutti ben catechizzati e non si faranno sfuggire una sillaba di troppo.
Tempo perso, ma ormai erano l, tanto valeva tentare.
A turno si fecero mandare i bodyguard presenti, quasi tutti dell'Est, romeni, moldavi, gente con trascorsi oscuri nella malavita di Bucarest e Chi?inau o nelle forze armate locali.
Poi un italiano, un cinquantenne campano zeppo di tatuaggi, lo conoscevano di vista. Un pregiudicato per mille reati legati all'estorsione e allo spaccio.
Nessuno di loro sapeva o ricordava nulla. Solo il giovane culturista all'ingresso, quello educato e con la faccia da minchione, si dimostr pi collaborativo.
Era un venticinquenne dall'accento brianzolo, l'aria taurina con un'espressione obnubilata, senza dubbio peggiorata dall'eccessivo uso di anabolizzanti. Elegante, in giacca nera su maglietta nera straripante sotto i muscoli pompati.
Un armadio, grande e grosso, anche se un balordo di quelli veri lo avrebbe annientato con una testata sul muso nel tempo di un amen.
Per a quel tipo di bestioni chiedevano apparenza, non sostanza.
Per sistemare i bollenti spiriti c'erano i colleghi dell'Est, meno voluminosi ma pi truci.
Si rivolse ai poliziotti con il lei.
Non che sapesse molto, per almeno una cosa la ricordava.
L'ultima sera che ho lavorato con Toni...
Toni?
Lo chiamavamo cos perch Washington era troppo difficile.
Certo, figuriamoci se si fosse chiamato Reykjavik o Phnom Penh, restando a qualche altra capitale.
A ogni modo era venuto un tizio all'ingresso ma era rimasto fuori e boh, non so, discutevano.
Litigavano?
No, quello no, poi Toni era il doppio di lui, se voleva lo schiacciava come un moscerino a quello specific spavaldo, facendo intendere che anche lui schiacciava gli interlocutori fastidiosi come moscerini.
Che tipo era? Te lo ricordi?
No, perch erano a qualche metro. E poi era strano, aveva addosso il bomber e il cappellino degli Yankees credo. S, mi pare proprio che fossero gli Yankees. Poi io tifo i Mets aggiunse.
Ardig ricordava vagamente che fossero una squadra di football americano.
Gli interessava fino a un certo punto saperlo, ma non si stupiva. Era uno sport per gente di cento e passa chili, fissati con i pesi e gli anabolizzanti: logico che personaggi di quel genere impazzissero per quel confronto violento.
E poi?
Niente. Quello si  allontanato e Toni si  rimesso a lavorare. Basta. Poi Toni ha chiesto di staccare prima dicendo che aveva una cosa da fare.
Lo hai visto in faccia?
No, no. Aveva il cappellino con la visiera calata. Ma poi, boh, non  che mi interessasse molto, se Toni avesse avuto bisogno mi avrebbe chiamato e lo avrei aiutato a sistemarlo, anche se con quello l mica aveva problemi. Mi spiace, non so altro.
Fine delle trasmissioni.
Terminarono il whisky e uscirono senza salutare.
...
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8.
...
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...
La osservava con umano raccapriccio, sforzandosi, professionalmente, per mettere a fuoco un dettaglio che gli balz agli occhi.
Un alone violaceo intorno al collo.
Non poteva averlo provocato nessuna caduta e nemmeno il morso di un varano.
Si rivolse a Saranon che assisteva impassibile.
Gli indic il segno.
L'altro scosse la testa preoccupato.
Gli parl ancora, a bassa voce.
And what about the toxicology reports?
Il collega borbott qualcosa di incomprensibile al capitano Bumhantan che lo fulmin con lo sguardo, replicando poi con una frase tranciante.
L'uomo gli rispose a bassa voce, imbarazzato.
It's not possible, you saw... she just dieci, it was an accident.
L'italiano scosse la testa, senza protestare.
Non sarebbe servito e non sarebbero serviti neppure altri dollari o altri bath.
Per quelli l era stato un incidente, fine dei discorsi.
L'indagine era terminata.
Isabella aveva bevuto troppo e si era avventurata per errore nella boscaglia, finendo nelle fauci dei varani.
Era questa l'unica verit che avrebbe riportato a casa insieme a quel corpo fatto a brandelli da quei mostri.
...
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...
Milano, 18 febbraio 2019.
...
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...
Silenzio, buio, freddo.
Milano dormiva ancora, gli sbuffi delle caldaie salivano verso il cielo scuro.
L'anticipo di primavera era stato spazzato via da un vento di tramontana che aveva iniziato a soffiare intorno alla mezzanotte riportando il freddo e ricacciando Milano nell'antro dell'inverno che non era ancora finito e pretendeva di riprendersi la scena, ancora per qualche settimana. Come previsto dal calendario.
Ardig era gi sveglio alle cinque e mezza, insonnia professionale, quel mix bastardo di adrenalina e agitazione nemico del riposo.
Di restare a letto a rigirarsi nessuna intenzione.
Infil il completo in goretex.
Lo faceva somigliare a Batman. Sopra aggiunse una tuta dell'Olimpia Milano griffata EA7 Emporio Armani.
La sua squadra del cuore, un'eccezione emotiva in un'esistenza arida di sentimenti.
Un berretto in testa, un collare di lana stretto intorno al collo.
Bardato come Fogar nella traversata del Polo Nord emerse dal tepore casalingo per la solita sgroppata nell'alba gelida, calpestando l'asfalto amico della circonvallazione Est con il solito percorso di ogni mattina. Piazzale Piola, viale Romagna, viale Campania, viale Mugello, viale Molise, piazzale Cuoco e viale Puglie, fino alla sopraelevata che separa Calvairate da Corvetto.
Faceva davvero freddo, altro che primavera anticipata.
Intorno a lui una citt ancora in branda, che si godeva gli spiccioli residui del riposo notturno, prima della sarabanda mattutina e della consueta giornata a tavoletta sul gas, tutti di fretta, come se non ci fosse un domani.
Rientr rallentando l'andatura e una volta a casa si sottopose alla solita serie di flessioni, quattro raffiche da trenta l'una.
Come ai bei tempi della palestra di via Quaranta.
Quindi, a completare quella tortura fisica, la passeggiata fino ai giardinetti di piazza Aspromonte con Frog, per fargli espletare la prima razione di bisogni fisiologici.
Alle sette e mezza, commissario e quadrupede erano gi in auto, diretti verso l'Istituto di Medicina Legale. Il solito sacrosanto rito pagano, un rito consolidato da eseguire rigorosamente il giorno successivo a un omicidio, il vero interrogatorio del cadavere, spietato e senza scrupoli per quell'anima che, forse, non ha ancora lasciato quel corpo in cui dimorava, dove aveva coltivato per anni sentimenti, desideri, speranze, paure.
Roba da voltastomaco per chiunque, non per loro, per gli addetti ai lavori, per quelli che professionalmente si confrontavano con uomini senza pi vita, per interrogarli, per strappargli segreti inutili.
Come quelli che Scarone aveva rivelato sul tavolo settorio.
Nudo, la cassa toracica ricucita con la solita orribile Y nerastra dopo essere stata ispezionata con disarticolatore e bisturi; il cranio, aperto con una sega circolare, era stato riassestato generando un effetto splatter. Il guerriero marziale, con la testa e l'addome ricuciti, la pelle bianchissima maculata del viola delle tumefazioni e del bluastro dell'inchiostro dei tatuaggi, pareva davvero il diavolo con le fattezze di un moderno Frankenstein.
Anche se nell'ottocentesco romanzo di Mary Shelley il vero Frankenstein era il professore, il creatore, Viktor Frankenstein, mentre lui, il mostro assassino, non aveva neppure uno straccio di nome.
Ricordava di aver letto in inglese, al liceo, il capitolo in cui l'essere orribile apriva gli occhi per la prima volta in una cantina trasformata in sala operatoria.
Ricordava anche il titolo: The monster comes to life, il mostro comincia a vivere.
Ora invece Frankenstein, con gli occhi chiusi dalla mano compassionevole di qualche infermiere, sembrava dormire un sonno sereno, il riposo del diavolo. Come se il mostro che ospitava se ne fosse andato altrove.
Il dottor Salerno rientr in quell'istante, obbligandolo ad allontanarsi da quelle riflessioni.
 proprio come avevo intuito. Non  deceduto per un colpo inferto in un incontro di arti marziali o di pugilato. Anche se un colpo in testa lo aveva ricevuto. Tuttavia, la causa del decesso  un'asfissia da soffocamento.
Il commissario fiss il medico legale stupito, ma non troppo.
Anche lui soffocato...
 cos. Nelle mucose abbiamo rilevato micro filamenti di nylon. Qualcuno meccanicamente ha ostruito l'accesso delle vie respiratorie con un sacchetto infilato sul viso. E nei polmoni non abbiamo rinvenuto tracce di acqua. Ergo, era gi spirato quando  stato gettato in quel fosso.
Il decesso a quando risale?
Una settimana circa, tra domenica e luned.
Ovvero intorno al 10 febbraio. Quadrava con la versione dei buttafuori del Leopard: Scarone era sparito nel nulla la domenica notte.
Ardig ricostru la dinamica dell'omicidio.
Scarone era un lottatore professionista di un quintale, uno che sapeva menare e incassare, impossibile sopraffarlo in un corpo a corpo.
Per soffocarlo ci sarebbe voluto un reggimento, a meno che non fosse stato stordito dal colpo ricevuto in testa.
Salerno, come spesso accadeva, riusc a prevenire i suoi pensieri: Lo hanno aggredito con un corpo contundente. Da tergo. Almeno due colpi ravvicinati, inferti nell'area temporale-occipitale. Naturalmente non sarebbero stati letali, ma sono stati prodromici all'azione di soffocamento delle vie respiratorie.
Le escoriazioni sui polsi?
Le confermo che era stato immobilizzato, con le braccia bloccate posteriormente. Con qualcosa di duro, propenderei per quelle fascette che si utilizzano nei lavori di manutenzione, nella cantieristica...
L'assassino doveva averle recise prima di andarsene, portandole via, per non lasciare tracce rischiose.
Ah, abbiamo rinvenuto anche lesioni epidermiche nella zona articolare della rotula e lungo la fascia muscolare dei retti femorali.
Ardig si port la mano sopra al ginocchio accarezzando la coscia, provando a mimare gli urti.
Salerno scosse la testa: Sono stati gli spasmi del soffocamento, avendo le braccia bloccate il soggetto si  mosso, urtando le ginocchia contro qualcosa.
Il cruscotto dell'Hammer, certo! Ecco dove era stato ucciso, all'interno del suo fuoristrada!
E le ecchimosi al volto e al torace?
Antecedenti di almeno settantadue ore al decesso. Erano tumefazioni in fase di riassorbimento, gli ematomi presentavano una pigmentazione...
Ardig smise di ascoltarlo.
Il castello indiziario della dottoressa Della Rovere crollava sotto la scossa tellurica di quella scoperta. Nessun incontro clandestino finito tragicamente.
Scarone era stato stordito, immobilizzato, assassinato, soffocato con un sacchetto di nylon sulla testa per impedirgli di respirare. Certo, non poteva per escludere che l'esecuzione fosse maturata comunque nell'alveo degli incontri clandestini: forse Scarone non aveva rispettato l'ordine di perdere, o forse era stato punito per aver venduto un match.
Fece ancora due domande all'anatomopatologo: Quanto pesava la vittima?.
Il coroner recuper la scheda anatomica del paziente.
Era alto un metro e ottantuno centimetri per novantasei chili.
Novantasei chili. Tantissimi.
Nessun uomo, da solo, poteva spostare un simile molosso.
Presentava segni di trascinamento?
No.
Dunque poteva essere stato accoppato in auto, nel suo Hammer, che gli assassini avevano poi utilizzato per trascinarlo nell'area Falck e scaricarlo nel fosso. Tuttavia, la pista degli incontri clandestini meritava di essere esplorata fino in fondo.
Prima di andarsene rivolse un ultimo quesito.
L'azione meccanica di asfissia presenta analogie con quelle del cadavere ripescato nello stagno degli alligatori?
Analogie, ha utilizzato il termine opportuno.
Quello che intendo dire...
Ho capito benissimo e la risposta  affermativa. Entrambi sono stati assassinati occludendo l'aria attraverso l'apposizione di un sacco di plastica. Tuttavia, il cadavere dello Spreafico presentava lesioni profonde all'apparato nasale ed  stato sottoposto a condizioni climatiche che hanno impedito il rilevamento di microfibre. Letteralmente non posso indicare il materiale utilizzato per occludergli le vie respiratorie.
D'accordo.
Bene, non la trattengo ulteriormente.
Non ho altri clienti ad aspettarmi.
Ha solo Scarone come ospite nelle celle frigorifere?
No, no. Ci sono ancora il suicida di San Vittore...
Rabbrivid pensando a Lucky.
... e l'altro suicida, il carabiniere che si  sfracellato lanciandosi dal terrazzo.
Ardig si stup.
Come?  ancora qui?
Fino a ieri nessun familiare si era ancora presentato per richiederlo. Tocca ai vivi organizzare il funerale, ma se il morto non ha pi nessuno... a volte trascorrono settimane, prima che l'ufficio addetto del comune organizzi le esequie municipali.
Ha detto fino a ieri?
S, ieri pomeriggio siamo stati contattati dall'associazione Carabinieri in congedo. Si occuperanno loro delle esequie funebri. Verranno a prenderlo in giornata. Il corpo intendo.
Mi tolga una curiosit: lo ha esaminato?
No, non abbiamo ricevuto nessuna disposizione dalla Procura. Sono stati disposti gli esami tossicologici ma, come sapr, non sono di pertinenza del nostro istituto.
Intendo dire esaminato superficialmente?
Salerno annu.
La curiosit  umana, lo sa.
Di umano negli ambulatori delle camere mortuarie non c'era nulla. Neppure quell'assurdo dialogo tra un medico che non curava i malati e si occupava solo di cadaveri e un poliziotto che non proteggeva le persone ma dava la caccia ai loro assassini.
E ha notato qualcosa di strano?
Niente che non sia compatibile con un urto poli-traumatico dopo un volo di venti metri, se  questo che vuole sapere.
Ah, capisco.
E gli esami tossicologici?
Non sono di nostra spettanza: abbiamo inviato tessuti intestinali ed estratti delle mucose ai laboratori per le analisi. Le anticipo che, semplicemente affidandomi all'olfatto, le posso garantire che quell'uomo aveva bevuto e pure parecchio.
 gi qualcosa.
Stavolta a porre una domanda fu il coroner.
Ritiene che non si sia suicidato?
S. No. Forse. A questo punto non sono neppure affari miei.
Idee chiare, vedo... Piuttosto la sua dieta anti colesterolo?
Procede spedita: insalata scondita e riso bianco a pranzo e a cena.
Come no. Lo sa che non  bravo a mentire?
Allora non mi costringa a farlo.
Lo salut, andandosene ancora pi inquieto.
Norrieri era vissuto da solo. Era morto da solo e ora persino il suo cadavere era rimasto solo e sarebbe rimasto solo se non ci fossero stati i suoi ex commilitoni.
Sarebbe successo anche a lui quando sarebbe arrivata la sua ora?
C'erano voluti due giorni ai laboratori della Scientifica per esaminare quel proiettile deformato dall'umidit.
Angelo Mancini stava rileggendosi il verbale dell'esame balistico del colpo estratto dal cadavere del Cherubino.
Un proiettile 7,62 sparato da una Tokarev T33, un residuato bellico, la pistola e anche il proiettile. Un vecchio malavitoso ucciso da un ferrovecchio.
Mancini mentalmente stava gi tratteggiando l'identikit del possibile sicario: sessantenne, capelli grigi, un ventello di galera alle spalle, nulla da perdere, solo rancore o vendetta a fargli premere il grilletto, prima di cacciare un anello in gola con le dita.
In attesa delle comparazioni balistiche si attacc al telefono per fare qualche chiamata.
L'acqua era di un blu limpido che manco nella canzone di Modugno poteva essere cos blu.
L'Adda, in quel tratto oltrepassato dal cavalcavia dell'autostrada A4, la Milano-Venezia, scorre in una gola naturale tra pareti rocciose e macchie alberate.
Quel paesaggio, stando agli esperti di pittura, cinque secoli prima avrebbe ispirato Leonardo da Vinci per lo sfondo del suo capolavoro La vergine delle rocce , esposto al museo parigino del Louvre.
Su quel fiume il Genio trascorreva molte settimane estive, per studiarlo, per realizzare quel complesso sistema di canali e chiuse idrauliche, per collegare il fiume alla citt di Milano, capitale del Ducato sforzesco governato da Ludovico il Moro, attraverso il Naviglio, per favorire i commerci e gli spostamenti via acqua.
Un capolavoro ingegneristico che l'eclettico artista-inventore aveva realizzato a Vaprio d'Adda, dove soggiornava nella splendida villa della famiglia Melzi, ospite del giovane Francesco, uno dei suoi allievi prediletti nella sua bottega all'Arengario.
Vaprio d'Adda sorge su un'altura che regala una vista mozzafiato, una sorta di belvedere naturale affacciato su quel tratto dove il fiume si biforca infilandosi nel canale leonardesco, mentre il corso principale prosegue nella sua discesa verso il cremasco e il lodigiano.
In quel tratto, nei secoli si era formata un'ansa, creando una sorta di spiaggetta naturale sull'altra sponda, quella di pertinenza dell'adiacente comune di Canonica d'Adda.
Proprio l un pensionato con l'hobby della pesca quella mattina aveva fatto una macabra scoperta.
La corrente aveva trascinato due monconi di arti umani, rimasti arenati nel basso fondale dove i sassolini trattenevano detriti e oggetti vari.
Arti spaiati. Un avambraccio e una gamba mozzata al ginocchio, con ancora un pezzo di scarpa legata al tallone, mentre il rimanente era stato tranciato insieme alle falangi.
Il pensionato era stato medico ospedaliero.
Non era un chirurgo, ma un cardiologo. Non bazzicava le sale operatorie e neppure il pronto soccorso, tuttavia era in grado di comprendere che simili amputazioni, cos nette, potevano essere state inferte solo da un macchinario, come le ruote metalliche di un treno, o le grandi eliche della centrale idroelettrica poco distante, pi a monte.
Poteva essere un operaio caduto in un condotto.
Per questo aveva immediatamente avvertito i Carabinieri.
La palestra di via Quaranta era stata chiusa parecchi anni prima. Il maestro era diventato troppo vecchio per continuare a insegnare tecniche di combattimento a teste calde.
Franco Capaccio attendeva i settantotto anni in un bilocale affacciato su piazza Angilberto II, nel quartiere Corvetto.
Una piazza ribaltata da eterni lavori di riqualificazione urbanistica tra le ire dei residenti, costretti a convivere con quel cantiere a cielo aperto.
Capaccio era vedovo, con un figlio ufficiale nell'Esercito, distaccato in una caserma vicentina. A fargli compagnia Terryl, il Terribile, un lupo adottato al canile, ormai un vecchietto come il suo padrone.
Si incontrarono nei giardinetti pubblici di piazzale Gabrio Rosa.
Dietro i palazzoni si intravedeva la tetra figura della sopraelevata che sovrasta piazzale Corvetto. Un serpente di cemento e calcestruzzo, ingrigito dallo smog e dal tempo che passa inclemente anche per un cavalcavia che, invecchiando, trema e cigola.
Come gli uomini. Come Capaccio.
Uno che era stato uno sbirro vero, con la divisa cucita addosso come una seconda pelle.
Era stato un celerino negli anni tosti successivi al 1968, gli anni ruggenti delle battaglie in strada, in piazza, con manganelli e scudi. Agenti contro manifestanti, studenti, operai.
Ne aveva date tante, ne aveva anche prese altrettante.
Vantava decorazioni per meriti in servizio, meriti esibiti quotidianamente a chiunque lo fronteggiasse, attraverso una lunga cicatrice che solcava una tempia, ricordo di un sasso che lo aveva centrato durante un corteo davanti all'universit Statale.
Poi era passato all'investigativa, alla Furti e Rapine, agli ordini del mitico commissario Sacchetti, operando soprattutto nella zona sud di Milano, quella che conosceva meglio, infilando le manette ai polsi della peggiore schiuma criminale che bazzicava dalla Barona a Rogoredo.
Centinaia di arresti e di operazioni fino alla pensione, alla fine del secolo, del millennio e con un mondo completamente cambiato anche per lui, rimasto vedovo e senza pi una divisa da indossare ogni giorno.
Con i soldi della liquidazione si era preso in affitto un piccolo magazzino tra i capannoni di via Quaranta, riadattandolo a palestra, per ricavarci una seconda vita e una seconda divisa, quella dell'istruttore di discipline marziali e una nuova famiglia composta da estranei, ragazzi dei quartieri limitrofi.
Giovani teste calde che cercava di far sbollire spremendogli il sudore e la rabbia a suon di allenamenti da gladiatore.
Un luogo dove far correre il tempo e far scorrere il sangue nelle vene per sentirsi ancora vivo, anche se le lancette dell'orologio esistenziale viaggiavano sempre pi veloci.
Ardig ricordava con malinconico piacere quei giorni lontani.
Le flessioni con un disco da venti chili adagiato sulla schiena, le interminabili sedute di salto della corda con due cavigliere di sabbia a zavorrarlo, poi la maledetta spalliera, con le trazioni frontali da Marines, sollevando gli ottantacinque chili del suo fisico con la sola forza dei bicipiti, e quelle tremende sessioni di addominali.
Il ring, il combattimento, diventava una valvola di sfogo per far eruttare tutta l'adrenalina accumulata in quel lavoro di potenziamento.
Era come se gli aprissero una gabbia per far esplodere tutta la sua rabbia. La sua voglia di affrontare un antagonista, di abbatterlo, di sconfiggerlo, di annientarlo. Senza un perch.
Il codice dei moderni guerrieri occidentali, pronti a versare sangue e a utilizzare la legge della violenza senza un motivo, solo per sentirsi il pi forte, il pi cattivo, su un avversario trasformato in un nemico.
La stessa molla che faceva scattare la violenza degli ultras pronti a pestare e ad accoltellare un tifoso avversario ignoto, uno con cui magari avrebbero riso e scherzato in un bar o in una spiaggia, uno con cui magari condividevano idee politiche o stile di vita, colpevole solo di indossare una sciarpa di un colore diverso.
Capaccio era un uomo sospeso in un limbo indefinibile, la carta d'identit di un anziano a contraddire una corporatura ancora solida, che tuttavia iniziava a scricchiolare sotto il peso dell'impietoso incedere degli anni.
Ardig lo osservava confrontandosi in quel crudele specchio esistenziale che gli rimandava la sua immagine nel 2049 o gi di l. Se mai ci fosse arrivato, se le trenta sigarette che si fumava ogni giorno, se la decina di caff, i panini dei fast food, le bottiglie di rum e tutta la merda cerebrale e intestina che inghiottiva dal mattino alla sera non gli avesse presentato il conto finale, che il colesterolo a 276 e la pressione a 150 gli stavano anticipando. Oppure se uno dei tanti Caini che gliel'avevano giurata fosse riuscito a sorprenderlo, magari alle spalle.
Qualcuno ci aveva gi provato e ci era andato anche vicino a fargli la pelle.
Questione di fortuna. O di centimetri.
Non sarebbe durata in eterno.
Sapeva di non poter contare per sempre sulla dea bendata o sul suo provvidenziale istinto e che, un giorno o l'altro, presto o tardi, da qualche angolo buio sarebbero arrivate una pallottola o una coltellata a sorprenderlo.
Eppure, non era quello a fargli paura, non era il buio eterno tre metri sotto la terra di un campo santo a spaventarlo.
Lo terrorizzavano la vecchiaia, il decadimento, la debolezza e la solitudine che, senza energie per combatterla, sarebbe diventata insopportabile.
Ma di tempo buono davanti ne aveva ancora, almeno un paio di decenni. Colesterolo e pressione permettendo.
Si accomodarono su una panchina, all'ombra di un olmo sfogliato, mentre i due cani socializzavano, annusandosi, pur senza la tipica aggressivit maschile che separa anche i cani.
Veloci convenevoli di rito sulla salute, poi dritti al punto.
Il vecchio Capaccio non sfogliava i quotidiani, neppure al bar, e non navigava in rete. Non sapeva della morte di Washington Scarone, ma ricordava bene chi fosse stato.
Me lo ricordo s, poi con quel cavolo di nome... Era uno che sapeva menare, un animale da combattimento, aveva cominciato con la kickboxing, quindi era passato al Muay Thai. Aveva tutto: riflessi, forza, tecnica, carattere. Per soprattutto aveva una dote che in nessuna palestra puoi sviluppare: la violenza. La ferocia. Una bestia. Un sanguinario, uno che combatteva per fare male. Tipo il Mike Tyson dei primi titoli mondali, uno che combatteva solo per stendere l'avversario.
Anche Tyson era poi finito nei guai per una violenza su una donna indifesa, ma quello era uno stupro. Qui si parlava di una catena interminabile di omicidi.
Sono quelli che non mi piacciono continu Capaccio i tipi cos. E infatti poi  finito in brutti giri. Si  bruciato la carriera con il doping.
Ardig gli mostr alcune foto con l'iPad.
L'ex sbirro scosse la testa.
Alla mia et gli occhi non sono pi cos buoni. E manco la memoria ormai... Ma come era ingrassato? Troppo pesante, sar stato un quintale calcol a occhio con invidiabile precisione. Per fare il Muay Thai ne bastano ottanta. Devi essere una saetta per schivare i colpi.
E per gli incontri clandestini senza regole?
Ah, per quelli vai bene anche se pesi cento chili.
 stato in carcere in Thailandia per sei anni, forse l ha combattuto diversamente. Vedendo le foto ho l'impressione che abbia perso i denti, magari proprio in combattimento.
L'ho saputo che era in galera, me lo avevano detto tempo fa. Ma non so altro su di lui. Non sapevo nemmeno fosse tornato a Milano.
Qui a Milano si tengono combattimenti clandestini?
Come no! Come in tutte le grandi citt. Gli incontri sono pi facili da organizzare rispetto alle corse clandestine di cavalli, di auto. Non ti serve una strada o una pista, ti basta un garage, una cantina.
Ma lei ne ha mai sentito parlare?
Curiosamente gli aveva sempre dato del lei, anche se tra colleghi in genere si utilizza sempre il tu.
Parlare se ne parla, ma questi cambiano sempre i posti. Poi oggi con tutti quelli l, rumeni, slavi, mo' pure gli africani, hai tanta di quella gente che puoi far combattere. E chi li conosce?
Per ci sar un giro, un'organizzazione.
Ormai ci sono tanti giri, italiani, albanesi, slavi. Ognuno ha il suo. Non  un business dove c' un vero padrone.
Ha saputo di Roberto Spreafico? domand.
Le voci girano e arrivano fin qui in Corvetto rispose Capaccio con gli occhi illuminati di una luce improvvisamente intensa.
La malinconia del passato che tornava nel presente.
Tu eri troppo giovane. Era uno dei miei tempi anche se all'inizio era solo un gandula , uno sbarbatun , un altro di quelli che andavano raddrizzati subito e invece da noi i riformatori sono i settori giovanili della criminalit.
Perch?
Era un giovane balordo, che faceva il piccolo gangster su, dalle parti del Niguarda. E l'Epaminonda lo aveva preso come suo galoppino, fino a farlo diventare un pretoriano. Sai di chi sto parlando?
Epaminonda, il boss.
Lui, il Tebano, quello che i siciliani a fine anni Settanta avevano messo a comandare Milano al posto di Turatello dopo averlo fatto scannare in carcere. Uno che versava troppo sangue: aveva un commando di killer, sempre strafatti di coca, li chiamavano gli Indiani. Sparavano giorno e notte. Troppi casini, troppi morti, troppo rumore, anche per i siciliani erano troppo: infatti non  durato molto. A ogni modo Spreafico era il suo luogotenente alla Bovisa, al Niguarda, nei quartieri dove prima comandava la banda di Vallanzasca. Poi, quando il Tebano  caduto, Milano se la sono spartita un po' i suoi uomini e un po' i superstiti di Turatello. I siciliani non volevano altre guerre e cos hanno imposto la pace e lo Spreafico si  preso quella che era gi la zona sua.
Va bene questo  il passato, io indago oggi e questi delitti sono collegati.
Eh, un momento, ci arrivo. Spreafico  sempre stato uno dentro ai peggiori traffici loschi. Mica solo la droga. Bische clandestine, bordelli clandestini e appunto anche i combattimenti clandestini.  sempre stato bravo a tenere la posizione e a mettersi d'accordo con tutti, mafia, camorra, 'ndrangheta, ma anche con gli albanesi. Poi invecchiando  stato male di salute e ha mollato la presa, ma ancora una decina di anni fa era nel giro e, con uno come Scarone, poteva starci un legame. Poi quello l  finito in galera in Thailandia e lo hanno perso tutti di vista.
Uhm, ho bisogno di sapere dove ha combattuto la settimana scorsa questo Scarone.
Il vecchio Capaccio si accese una sigaretta, forse l'ultimo vizio che gli era rimasto. Un paio di boccate prima di vaticinare come un oracolo.
Dove  che abitava?
Zona Maciachini.
E quella era la zona di Spreafico.
Sappiamo per che andava a fare pesi alle Terme di Marte e Venere.
L'anziano scosse la testa: In quel posto da fighetti mica ci si allena sul ring. C'era una palestra tra Dergano e Affori, dove girava gentaglia.
 questo che sto cercando, il posto dove si allenava.
Non so se sia ancora aperta.
Capaccio socchiuse gli occhi, come se stesse soppesando pro e contro.
Sai perch avevo aperto quella palestra in via Quaranta? Per i ragazzi. Non per quelli come te che erano entrati in Polizia e rigavano dritto, ma per quegli altri che facevano i picchiatori in strada, che vendevano la roba ai giardinetti. Per dargli qualcosa, per fargli capire che la forza non  solo la violenza. La forza  onore se utilizzata solo quando serve, nel modo giusto, non se rivolta contro chi  debole, non quando diventa sopruso. Lottare ad armi pari, a viso aperto,  questo il codice guerriero.
Ardig non lo interruppe, aspettando che arrivasse al sodo.
C'era un ragazzetto della Stadera, uno che si stava mettendo su una brutta strada, lo avevamo pizzicato per furto d'auto. Suo fratello era gi dentro per spaccio. Beh, quello  uno che con gli allenamenti e gli incontri ha evitato di peggio. E oggi gestisce pure lui una palestra sua e riga dritto. Ha messo su famiglia, ha moglie e un figlio.
Una palestra dove ci si allena nelle arti marziali?
Il pensionato annu.
E dove si trova questa palestra?
Non lontano da qui, proprio alla Stadera.
Andiamoci.
La Tokarev TT33 aveva gi sparato.
Via mail gli stavano inviando le comparazioni delle analisi di laboratorio con i diagrammi dei valori degli elementi chimici e minerali: bario, piombo e antimonio del proiettile calibro 7,62 w le comparazioni delle annesse rigature. Coincideva tutto.
Dai terminali dell'Arma risultava che quella Tokarev era la stessa che il 1 gennaio 1999 aveva ucciso nell'hinterland milanese. La vittima era un giovane.
Da quella notte all'uccisione di Signore erano trascorsi vent'anni, un mese e una manciata di giorni e notti. Due decenni esatti e seicento chilometri di distanza separavano l'esecuzione del Cherubino da quell'omicidio rimasto irrisolto, di cui aveva solo gli estremi.
Per avere la documentazione sul caso avrebbe dovuto attendere qualche ora, per espletare le formalit burocratiche per inoltrare le domande con i crismi dell'ufficialit al Comando Legione Lombardia.
Nel frattempo, poteva iniziare a saperne di pi dalla rete.
Piazza Menenio Agrippa, l'estrema periferia sud della City.
Nuovi edifici appoggiati a vecchie case di ringhiera.
Il presente proiettato al futuro, gomito a gomito con un passato arrugginito e scolorito.
La palestra era in una traversa a senso unico, ricavata in quello che doveva essere stato un magazzino commerciale.
Un'insegna dal nome suggestivo: Nirvana, l'al di l dei buddisti, il loro agognato paradiso da conquistare attraverso le difficolt terrene. Un monito a coltivare l'equilibrio dell'anima pi che la forza del corpo.
Chiss se Scarone lo aveva raggiunto il Nirvana, se i Sak Yant che si era fatto incidere nella carne lo avevano protetto e trasportato in quella dimensione ultraterrena dove il suo spirito avrebbe trovato la pace.
L'ex ragazzino dalla testa calda era poco pi giovane di Ardig.
La testa rasata, lucida.
Antonio Paravia dimostrava meno dei quarant'anni che aveva.
Altezza media, un'ottantina di chili distribuiti armonicamente su un fisico tornito. Braccia ricoperte d'inchiostro, collo con stelle a circondare un sole irradiato da una smorfia capricciosa. L'aria decisa di quello che ha tracannato l'amaro della vita e conosce sulla sua pelle il conto da pagare quando alzi lo sguardo una volta di troppo.
Negli occhi lampi di energia. Doveva essere stato un bel tipetto, di quelli con cui non discutere troppo.
A quell'ora, in tarda mattinata, la palestra era mezza deserta. Tre giovanotti al sacco, altri due impegnati con le corde. Tutti fatti con lo stampino: teste rasate, tatuaggi sui muscoli che brillavano lucidi per il sudore.
Nell'altro ambiente una sala pesi con panche e macchinari. Un uomo di colore, un africano dalla pelle buia come la notte e dalla muscolatura mastodontica, stava caricando un bilanciere per la panca obliqua.
La tipica palestra di periferia, lontana anni luce dallo stereotipo dei centri fitness moderni, con tapis roulant con schermi e display stile plancia di controllo di un'astronave.
Paravia li fece accomodare sul retro, nella stanzetta a fianco agli spogliatoi adibita a ufficetto. Sulle pareti foto di incontri di arti marziali asiatiche, scatti che ritraevano i combattenti durante le azioni di attacco e di difesa.
Il vecchio Capaccio aggiorn il titolare della Nirvana, a cui si dipinse sul volto una smorfia contrariata ascoltando il nome di Washington Scarone.
Non era un buon attore, la sua irritazione gli rabbuiava il viso.
Era un duro, uno tosto davvero. Quando era in forma faceva paura. Capace di ammazzare l'avversario se l'arbitro non lo fermava. Minchia gli occhi erano quelli da tigre! Poteva pure farsi i Mondiali. Prima che... l'hanno beccato al doping e lo hanno radiato, poi lo hanno proprio ingabbiato in un'inchiesta per spaccio di anabolizzanti. Una cosa grossa. Processi, avvocati, la carriera spezzata. Ha avuto sfiga.
Ardig non la pensava cos: essere dentro un traffico di anabolizzanti non  sfiga,  un reato. Ma evit di precisarlo.
E Paravia riprese.
Washington, quando  tornato dalla Thailandia qualche mese fa, si  allenato anche qui, voleva buttare gi la ciccia, per mo  gi da un po' non veniva pi.
Come mai?
Aveva altri giri.
Quali?
Non mi va di parlarne, poi non so niente di sicuro.
Ci bastano anche le voci e hai la mia parola che ti garantiremo la massima discrezione, questo colloquio non  mai avvenuto.
Non  per quello,  che a me non va di raccontare i cavoli degli altri, non sono uno cos.
 morto un tuo amico.
Non era un mio amico.
D'accordo, un uomo che conoscevi, uno della tua et, uno che aveva le tue stesse passioni. Un combattente come te.
Paravia si prese una gomma da masticare dalla tasca.
Volete sapere degli incontri clandestini, siete qui per questo, vero?
Cosa ne sai?
Abbastanza per starne fuori.
Ormai siamo qui, non puoi starne fuori.
Il tono di Ardig era duro, quasi minaccioso.
Il titolare della Nirvana si prese un istante, soppesando il male minore.
Sono come le corse. Scommettono gli spettatori, con gli organizzatori che stabiliscono le quote e fanno da cassa. Di solito c' un minimo, ma anche un massimo di posta.
Che minimo e che massimo?
Dipende. Il minimo  sui cento, centocinquanta euro,  una sorta di biglietto di ingresso, il prezzo per godersi lo spettacolo. Il massimo non so, per parliamo di qualche migliaio di euro. Non  un giro cos grande da poter pagare duecentomila euro a un singolo vincitore. E in genere le quote tra i due combattenti non sono poi troppo lontane, tipo che uno viene pagato a tre e l'altro a cinque, o a sei. E da quel che so in genere si fanno tre o quattro incontri a sera, roba di dieci minuti a incontro. Tanto uno dei due combattenti cede prima...
Sono incontri combinati?
A volte s e a volte no. Dipende da chi li organizza, da chi combatte, dal giro di soldi, da tante cose.
E i combattenti?
Italiani, dell'Est, asiatici, a volte anche africani, ma non come quello di l con la mano indic il bestione subsahariano che stava facendo pesi nell'altra saletta. Doveva essere un nigeriano o un senegalese.
Sono pi marocchini, egiziani, gente snella, scattante. Che sa combattere.
E Scarone?
Eh, dopo che era stato radiato si era messo a combattere e qui vinceva sempre. Poi ha avuto un guaio laggi in Thailandia.
Questo Paravia aveva uno strano concetto delle infrazioni al Codice Penale: sfiga, guaio.
E da quando era tornato da Bangkok aveva ripreso a combattere?
Come no. Poi, al gabbio gi in Thailandia, si era allenato con quelli veri, per cui era diventato una bestia. Aveva anche messo su tanta massa. Perci stenderlo era difficile per tutti, anche se ormai era vecchiotto. Alla gente piace uno cos, un pitbull. Poi era un mito, era uno...
Uno cosa?
No, niente.
La frase smezzata non convinse Ardig, che prov a girarci intorno.
I combattenti scommettono anche loro?
Beh, a volte, cio loro sono pagati, sono a ingaggio, poi magari puntano anche loro. E prendono una parte delle scommesse.
Chi li organizza?
Tutti e nessuno. Gente calabrese, napoletana, romana, poi albanesi, slavi, adesso anche africani.
Non gli stava rivelando nulla.
E Roberto Spreafico?
Ma no, saranno dieci anni che quello non contava pi un cazzo.
Come posso infilarmi dentro? Voglio sapere contro chi ha combattuto Scarone l'ultima volta. Se era con qualcuno, chi gli stava intorno...
Paravia allarg le braccia.
Vi ho gi detto tutto quello che potevo, non so altro. Non mi mettete in mezzo in questa storia.
Ardig si impose di non insistere, anche per rispetto al vecchio Capaccio.
E poi quel Paravia dava l'impressione di uno che non avrebbe cambiato idea, se aveva deciso di non dire altro meglio mollare la presa.
A sorpresa invece fu l'ex sbirro a intervenire.
Ant.  un favore che ci serve. Me lo devi a me, no?
L'altro tentenn un istante di troppo.
Posso fare qualche domanda, per non vi assicuro nulla. Tornate nel pomeriggio.
Riaccompagn Capaccio al Corvetto.
Le guardie ecologiche avevano affiancato i Carabinieri del reparto fluviale scandagliando il corso dell'Adda, risalendo fino alla centrale idroelettrica di Trezzo.
In alcuni punti il fiume raggiungeva una profondit di diversi metri e si poteva dragare o ispezionare solo con i sommozzatori. In un alveo per avevano rinvenuto un altro avambraccio.
Il tenente della stazione locale si rivolse al responsabile delle guardie ecologiche, uno nato l, che quel fiume lo conosceva come le sue tasche.
La corrente potrebbe aver trascinato gli altri resti per decine di chilometri, forse sono gi finiti persino nel Po. Da alcune notti sta piovendo su nel lecchese e la corrente  aumentata.
Esaminando l'avambraccio mozzato neppure lui aveva dubbi:  finito dentro le eliche della centrale idroelettrica.
Scalise aveva ottenuto il tracciato delle celle telefoniche cui si era agganciata la SIM intestata a Scarone.
La scheda aveva lanciato segnali fino alle due di notte di venerd 15 febbraio. Il messaggio WhatsApp inviato alle 2,26 al numero di Federico Malerba era stato il suo canto del cigno: da quel momento era stata disattivata.
La cella telefonica era quella di viale Marche/Maciachini, dove abitava Scarone che per, stando al medico legale, era deceduto da almeno tre o quattro giorni, eppure il suo telefono era acceso.
E i movimenti precedenti?
Ecco, questo  ancora pi strano. La SIM era non localizzabile, cio disinserita dall'apparecchio, dal giorno precedente. Gli ultimi segnali sono intorno all'una di notte del 14 febbraio. E sono agganciati alla cella confinante, quella Maggiolina/Gioia ma trattandosi di poche centinaia di metri a volte si verificano sbalzi nel segnale di trasmissione.
Federico Malerba sbuffava seccato, anche stanco.
Camminava con la mente altrove, senza godersi il panorama.
Il tarlo che lo divorava era sempre lo stesso. Continuava a domandarsi come facesse l'assassino di Washington Scarone ad avere il suo numero di telefono. Quello vecchio, quello degli anni precedenti.
Poi quella chiosa finale, quel grazie di tutto. E quella sigla IsB che gli rimbalzava in mente come una palla matta, sbattendo contro le pareti celebrali, come il batacchio di una campana martellante.
Aveva anche inserito in Google quelle tre lettere ma, nel mare magnum di link, non aveva trovato una direzione da seguire.
Eppure, era qualcuno che lo conosceva, che lo aveva conosciuto anni prima e che doveva aver gradito il suo modo di lavorare, apprezzandolo, tanto da ringraziarlo, offrendogli quello scoop.
Scacci i pensieri per concentrarsi, per riempirsi gli occhi di quello scorcio da cartolina.
La storia del corpo smembrato nell'Adda lo prendeva e sicuramente avrebbe incuriosito i lettori. Aveva gi inviato il primo pezzo per il sito ilGiorno.it.
Se lo stava rileggendo con l'iPad seduto al tavolino del baretto affacciato sul laghetto artificiale della centrale idroelettrica.
Un macabro giallo sull'Adda. Tracce umane, arti mozzati per la precisione, sono stati rinvenuti in mattinata nel tratto del fiume lombardo tra Trezzo e Vaprio, quello successivo alla centrale idroelettrica. Il personale delle guardie ecologiche, che affianca i carabinieri della compagnia di Trezzo d'Adda, ritiene che si tratti di un individuo di sesso maschile, risucchiato da una condotta della centrale che immette in una galleria sotterranea dove alcune eliche avrebbero tranciato il corpo di cui non sono stati rinvenuti il tronco e la testa, che la corrente potrebbe aver trascinato a valle, favorita dalle piogge delle ultime notti. Difficile ipotizzare la provenienza del corpo. Stando agli esperti potrebbe addirittura arrivare da Lecco o dalla Valtellina proprio a causa della pioggia che, ingrossando l'alveo del fiume, avrebbe favorito la discesa di oggetti voluminosi, alberi, detriti e persino di un corpo umano. Sul caso indagano i Carabinieri su mandato della procura di Bergamo.
Asciutto ma con qualche spunto.
Poteva bastare, anche se il pezzo per il cartaceo andava arricchito.
Ordin un caff e una fetta di torta e attacc bottone con i pescatori che si facevano un aperitivo a met pomeriggio.
La Voce Lombarda non esisteva pi. Era un quotidiano di cronaca regionale che aveva chiuso i battenti definitivamente, dopo una lunga agonia di tagli e ridimensionamenti, nel dicembre del 2014.
Ma gran parte del suo materiale di repertorio restava in rete a raccontare un passato ormai remoto, come quel defunto quotidiano.
Il mistero del buttafuori. Un omicidio senza risposta.
Angelo Mancini aveva finalmente trovato qualcosa.
Un articolo, siglato F.M, del gennaio del 1999.
Non ci sono novit sull'omicidio del ventiquattrenne Alex Pedroni, il giovane addetto alla security ucciso nella notte di Capodanno nel parcheggio esterno della discoteca The Land of the Moon a Locate Olona, alle porte di Milano. Non ci sono testimoni che abbiano assistito al delitto, avvenuto intorno alle cinque e trenta, quando il grosso della clientela aveva gi abbandonato il locale. Il buttafuori  stato freddato con due colpi in testa, sparati dall'esterno, da un misterioso aggressore. Il ragazzo ha abbassato il finestrino della sua Ford Fiesta, probabilmente per parlare con il suo carnefice che ha aperto il fuoco da breve distanza. Nel bagagliaio della vettura  stata rinvenuta una busta contenente alcuni etti di cocaina, gi divisa in blister per la vendita al dettaglio. Ed  proprio nella direzione dello spaccio di droga che si stanno indirizzando le indagini dei Carabinieri della compagnia di Milano Nord competente territorialmente.
Mancini stamp quell'articolo e i successivi.
Una faida nell'ambito dello spaccio, quindi rilesse il nome del locale, The Land of the Moon.
Anche se al cinquantesimo anniversario dello sbarco dell'Apollo 11 e del piccolo passo di Neill Armstrong mancavano ancora diversi mesi valeva la pena esplorare quella terra della luna.
L'appuntamento con il vecchio Capaccio era per le cinque direttamente in piazza Angilberto II. L'ex celerino lo attendeva sul marciapiede di fronte alla voragine del cantiere in cui lavoravano alcuni operai con escavatori.
Lo aspettava all'aperto nonostante il freddo tornato improvvisamente bastardo, incurante dei possibili mali stagionali.
Si fermarono in un bar per un caff corretto per scaldarsi, poi dritti alla Stadera, sfrecciando in strade periferiche. Pochi i negozi al dettaglio, troppo vicini i grandi centri commerciali che si potevano raggiungere nell'hinterland, a pochi minuti di auto.
Paravia li accolse senza cerimonie.
Stava allenandosi al sacco. Pantaloncini corti e felpa della tuta. Sudato. Sulla testa una bandana con caratteri asiatici.
Li invit nel solito ufficetto sul retro, non li fece neppure accomodare.
Il combattimento c' stato. Un capannone abbandonato dalle parti della Metanopoli.
La grande cittadella dei depositi del gas, nella zona di San Donato Milanese.
Non ci sono stati problemi, ci sono stati diversi incontri di varie discipline e nessuno si  fatto male. Nemmeno Scarone. Che  andato via con le gambe sue.
Uhm, Scarone aveva vinto il suo incontro?
Certo che ha vinto. E vi ripeto che  andato via sulle sue gambe. Magari le ha prese, ma stava bene.
Era con qualcuno?
Paravia si prese un secondo, come se dovesse valutare se fosse opportuno sputare il rospo o meno. Alla fine, si decise.
Non  che vi sto spifferando nulla che in giro non sappiano tutti, non faccio l'infame...
Ardig lo lasci proseguire.
... per lo sanno tutti nel giro che Scarone si faceva preparare dal Farmacista.  a lui che dovete chiedere.
E chi sarebbe il Farmacista?
No, il nome vero non lo so.  uno del giro di quelli di Spreafico. So che ha avuto i suoi guai con la giustizia,  stato dentro. I vostri della Narcotici sanno come trovarlo. So che bazzica una palestra su dalle parti della Bovisa.
Un passo avanti, ma non era finita.
Poi c' una cosa che forse vi pu interessare.
Sentiamo.
Gira una storia su Scarone, di quelle che stanno a met tra la leggenda e la realt. Per per me qualcosa di vero ci sta. Io ve la dico poi vedete voi.
Che storia?
Che Washington qualche anno fa, boh quanto sar passato? Anche dieci anni fa... qualche mese dopo l'arresto, dopo tutti i guai che aveva, se ne  andato a combattere gi in Thailandia per alzare il grano e rimettersi in piedi che gli avvocati sono come sanguisughe.
Capaccio scosse la testa: E che significa? Sai quanto ci vanno a combattere laggi.
Paravia non si scompose.
Mica sto parlando di combattimenti normali. Qui si parlava di mortal kombat .
Stavolta a sorprendersi fu Ardig. Ben ricordava un gettonatissimo videogame di met anni Novanta, da cui poi avevano tratto un omonimo film interpretato da Van Damme.
Stai dicendo incontri all'ultimo sangue?
Pi o meno. Sono combattimenti clandestini gestiti dalla mafia thailandese, dove non ci sono regole e non ci sono limiti, non c' nemmeno un arbitro. Li chiamano cos perch il vincitore pu anche uccidere lo sconfitto, come succedeva nei film, quelli sui gladiatori. Uguale.
Uhm...
Lo so cosa pensate, anche a me  sembrata grossa questa storia. Poi si racconta che questi combattimenti sono, come si dice, chiusi, segreti, perch se muore un europeo fa pi casino anche in Thailandia. Ma a lui lo hanno fatto combattere. Aveva qualcuno che era introdotto con la malavita thailandese, un garante insomma.
Spreafico?
E chi senn? Quello aveva i contatti e anche i soldi per garantire la posta.
Per cui Scarone avrebbe combattuto e vinto.
Cos dicono, che avrebbe ucciso diversi avversari e avrebbe alzato un bel po' di grano, tanto che si era pure comprato la casa. Solo che poi deve aver combinato qualcosa perch...
Si ferm indeciso.
Ardig complet il ragionamento.
Perch lo hanno incastrato con la droga.
Paravia annu.
Solo a lui per, il Farmacista  tornato indietro. Ma io non so altro. Va bene?
Andava bene.
Fuori era sceso il buio.
Ripartirono in silenzio, ognuno con i suoi pensieri.
Per saperne di pi sul The Land of the Moon il capitano Mancini aveva rivolto una serie di richieste ufficiali al comando regionale lombardo della Guardia di Finanza.
La risposta era arrivata via mail.
Giovanni Signore aveva rilevato la licenza, l'avviamento, il contratto in affitto e tutta la baracca nel 1997 e, di fatto, era stato il proprietario fino al 2001.
Dalla rete invece era spuntato un interessante articolo sulla fine ingloriosa della discoteca lunare.
Malerba stava rientrando a Milano sull'A4, come sempre ingolfata dal traffico serale anche in direzione del capoluogo.
Il buio era calato su un pomeriggio inconcludente.
Pescatori e runner che bazzicavano il laghetto fluviale gli avevano snocciolato banalit di ogni genere, per loro poteva essere un immigrato caduto nell'acqua.
Per il cadavere era di un uomo di razza europea.
L'unica curiosit era che, poco pi a monte, c'era un ponte pedonale, affacciato su un tratto roccioso del fiume, definito il ponte dei suicidi, perch nel corso degli ultimi decenni alcuni sventurati avevano scelto di porre fine alla loro vita lanciandosi da quel parapetto.
Era l'unico appiglio per non dover scrivere di un banale incidente.
Paravia aveva ragione, alla Narcotici conoscevano benissimo il Farmacista.
Un nome evocativo, che faceva pensare a un dottore, a un laureato, a un moderno alchimista in camice e occhiali, uno che passa le giornate chino tra i libri e gli alambicchi.
Niente di tutto questo.
Al secolo era Luigi Li Vecchi, di cinquantanove anni.
Milanese di origine calabrese, cresciuto a Rozzano, popoloso comune dell'hinterland noto alle cronache nere per gravi problemi di criminalit risalenti al millennio precedente.
Li Vecchi negli anni Ottanta aveva infranto il Codice Penale per i reati di stampo violento: lesioni, minacce, estorsione e associazione a delinquere. Se l'era cavata con un patteggiamento a meno di trenta mesi, evitandosi la pena detentiva.
Negli anni Novanta era stato arrestato a Verona, nel corso di gravi scontri tra tifosi allo stadio Bentegodi, era stato fermato insieme ad altri ultras milanisti.
Nel gennaio del 1995 era stato identificato allo stadio Ferraris di Genova insieme a un migliaio di ultras rossoneri, nella maledetta domenica in cui un milanista aveva accoltellato e ucciso un genoano fuori dallo stadio.
Da questi procedimenti era per stato stralciato.
Alcuni anni dopo per era finito dentro. La condanna era del 2002, si era preso quattro anni e otto mesi per associazione a delinquere e spaccio di anabolizzanti.
Aveva beneficiato della solita abbondante razione di sconti e benefici, limitando i danni a un soggiorno di venti mesi nelle patrie galere. Pena scontata nella casa di reclusione di Opera.
Era stato anche accusato di organizzare combattimenti clandestini, ma senza essere condannato.
Quindi nel 2008 di nuovo in manette, nell'operazione in cui, nella tonnara degli spacciatori, era finito anche Scarone.
La scheda di Li Vecchi raccontava la sua duplice storia criminale.
Prima era un picchiatore, un violento, un estorsore di periferia, un teppista da curva, poi si era convertito a spacciatore e trafficante di sostanze anabolizzanti.
Ardig prese una Camel, ma attese ad accenderla rigirandosela tra le dita.
Troppi pezzi accorrevano per incastrarsi nel puzzle della sua testa.
Adesso la priorit era una chiacchierata con questo Farmacista.
La solita circonvallazione, quella che ogni mattina divorava correndo. Stavolta l'asfalto veniva accarezzato dalle ruote della sua Giulietta.
Svolt a sinistra verso i Mercati Generali.
Due minuti dopo sbucava dal sottopassaggio automobilistico di via Cesare Lombroso.
Una strada intitolata all'illustre studioso ottocentesco che si era messo in testa di prevedere il tasso di criminalit, presente a suo dire a livello genetico in ogni essere umano, semplicemente studiandone la fisiognomica del volto e le misure della scatola cranica.
La sua tesi, elementare, era che criminali si nasce, non si diventa. Questione di biologia, non di educazione, di famiglia, di condizioni socio-economiche in cui si cresce e si vive.
Peccato che poi, una volta schiattato, eseguendo le sue volont testamentarie, i suoi allievi avessero sottoposto il professore, il suo cranio e il suo viso, ad analoghi rilievi antropometrici desumendone che anche nel defunto professor Lombroso c'era una spiccata predisposizione al crimine, al male. Magari anche a uccidere.
Elucubrando sul criminologo era arrivato a destinazione senza accorgersene.
Il Farmacista risiedeva in un condominio fatiscente in via Zama, una traversa laterale. Una via sconosciuta al grande pubblico milanese, in un quartiere noto solo per i problemi di degrado, con casermoni ingrigiti. Zona mappata con una toponomastica latineggiante.
Piazza Cartagine, via Zama a intersecarla per risalire in piazza Ovidio, tagliata da via Mecenate.
La gloria dell'antica Roma, dei suoi nemici cartaginesi, della storica battaglia di Zama in cui Annibale fu definitivamente sconfitto, ma anche la gloria dei suoi intellettuali, poeti o finanziatori di artisti.
E poi, per la solita logica incomprensibile, via Salomone. Mentre attraversava l'incrocio Ardig pensava al sovrano ebraico narrato nelle Antiche Scritture , invece quella strada era dedicata ad un aviere e militare italiano, tale Oreste Salomone.
Non gliene importava nulla della storia passata di quella via. Conosceva fin troppo bene la storia recente di quella strada, forse una delle pi problematiche di Milano, con un comprensorio di caseggiati popolari che persino papa Francesco aveva voluto visitare un paio di anni prima nel corso di una sua venuta in citt, per portare una parola di conforto e di speranza alle centinaia di famiglie costrette a vivere tra degrado e micro delinquenza. Era la faccia scura della City, la stessa citt delle mille luci, della moda, del fashion, dei locali, la citt che sogna di far riemergere i Navigli in centro e diventare una citt sull'acqua, quella che ignora i quartieri dimenticati dalle istituzioni e dal resto dei milanesi, tra alloggi occupati e mille emergenze quotidiane, dove una minoranza di delinquenti e di violenti, o di abusivi che occupavano illegalmente gli alloggi, tenevano ostaggio della paura migliaia di brave persone.
Difficile catalogare uno come Li Vecchi.
Aveva estinto i suoi debiti con la giustizia, pagandone il conto. Tuttavia, era uno con le mani sempre infilate in affari sporchi, era un lupo che poteva magari perdere il pelo ma non il vizio.
Trovarono lo stabile e pure il citofono.
Niente, nessuna risposta.
Il portone era aperto per via della serratura automatica difettosa.
Entrando notarono la cassetta delle lettere. Quella con l'etichetta Li Vecchi era stracolma. Opuscoli pubblicitari, buste di vario genere, e incastrati nella fessura i tipici tagliandi bianchi degli A.R, avvisi di raccomandata. Avvisi risalenti al 12 febbraio.
Tipologia, atti giudiziari. Contravvenzioni stradali o tributi non saldati.
Non ritira la posta da diversi giorni borbott Farris.
Le scale erano pulite, le porte dignitose.
Evitarono l'ascensore. Salirono senza fretta, cercando il nome sulla porta, piano per piano.
Li Vecchi stava al sesto piano. Senza uno zerbino a precedere l'ingresso.
Si attaccarono al campanello.
Nessuna risposta.
Dagli altri appartamenti non giungevano rumori.
Con un cenno di intesa Farris prese un forcino per lavorarsi la serratura, scoprendo con sorpresa che era aperta.
Brutto segno.
Ardig decise di entrare, la Beretta in mano con il colpo in canna, Farris dietro di lui. Nessuna irruzione poliziesca, si muovevano in punta di piedi come fantasmi.
L'appartamento era vuoto ma il riscaldamento era funzionante. Le finestre chiuse, le tapparelle sollevate.
Semplicemente il proprietario era assente.
Un cattivo odore li guid verso la cucina, sul lavello stoviglie sporche.
Un'inquietante crosta di muffa verdastra, pelosa, si era depositata sulle stoviglie, aggredendo un piatto con rimasugli incrostati di spaghetti al sugo. In un altro piatto avanzi di un pesce, con la coda e la testa integre e in mezzo la lisca con attaccati brandelli di carne bollita. Quell'odore nauseabondo proveniva da l e aveva attirato uno sciame di formiche.
Qui non viene nessuno da giorni, almeno da una settimana osserv Farris spostandosi in soggiorno.
Intorno il normale disordine di un uomo che non ha una donna che lo obbliga a quel minimo di ordine domestico.
Sulle pareti maglie del Milan. Alcune storiche degli anni Ottanta, quando sulle vecchie divise con le righe strette campeggiavano mastodontici in bianco i nomi degli sponsor, Hitachi, Cuore, Motta. Maglie di almeno trent'anni prima.
Sul divano una copia de La Gazzetta dello Sport del 7 febbraio.
Si spostarono negli altri ambienti.
Anche in camera da letto c'erano cimeli rossoneri, foto di trasferte, di stadi, di curve. Riconobbe lo stadio di Vienna e il volto felice di un giovane Li Vecchi con la sciarpa avvolta sulla fronte come un samurai giapponese.
Era la finale della Coppa dei Campioni del 1990 se ricordava bene.
Farris si spost in bagno.
Un istante dopo lo chiam.
Nella vasca da bagno scatole di medicinali, fialette di vetro, barattoli con compresse, buste. Etichette scritte in cirillico. Poi, in quantit industriale, confezioni di iniezioni pronte per l'uso. Eccolo l'arsenale del Farmacista.
Nello studio i cavi di un computer che non c'era e alcune foto.
Stavolta il Milan non c'era, la fede rossonera era rimasta nella camera da letto. L il pallone spariva e c'era spazio solo per muscoli, concorsi, gare e combattimenti.
Li Vecchi da giovane, quando era culturista e partecipava ai concorsi. Poi lui pi grande, dopo gli anta, abbracciato a dei culturisti sorridenti con medaglie e coppe.
E infine eccolo, il Nak Muay.
Anche in questo caso abbracciati e sorridenti anche se Scarone appariva stanco, sudato e forse sofferente. Sullo sfondo persone con tratti orientali e gli occhi a mandorla.
In camera il letto era sfatto.
L'impressione che dava l'ambiente era quella di una casa abbandonata all'improvviso, come se il padrone di casa fosse svanito da un momento all'altro senza neppure sciacquare i piatti.
Il Farmacista era fuggito, oppure aveva fatto una brutta fine.
Il telefono di Luigi Li Vecchi risultava disattivato dalla notte dell'8 febbraio.
L'ultimo segnale, a una manciata di minuti dalle due, era agganciato alla cella Mecenate/Camm, ovvero la zona dove abitava.
Una comparazione dei tracciati telefonici di Scarone forniva un risultato combaciante: i due si trovavano nello stesso isolato, ragionevolmente insieme, dopo aver trascorso le due ore precedenti nell'area di San Donato, dove le loro SIM erano rimaste agganciate alla cella telefonica dalle 23,30 all'1,20.
Adesso sapevano a che ora si era svolto l'ultimo match clandestino di Washington Scarone.
Poi il Nak Muay e il Farmacista erano tornati in via Zama e il lottatore aveva proseguito fino a casa: dalle 2,10 il suo cellulare era rimasto agganciato alla cella Marche/Maciachini.
Non era finita: sia sabato 9 sia domenica 10 il numero intestato a Scarone aveva contattato pi volte quello di Li Vecchi che non aveva risposto, perch non c'era stato traffico vocale.
Fino al capolinea: Scarone nella sera del 10 si era spostato nell'area della cella telefonica di Bullona e da l il suo telefono non aveva pi inviato contatti fino alla notte del 15 febbraio, quando era stato riattivato per inviare il messaggio WhatsApp a Malerba dalla cella di viale Marche.
Avevano ricostruito gli spostamenti nelle ultime ore di vita delle due vittime ed erano fermi al palo.
Li Vecchi era desaparecido .
Intanto il suo passaporto, che risultava scaduto da anni e non rinnovato, raccontava di continui viaggi avanti e indietro dalla Thailandia nel decennio precedente. Scalise lo stava comparando con quello di Scarone: le date coincidevano quasi simmetricamente.
Una giornata indigesta, troppi i bocconi amari da mandare gi.
Il tenente Mancini rientrava all'Eur in treno.
La prima fermata era proprio quella di Parco Leonardo, dal finestrino poteva vedere l'area delimitata dal nastro isolante nel canale adiacente alla ferrovia, dove era stato ammazzato er Cherubino. Una brutta storia che si stava complicando.
La pistola utilizzata non apparteneva alla malavita romana, a quelli della Magliana o ai loro eredi. No, era un'arma saltata fuori da chiss dove, spuntata da un passato che non doveva tornare.
Un passato morto e sepolto che invece era ancora vivo e uccideva con una sua logica.
Il The Land of the Moon, un capannone industriale riadattato a locale notturno, aveva avuto una vita breve.
Inaugurato nell'estate del 1997 era finito in fiamme una notte di quattro anni dopo. Incendio doloso, taniche di benzina ovunque.
Un solo sospettato: il proprietario, che da qualche mese aveva sottoscritto una nuova polizza antincendio per il locale.
Periti ed esperti avevano lavorato per inchiodarlo senza riuscirci. Nessuno aveva potuto dimostrare che l'incendio doloso fosse stato appiccato o ordito dal titolare, il quarantenne Giovanni Signore che aveva incassato il premio miliardario dell'assicurazione, vestendo i panni angelici della vittima, tra silenzi e amnesie.
Aveva intascato i soldi e poco dopo aveva fatto fagotto tornandosene a Roma, ricominciando dalla Magliana, per poi fare fortuna a Parco Leonardo.
Fino a quella pallottola 7,62. Esattamente vent'anni dopo.
Dal finestrino opaco del treno vedeva solo il buio della periferia romana. Un velo nero, monotono, piatto, deprimente come il suo umore che quella sera rischiava pure di peggiorare.
Aveva accettato il trasferimento in Friuli per lasciarsi alle spalle un matrimonio fallimentare e un fardello emotivo da cui stava scappando. Una moglie insopportabile, suoceri demoniaci, cognati da sopprimere con una scarica elettrica, nipoti coatti da rieducare in un gulag sovietico. Si era aggrappato alla solitudine, mettendo pi distanza possibile con il suo passato, e per un po' aveva funzionato.
Poi il Friuli era diventato la sua Siberia, freddo, ostile, chiuso. Gente silenziosa e riservata, blindata agli estranei.
Aveva rivoluto Roma per reimmergersi nella confusione urbana, in quel turbine di gente e sentimenti che per anni lo aveva circondato.
Prima.
Ora anche Roma sembrava il Friuli e quella sera sembrava anche la Siberia.
Malerba non fumava.
Invece un bicchierino la sera prima di andare a dormire se lo concedeva volentieri.
Quella sera il bicchierino era zeppo di Baileys, la morbida crema al whisky irlandese.
Lo centellinava, non reggeva bene l'alcool. Il mal di testa era pronto ad aggredirlo appena alzava il gomito. E la combinazione calice di vino pi bicchierino di super alcoolico spesso si rivelava letale, per cui ci andava piano.
Quella sera per era diversa.
Troppe palle matte a rimbalzargli nel cervello.
Alla fine l'ho trovato. Grazie di tutto. IsB.
Un messaggio per lui, che avrebbe dovuto capire.
Eppure, non ci riusciva.
...
.
...
9.
...
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...
Approfittando di un momento di distrazione della sbirraglia thailandese era riuscito a fargli qualche foto con il suo telefono HTC Desire Z dopo averlo silenziato.
Pochi scatti, solo Saranon se ne accorse, preoccupato.
Quel cadavere in decomposizione non avrebbe potuto raccontare nulla di quanto accaduto. I varani avevano fatto uno scempio.
Il resto lo aveva fatto il tempo trascorso. Troppo.
Era passato pi di un mese dalla notte della sua scomparsa.
Le autorit thailandesi avevano avuto ritmi da lumaca nell'identificare la donna italiana e nell'informare poi il consolato italiano.
Erano passati i giorni, le settimane.
Il caldo aveva completato il lavoro sporco dei mostri, cancellando ogni residuo, ogni traccia.
La verit sulla fine di Isabella era in cielo con la sua anima.
...
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...
Milano, 19 febbraio 2019.
...
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...
Il commissariato della zona Forlanini aveva battuto a tappeto l'intero quartiere. Agenti in divisa si erano passati al pettine tutti i bar e i negozi di via Mecenate, piazza Ovidio e piazza Cartagine senza trovare una traccia del Farmacista, ormai scomparso da giorni.
Nessuno lo aveva incrociato.
Nel frattempo, Farris e Santoni stavano facendosi un giro tra Bovisa e Dergano alla ricerca della palestra dove esercitava Li Vecchi e dove si allenava Scarone.
Ardig attendeva una loro telefonata.
Ne arriv un'altra. Inaspettata.
A Milano il tenente Mancini aveva un vecchio amico. Un commilitone negli anni romani dei Ros, quando erano in prima linea a combattere la mafia capitolina, prima che le loro strade si separassero, lui in Friuli, per allontanarsi da quei marciapiedi diventati una trincea, l'altro spostato di appena qualche chilometro, anche se in teorica terra straniera: nella gendarmeria del Vaticano, tra segreti e misteri. Ora Marco Fontana era stato promosso a capitano ed era tornato nella sua Milano.
La richiesta ufficiale per la documentazione dell'omicidio Pedroni era gi stata inoltrata, per occorrevano i soliti tempi ministeriali per avere il materiale.
La telefonata a Fontana era informale, all'amico.
Il classico come stai, come va. Poi dritti al punto.
Fontana ascolt la storia con stupore: non aveva mai sentito parlare del delitto del buttafuori, anche se ricordava il rogo che due anni dopo si era divorato il The Land of the Moon. Di Signore non aveva mai sentito parlare fino a quando stava a Milano, ma a Roma ricordava bene chi fosse er Cherubino.
La storia era strana.
Lo colpiva lo sfregio dell'anello da due soldi conficcato nell'esofago e annot mentalmente il dettaglio della Tokarev TT33 calibro 7,62.
Una pistola da museo, come l'anello.
Chi aveva ucciso aveva vecchi conti in sospeso con la vittima.
Stavolta erano saltati i convenevoli.
Padre Harald aveva gi preparato il campo, esponendo i tre sacchetti di cellophane sul legno pregiato di quella scrivania che trasudava decenni di vita e di storia.
In quel legno erano impregnati segreti inconfessabili e scoperte terrificanti.
Quel legno tratteneva la verit su tante storie da non far trapelare, come quella su cui stavano cercando di fare luce, il cero nero era consumato a met.
Nell'altro sacchetto un mazzo di chiavi collegato da un anello metallico con un portachiavi con il logo diabolico del Milan.
Un istante dopo, eccolo. Il brivido gelido, quel suo solito brivido gelido, quello che sembra un serpente, che a tradimento arriva e risale lungo la spina dorsale, lento, gelatinoso.
Ardig comprese tutto in un istante.
Quel ciondolo emetteva un nuovo verdetto inappellabile, un verdetto di morte, annunciando che un altro cadavere, il terzo in questa storia maledetta, lo stava aspettando.
Mancava il corpo, ma stavolta sapeva praticamente tutto della vittima: generalit, residenza, et, professione, precedenti penali, persino la fede calcistica.
Ho gi capito di chi si tratta,  un pregiudicato, collegato con le vittime precedenti, lo stiamo cercando da ieri e risulta irreperibile. Fisicamente intendo.
Padre Harald scosse la testa, intuendo i suoi ragionamenti.
Un passo alla volta. Il corpo arriver, come  arrivato quello del lottatore di arti marziali. Ora si concentri su quello che ha.
Gli indic il portachiavi.
 grazie a quello che ho potuto identificarlo.
Pertanto, questa volta  in vantaggio rispetto ai precedenti delitti.
Da dove arrivano? indic i sacchetti.
San Pietro in Gessate, che immagino conosca, una chiesa con uno splendido chiostro, alle spalle del Palazzo di Giustizia.
Un'altra casa del Signore, in pieno centro.
Mentalmente tracci una mappa dei tre luoghi di culto, pi o meno distanti poche centinaia di metri.
San Gottardo in Corte, al centro alle spalle del Duomo, Santa Maria degli Angeli appena dietro piazza della Repubblica, San Pietro in Gessate posteriore al Tribunale.
Chiese centrali eppure poco conosciute e poco frequentate da turisti e appassionati di arte sacra.
L'assassino conosceva Milano, il suo centro, le sue strade. E le sue chiese, anche quelle meno famose. E le opere in esse contenute.
Ardig conosceva San Pietro in Gessate e ricordava di aver visto anche il dipinto che padre Harald gli stava allungando con il solito foglio stampato.
 la cappella Grifi, commissionata dal medico personale di Ludovico il Moro: gli affreschi principali contenenti le storie di Sant'Ambrogio sono del Butinone e dello Zenale. E vede, sotto, c' una parte di affresco affidata a un allievo della loro bottega. Guardi...
Eccola, ancora una volta c'era una dea bendata, una Nemesi con una benda nera sugli occhi che impugnava la spada e la bilancia, emergendo dal buio, illuminata da un raggio di sole che trafiggeva un cielo scuro.
Una dea con una benda nera che non vedeva nulla davanti a s.
Quell'immagine plastica lo illumin.
Un flash a rompere il buio di un'indagine oscura e diversa dalle altre, dove tutto era freddo. Cadaveri, rivendicazioni, indizi.
Fissava la stampa dell'affresco e proiettava nella mente un'altra scena: un suicida issato su un davanzale, pronto a spiccare il balzo nel vuoto, a immolarsi in una notte degli innamorati, dopo aver chiesto scusa a tutti, anche al padre eterno, con un Atto di dolore .
Non stava pi ascoltando padre Harald che alz la voce per destarlo.
Chi lascia questi messaggi le sta dicendo che la sua caccia  rivolta a un adoratore di una Nemesi nera.
Cosa intende?
Il nero cancella tutto, i punti di riferimento che lei non individua. E cancella qualunque cosa. Nel nero non c' luce, non c' vita, non c' bene o male.  il nulla, se ci pensa anche i buchi neri inghiottono tutte le stelle, le comete, la luce che sprigionano. Del resto, quella  la simbologia evocativa dei ceri neri: la fiamma della vita, della speranza che si spegne, lasciando la vittoria alla morte. A proposito: il cero  stato portato ieri mattina. Insieme al mazzo di chiavi. E a questo.
Scacci l'immagine di Norrieri per concentrarsi su quanto di concreto aveva davanti.
La solita cartelletta trasparente, del solito cellophane con dentro un articolo di un giornale. Vecchio.
Era della Voce lombarda il defunto quotidiano in cui per anni aveva lavorato Federico Malerba.
Un trafiletto a fondo pagina del 17 luglio 2010.
Il titolo sintetizzava l'accaduto: Tentato stupro alla Bicocca. Nel catenaccio si specificava: Brutale aggressione, donna asiatica colpita selvaggiamente.
L'articolo condensava in poche righe l'accaduto.
La notte scorsa, in via Asturie, una traversa di viale Fulvio Testi, in zona Bicocca, una donna di nazionalit thailandese, S.W,  stata vittima di una violenta aggressione a sfondo sessuale. La donna ha subito un violento pestaggio riuscendo a far desistere lo stupratore, spaventato dall'accorrere della sorella della vittima. Ancora da ricostruire la dinamica dei fatti: l'aggressione sarebbe iniziata in strada e proseguita nell'appartamento della thailandese, che, in evidente stato confusionale, in una prima versione fornita all'arrivo in ospedale ha riferito di un solo aggressore e nella successiva dichiarazione messa a verbale ha parlato di due aggressori, due sconosciuti di accento slavo. Sul caso indaga la sezione Buoncostume della Questura di Milano. Il tentato stupro potrebbe presentare dei collegamenti con i tre omicidi che hanno riguardato donne di nazionalit thailandese, avvenuti negli anni scorsi tra Milano e le province di Lodi e Pavia.
L'articolo era siglato IS.BR.
Ardig incass il colpo inscurendo il volto.
A cosa sta pensando?
Mi sto rimproverando per la mia superficialit. Nel 2010 avevo gi la responsabilit della sezione Omicidi e Reati contro la persona. Mi ricordo questa vicenda, il mio vice Lino Velluti, che stava andando in pensione e aveva mollato la presa, l'aveva liquidata dicendomi che era solo una prostituta aggredita da un cliente o dal protettore ed era meglio che del caso se ne occupasse la Buoncostume. Eravamo stati noi a delegare alla Buoncostume, siamo stati noi a sbagliare. A sbagliare tutto. Perch allora nemmeno io avevo mai sentito parlare di questi omicidi, tranne quello dell'Idroscalo su cui avevamo dormito. Erano omicidi troppo vecchi.
L'omicidio non va mai in prescrizione. Per la giustizia  un caso che resta sempre aperto, pu fare ora quello che non ha fatto a tempo debito.
E purtroppo non va in prescrizione neanche per la Nemesi.
Che, glielo ribadisco, le sta dando un grande vantaggio questa volta. Il nome della mancata vittima.
Infatti non ho intenzione di perdere neanche un istante.
Una telefonata di pochi secondi e l'agente-hacker Scalise si mise all'opera.
Il capitano Fontana aveva ottenuto l'incartamento completo del caso Pedroni nel giro di qualche ora. Fascicolo impolverato, come tutti i cold case irrisolti. Foto, perizie balistiche, referti medici, rilievi del reparto investigazioni scientifiche.
C'era tutto e non c'era niente.
I suoi uomini avevano fotocopiato e faxato tutto alla stazione di Fiumicino.
Alex Pedroni aveva ventitr anni ed era incensurato. Mai una denuncia nonostante un mestiere rischioso.
Aveva studiato ragioneria e si era pure iscritto all'Isef all'Universit degli Studi. Viveva a un tiro di schioppo dalla discoteca, nel paese limitrofo di Mazzo di Rho, nell'abitazione dei genitori, insieme a un fratello, Patrick, pi giovane di un anno, e a una sorella, Loredana, di quattro anni di meno.
Patrick Pedroni: un nome particolare, non cos frequente. Un nome che aveva gi sentito. Lo inser in Google per verificarlo.
Non sbagliava. Patrick Pedroni era il sindaco di Locate Olona, un piccolo comune ubicato tra Rho e l'area nord-ovest di Milano, dove un mese prima era bruciato il magazzino di una ditta, in cui erano stipati rifiuti illegali.
Uno dei comuni metropolitani dove la notte ardeva la nuova Terra dei Fuochi.
Si chiamava Suangsuda Wangchan, all'epoca della denuncia aveva trentun anni.
Scalise restava in piedi davanti alla scrivania, impalato come un soldatino di piombo.
Ardig lo invit a sedersi mentre leggeva il verbale redatto dal posto di Polizia dell'Ospedale Ca' Granda di Milano, pi conosciuto dai milanesi come il Niguarda, per via dell'omonimo quartiere che ospita la pi grande struttura ospedaliera cittadina.
Nelle prime ore della mattina del 16 luglio 2010 la Wangchan si era presentata al pronto soccorso dove le erano state refertate lesioni traumatiche facciali, toraciche-costali e ortopediche.
All'agente del presidio della Polizia di Stato, che aveva stilato il verbale direttamente nell'astanteria del Pronto Soccorso, aveva fornito una prima versione sostenendo di essere stata aggredita da un uomo che aveva cercato di ucciderla e di essere stata salvata dall'intervento della sorella.
Alcune ore dopo, interrogata dai funzionari della Buoncostume, aveva ritrattato, dichiarando di essere stata molestata e aggredita da due sconosciuti, due uomini, che non parlavano italiano, che l'avevano intercettata lungo viale Fulvio Testi, inseguendola e lanciandole epiteti.
La donna affermava di aver cercato di scappare in via Asturie, dove i due l'avevano raggiunta davanti al portone della sua abitazione, rincorrendola lungo le scale, fin dentro il suo appartamento dove avevano tentato di violentarla. L'intervento della sorella li aveva costretti a desistere.
L'episodio era avvenuto intorno alle tre di notte, in una traversa laterale di viale Fulvio Testi, la grande arteria che collega Milano a Sesto San Giovanni e Monza, che nella sua parte iniziale, quella pi interna alla citt, si chiama viale Zara, prima di diventare viale Fulvio Testi dalla Bicocca in poi.
La ragazza sosteneva di essersi difesa, subendo di conseguenza un violento pestaggio, ma in questo modo aveva evitato lo stupro.
Prima di essere dimessa aveva ripetuto le sue dichiarazioni anche all'ispettore della Buoncostume, Gigi Pierantozzi, che aveva verbalizzato la denuncia contro ignoti.
Una storia che non lo convinceva.
Scocc un'occhiata in tralice a Scalise che sembrava impaziente di riavere la parola.
C' altro su questa Suangsuda?
L'agente hacker Scalise gli allung altri fogli, estratti anagrafici e catastali.
L'asiatica era stata titolare di un regolare permesso di soggiorno di lunga durata ma dal 2016 era diventata cittadina italiana per matrimonio. Di professione era imprenditrice e risultava essere la titolare di un esercizio commerciale a Milano, in viale Zara.
Un negozio acquistato con regolare atto notarile nell'agosto del 2010, curiosamente appena due settimane dopo l'aggressione subita.
Altro?
Scalise scosse la testa, mortificato.
Non preoccuparti. Quelli della Buoncostume hanno la memoria fotografica. Per trovami un suo numero, ci voglio parlare. Subito.
L'ispettore Pierantozzi era ancora assegnato alla sezione Buoncostume, Ardig impieg un minuto a scovare il suo contatto sul cellulare e un altro per accordarsi per un caff.
Locate Olona  un comune incredibilmente piccolo per gli standard metropolitani. Appena seimilacinquecento abitanti, un paesello adagiato al confine nord-ovest di Milano, schiacciato sotto Rho e Pero. Tecnicamente un borgo, ma non di quelli classici, con piazzetta, chiesa e case basse abbracciate intorno a quell'ombelico vitale.
La moderna Locate era un agglomerato di torri, per la maggior parte di edilizia popolare convenzionata, inframezzate da un reticolato di vie, divenute appendici dei quartieri settentrionali di Milano.
La piazzetta era quadrata, solo cemento e una fontana che pareva un lavandino, circondata da siepi. Una cittadina microscopica e ad altissima densit abitativa, circondata da un'immensa area dedicata alla logistica e allo stoccaggio, per via della prossimit agli snodi autostradali.
Il sindaco Pedroni lo aveva ricevuto senza fargli fare anticamera, indicandogli per l'orologio appeso alla parete.
Alle undici ho la riunione di giunta. Sa, qui gli assessori durante la settimana lavorano come tutti, non siamo mica dei professionisti della politica, per cui facciamo la giunta quando riusciamo, anche a met mattinata, e poi magari recuperiamo il tempo sacrificando la pausa pranzo. Io stesso sono un sindaco part time, per fortuna da avvocato riesco a organizzarmi tra un cliente e l'altro, per cui non le posso dedicare pi di venti minuti.
Pedroni si presentava come un bel quarantenne dall'aria sveglia e dalla faccia pulita irradiata dal canonico sorriso evergreen del politico accogliente con l'interlocutore.
Giacca blu, camicia bianca, jeans, un tablet in mano. Sulla scrivania faldoni vari e la classica foto balneare con moglie e figli. Guidava una coalizione civica apartitica, con la lista Locate insieme, che si richiamava ai principi dell'ecologia e del verde. Aveva mostrato coraggio, almeno nelle interviste rilasciate, tuonando contro le associazioni criminali mafiose che mettevano a rischio la salute ambientale del suo territorio.
Venti minuti bastano e avanzano lo rassicur Fontana, mentre continuava a studiarselo.
Il primo cittadino del piccolo comune metropolitano accarezzato dal fiume Olona, che subito dopo si interra nelle viscere milanesi per poi confluire nel Lambro, era pronto ad ascoltare le ultime novit sul rogo di rifiuti tossici.
Rimase spiazzato quando il carabiniere attacc chiedendogli la massima riservatezza su una storia che ancora non era di dominio pubblico.
Il collega lo aveva preceduto.
Pierantozzi era gi al tavolo del bar, dove stava sfogliando la Gazzetta dello Sport, leggeva un articolo sulla Roma.
Sei romanista? gli chiese.
Ni. Sono del Pescara, ma tifo anche la Roma. Nel senso che tifo il Pescara perch  la squadra della mia citt e poi la Roma nella lotta per lo scudetto.
Tifi due squadre?
Mica  vietato.
E quando si gioca Pescara-Roma?
Sempre il Pescara!
Si erano trovati in un baretto di via Hoepli, alle spalle della Galleria e del palazzo comunale.
Il collega abruzzese stava sorseggiando un centrifugato vitaminico. Ardig decise di essere altrettanto healthy .
Anche per me chiese al cameriere, prima di allungare le foto della Wangchan al collega che non si scompose.
Me la ricordo bene. Figa extra lusso.
Il centrifugato di un inquietante color verdognolo plan dolcemente sul tavolo.
Una sorsata bast a farlo pentire.
Il finocchio predominava sulla mela e sul kiwi.
Come cazzo si fa a bere questo obbrobrio?
 detox, depurativo e drenante, aiuta...
Alz la mano per interromperlo: Per carit non ti ci mettere pure tu.
Pierantozzi sghignazz, tirando un'altra sorsata.
Un elisir di eterna giovinezza.
Lascia stare, con me non funziona... Ti eri occupato tu del tentato stupro in strada di nove anni fa?
Ma quale tentato stupro, ma quando mai...  sempre la stessa storia. L'aveva conciata cos un cliente, oppure un protettore. Quella era una che riceveva a domicilio. Avevano litigato sulla prestazione o sul prezzo e quella poveretta si era presa una manica di botte. Tutto qui. Solo che quello ci stava andando gi pesante, cos la sorella della Wangchan era intervenuta strillando e salvandola.
Lei inizialmente aveva parlato di un'aggressione in strada.
Balla colossale. Quella notte il 112 aveva ricevuto una chiamata per una lite in un appartamento. Una donna urlava, si sentivano mobili fracassati. Per la persona che aveva chiamato aveva criptato il numero, con il cancelletto, quelle robe l, e non aveva dato le generalit, solo snocciolato l'indirizzo.
Quello di casa della Wangchan?
Solo la via, via Asturie, senza il civico. Cos la pattuglia non era neppure partita. Poi qualche minuto dopo hanno contattato il 118 per richiedere un'ambulanza.
Ardig si rabbui, i pezzi del puzzle faticavano a incastrarsi.
Come mai ti interessa questa storia? domand il collega.
Perch sto seguendo uno strano caso. Forse conosco l'uomo che l'ha aggredita...
E me lo dici cos? Cosa aspettiamo a farci due chiacchiere con questo signore, si intende in maniera gentile e garbata sorrise, sardonico, l'ispettore della Buoncostume.
Il problema  che il tizio in questione  appena transitato a miglior vita, nel loro Nirvana, ammesso che non facciano distinzioni tra paradiso e inferno come facciamo noi, altrimenti suppongo sia gi negli inferi.
Immediatamente Pierantozzi realizz: Il kickboxer ammazzato all'area Falck?.
Proprio lui.
Senza farmi i fatti tuoi, ma come ci sei arrivato a collegarlo alla Wangchan dopo nove anni?
Fortuna, pura fortuna...
Si maled mentalmente per la risposta. Come se si potesse parlare di fortuna in quella vicenda.
...piuttosto mi confermi che questa tizia  ancora a Milano?
Come no. Sta a Monza.
Cosa sai di lei?
Parecchie cose. Intanto ti anticipo che  molto figa, ma anche furba. Di giorno faceva la massaggiatrice insieme alla sorella, la sera faceva la cubista nelle discoteche. E ovviamente la escort, ma non qui a Milano, lavorava su, in Brianza dove ha agganciato uno degli industrialotti della zona, si  accasata e ha piazzato il tanga al chiodo giusto. Oggi  la sorella a gestire il centro Tuina. Lei  solo la proprietaria formale.
Improvvisamente l'omicidio del Nak Muay prendeva un'altra piega.
Poteva trattarsi di una tardiva vendetta di una donna ferita?
La vendetta di una Nemesi orientale che aveva atteso quasi un decennio prima di punire il carnefice, aspettando che tornasse a Milano dopo gli anni in galera in Thailandia, approfittandone per far calmare le acque.
Lo raccont a Pierantozzi che replic esternando la sua perplessit.
Non so, non mi convince. Intanto le donne thailandesi hanno una mentalit diversa da quelle occidentali. Lo sai che in Thailandia si verificano il maggior numero di evirazioni?
Rabbrivid al solo pensiero.
 cos che si vendicano le thai dei tradimenti dei loro uomini.
Per cui secondo te avrebbe dovuto tagliargli l'uccello?
Direi di s.
L'esecuzione di Scarone era stata rapida e quasi indolore. L'assassino aveva deciso solo di togliergli la vita, senza farlo soffrire. E poi c'erano gli altri due compari, Spreafico e Li Vecchi.
Qualcosa non tornava.
Questo per non  stato un tradimento, ma un tentato omicidio.  una cosa diversa.
Non mi convince. Quella ha tutto da perdere. Ha i soldi, il marito pirla che la adora e la vizia, un'attivit commerciale in cui ha sistemato la sorella, perch dovrebbe rischiarsi un ergastolo per un vecchio incidente professionale? No, vai a farci due chiacchiere e vedrai.
Lo prese in parola e contatt subito la thailandese. Lo attendeva mezz'ora dopo.
Fontana aveva inspirato per prendere un lungo respiro prima di attaccare: Qualche giorno fa a Roma  stato ucciso un uomo. Un malavitoso che gravitava intorno alla banda della Magliana, uno che per decenni era stato in mezzo a loschi traffici.
Il sindaco di Locate Olona drizz le antenne.
Ci sarebbe lui dietro al rogo dell'altra notte? domand l'amministratore comunale.
No, per cortesia, mi lasci terminare. Questo pregiudicato si chiama Giovanni Signore e sul finire degli anni Novanta stava a Milano, dove svolgeva attivit commerciali che probabilmente servivano a riciclare denaro sporco proveniente dal traffico degli stupefacenti.  un nome che per caso ha mai sentito?
Il politico si irrigid.
Quei due riferimenti, quello agli anni Novanta e quello allo spaccio, riaprivano quella vecchia ferita mai cicatrizzata.
A ogni modo rispose immediatamente, con sincerit, dimostrandosi collaborativo: Sono passati troppi anni, cosa vuole che le dica. Signore  un nome qualunque. Non so davvero. Magari era una persona che conosceva mio fratello, per davvero non posso darle una risposta precisa a riguardo.
Fontana annu e tergivers qualche secondo, prima di calare l'asso sul tavolo.
Questo Signore era il proprietario del The Land of the Moon e la pistola con cui  stato ucciso questo malavitoso  la stessa con cui  stato ammazzato suo fratello.
Stavolta Pedroni sbianc, ma senza replicare, limitandosi ad afflosciarsi sulla comoda poltrona di pelle scura.
Poi dopo qualche istante ritrov la lucidit.
I miei genitori sono diventati anziani. Da qualche anno sono nonni e in qualche modo l'arrivo dei nipotini ha sopito quel dolore per mio fratello. Come si dice, una vita per una vita. Certo se adesso venisse fuori che...
Fontana alz una mano per fermarlo.
Temo che verr fuori, inevitabilmente. Per questo vogliamo fare chiarezza il prima possibile. Anche nel vostro interesse.
Il primo cittadino si strinse nelle spalle.
Sono passati vent'anni.
Anche per chi ha sparato sono trascorsi vent'anni. E l'omicidio, come lei mi insegna, non va mai in prescrizione.
Pedroni fiss il capitano: Lei pi o meno ha la mia et. Siamo l, no? Riesce a ricordarsi di come era quando aveva la met degli anni? Io a ventun anni ero un bambino immaturo, non so lei....
Il carabiniere non lo interruppe.
E mio fratello allora era un bambino immaturo, era un cretinetto, uno che giocava a fare il duro solo perch aveva i muscoli pompati. Si credeva un duro ma non lo era, mi creda. Era finito nei giri sbagliati, con gente pi furba e scaltra di lui. Adesso che mi ha detto che era il proprietario del The Land of the Moon le dico che me lo ricordo. Uno tutti sorrisi e belle donne, l'ho intravisto qualche volta. Aveva sempre un altro tipo losco intorno, un coetaneo, quarantenne, dicevano fosse uno spacciatore.
Si ricorda il nome?
No, non me lo ricordo.
E suo fratello?
Gli scodinzolava dietro a quei due, erano come il gatto e la volpe e quel poveretto di mio fratello era il loro cagnolino. Mi creda, Alex non era nessuno, non contava nulla. E da qui a spacciare droga... non era il tipo. Studiava Educazione Fisica, voleva fare il personal trainer nelle palestre. A suo modo era un bravo ragazzo, solo un po' bullo. Certo negli ultimi mesi era cambiato. Era diventato sempre scontroso, nervoso, paranoico. Diceva di volersi trasferire all'estero e cambiare vita. Se lo avesse fatto oggi magari sarebbe vivo e vegeto.
Perch era nervoso?
Stavolta Pedroni cambi espressione: Dopo tutto questo tempo, a cosa serve parlarne?.
Ad aiutarci a prendere l'assassino di suo fratello.
Proprio voi, figuriamoci sibil il primo cittadino, lasciandosi scappare una frase di troppo.
Monza con centodiecimila abitanti  la terza citt della Lombardia dopo Milano e Brescia. Per decenni  stata il secondo centro della provincia di Milano.
Dal 2009  il capoluogo dell'omonima provincia di Monza e Brianza. Una delle aree a pi elevata industrializzazione dell'intera Europa.
Una terra di fabbrichette, anzi ditte, di artigiani, mobilieri, piccoli imprenditori e decine di migliaia di partite iva.
E l'immancabile alluvione di centri commerciali, praticamente uno a ogni rotonda.
Un territorio opulento come il Nord-Est tra il Veneto e il Friuli, eppure pi attento e misurato nell'esporre il proprio benessere alla luce del sole.
In giro non si vedevano Ferrari, Lamborghini o altre auto sfacciatamente di lusso. Poche le ville da nababbi con sfarzo offerto alle invidiose occhiate altrui, le signore non giravano coperte di brillocchi luccicanti o con le tette in bella mostra davanti ai bar sotto i portici. I brianzoli si godevano i dan frutto del loro lavoro in altri modi, facendo dell'austerit e del contegno una regola morale inderogabile.
Tuttavia, non erano santi nemmeno loro. Si divertivano, per sempre al riparo da occhi indiscreti, facendosi tonnellate di cazzi loro.
Eppure, anche l i centri massaggi Tuina proliferavano, soprattutto nella zona della stazione. Non all'interno della noce del centro storico pedonale, dove i negozi di pregio, le boutique e le enoteche non lasciavano spazio ad attivit commerciali gestite da extracomunitari.
Suangsuda Wangchan da anni ormai non faceva la massaggiatrice, la ballerina e neppure la entreneuse.
Aveva saltato tutte le barricate con pochi zompi, prima come commerciante, poi il salto di qualit, diventando la first lady di un imprenditore locale, non uno dei tanti con la fissa della Thailandia e delle ragazzine da palpare come fossero bambolotte gonfiabili.
Suangsuda lo aveva conosciuto in Italia, pochi anni dopo essersi trasferita a Milano con la sorella, in cerca di fortuna. E l'aveva trovata veramente la fortuna.
Al primo sguardo comprese come fosse riuscita ad afferrare la dea bendata: la Wangchan era davvero una figa da urlo. Un corpo da sballo, snello e atletico, sinuoso, tipicamente asiatico, valorizzato dalla raffinatezza acquisita vivendo all'occidentale.
Pareva una Bond girl: tacco alto, scarpe scure di pelle scamosciata, borsa e soprabito griffati, vestito scuro aderente, unghie laccate avorio, occhiali da vista modellati, capelli fluidi e neri, trucco e parrucco da professionista con scontrino a cinque zeri e seno abilmente ritoccato in sala operatoria.
Lei s che esibiva la sua opulenza insieme alla sua avvenenza, come un biglietto da visita.
Il marito, lo avevano gi verificato, era un cinquantacinquenne titolare di una nota catena di agenzie immobiliari in franchising, un business che faceva girare milioni in transazioni.
I suoi spot pubblicitari, trasmessi a ripetizione su TeleLombardia e sulle altre emittenti locali lombardi, erano un tormentone. Il cumenda aveva una prima moglie mantenuta con un assegno mensile da capogiro, un figlio trentenne consigliere comunale con un posto gi prenotato in Parlamento nella prossima legislatura, era socio del locale Rotary Club e dimorava in una villa signorile nel vialone di fronte alla villa Reale.
Suangsuda aveva fatto bingo. Le sue giornate trascorrevano tra shopping, palestra e mondanit da sciura danarosa e viziata, anche se gli occhi affettati a mandorla e la cantilena asiatica erano rimasti in sottofondo, a tradire la sua vera origine e la sua provenienza dal basso.
Facile intuire che nella precedente vita in patria non fosse stata solo una ballerina.
Si erano dati appuntamento in un elegante bistrot affacciato su uno scorcio incantevole davanti al fiume Lambro.
Il Naviglio di Monza, valut Ardig comparando alla Darsena e alle Alzaie quella zona di identica movida, giovanile ma anche turistica, punteggiata di baretti e trattorie, tutti con tavoli affacciati sulla strada pedonale, con i canonici funghi termici a scaldare i dehors in quel mese di febbraio cos ballerino, in cui inverno e primavera si alternavano un giorno con l'altro.
Quella mattina era di nuovo primavera. Diciassette gradi stando al termometro esposto sull'insegna di una farmacia poco lontana.
Un calice di rosso per lui, uno di bianco per lei. Tartine e olive a far da contorno.
Quell'accusa contro i carabinieri era emersa come un lapillo da un magma di risentimento interiore. Stavolta a irrigidirsi fu il capitano Fontana.
Che significa? Sta insinuando qualcosa?
Il sindaco stavolta gonfi il petto.
Guardi, dopo tutti questi anni non me ne frega pi nulla, e non ho remore di alcun genere. La verit  che allora non avete quasi indagato, limitandovi a gettare fango su mio fratello, che era la vittima ed era un incensurato. Anche se voi nelle dichiarazioni alla stampa lo dipingevate come uno spacciatore, un pusher, un balordo che vendeva droga in discoteca. Manco fosse Vallanzasca...
Gli hanno trovato in auto due etti di cocaina in dosi tagliate e gi imbustate per lo smercio.
Peccato che Alex non avesse un soldo in tasca e girasse con una Fiesta scassata, altro che spacciatore.
E allora quale sarebbe la verit?
Che uno di voi, uno dei vostri, lo aveva preso di mira per una storia di ragazze. C'era di mezzo quella prostituta albanese annegata nel fiume.  una cosa che mi aveva confidato Alex qualche tempo prima di essere ucciso. Per quello voleva andarsene all'estero. Voleva scappare, da voi.
Che prostituta?
 passato tanto tempo, vada a cercarselo su Internet. Una che era caduta nell'Olona. Era strafatta di roba ed era annegata. Sa che girano ancora le leggende che il suo fantasma, che non trova pace, la notte riemerga dalle acque del fiume e si aggiri sull'argine?
Suangsuda parlava un ottimo italiano, ometteva a volte le preposizioni, ma sapeva coniugare i verbi.
Da quanto tempo sei in Italia? le domand, mantenendo il tu con cui lei aveva rotto il ghiaccio.
Quindici anni. Sono venuta dopo il tsunami. Ho perso tutto a Phuket. Casa, lavoro, non  rimasto nulla. Qui abbiamo trovato un altro mondo.
Ardig fece due calcoli.
Lo tsunami che aveva sconvolto il Sud-Est asiatico era avvenuto il 26 dicembre 2004, all'epoca dei fatti doveva avere venticinque anni e la sorella era minore di due anni.
Non erano due ragazzine e sicuramente la vita thailandese le aveva forgiate e temprate preparandole a quanto le attendeva nel Bel Paese.
La donna evit di girarci intorno.
Io a inizio qui ho fatto la vita dura, facevo la ballerina sui cubo, in una discoteca, mentre mia sorella Oprwana, lei faceva la cameriera o la pulizia nelle case.
Mestieri diversi, retribuzioni diverse valutava il poliziotto.
E poi?
Quando iniziano ad aprire i centri Tuina abbiamo trovato il nuovo lavoro come massaggiatrice e io ho continuato nei locali. Poi io ho comprato il centro Tuina che il vecchio padrone aveva deciso di vendere.
E con che soldi l'hai comprato?
Io avevo fatto risparmi, io lavoravo nelle discoteche.
E avevi risparmiato cos tanto?
In discoteca pagavano bene.
Suonava come una balla colossale, ma evit di interromperla.
E dopo, una sera, ho conosciuto il mio uomo, mi sono trovata in amore e sono venuta qui da Milano per sposarlo.
Un trasloco di una dozzina di chilometri, eppure dal tono sembrava che si fosse trasferita in un altro continente.
E hai lasciato il negozio a tua sorella.
Io sono sposata e non volevo pi lavorare con i massaggi, a Oprwana va bene. Ora noi ci vediamo poco, facciamo vite diverse, lei a Milano con suo centro Tuina, io vivo qui a Monza con il mio marito.
Come dire che aveva frapposto una notevole distanza con quella sorella che continuava nell'ambigua professione di massaggiatrice e altro, per cui poco presentabile nella buona societ brianzola.
Ardig decise di giocare a carte scoperte.
Sai chi sono, intendo, sai chi veramente?
Prima di incontrarti ho letto su Internet per sapere chi sei tu.
Bene, cos non perdiamo tempo. Io sono un cacciatore di assassini e credimi, in un modo o nell'altro, alla fine li prendo tutti.
L'asiatica trangugi una sorsata di bianco perplessa. Quasi combattuta. Sapeva benissimo di cosa avrebbero parlato e perch erano l.
Il commissario non le diede il tempo per respirare.
Se mi aiuti, e mi aiuti ora, adesso, non mi vedi pi e quello che ci siamo detti resta davanti a questi bicchieri. Se invece non mi aiuti ti convocher nell'ufficio della Polizia, ti interrogher, scaver nel tuo passato, indagher sui tuoi soldi, sul tuo centro massaggi, su tua sorella. E forse dovr interrogare anche tuo marito. Lo sai cosa significa?
Lei abbozz una smorfia indecifrabile.
Significa che dovrete prendervi un avvocato, che la gente lo verr a sapere. Che forse ne parleranno anche i giornali. Anche qui a Monza.
Colpita e affondata. Suangsuda tracann fino in fondo il suo calice di vino e ne ordin un altro.
Tu cosa vuoi sapere?
La verit sull'aggressione che hai subito nel 2010.
La thailandese scosse la testa: Voi lo sapete gi tutto. E poi  passato tanto tempo.
Non cos tanto.
La donna attacc la musichetta: Due uomini in strada mi vedono....
Ardig alz una mano per stopparla e si alz bruscamente.
Capito, ci vediamo in ufficio da me. Prenditi un buon avvocato.
Si alz anche lei, scattante come un felino.
No. Tu resta qui, fermo, no... va bene, cos io ti dico.
Sentiamo.
La Wangchan svuot il bianco e movendo armoniosamente le dita ordin un altro calice.
Era indecisa, ancora titubante.
Decise di venirle incontro mostrandole dal display del telefonino un'immagine di Washington Scarone.
Lei non batt ciglio.
Ho letto sul giornale che  morto.
Era stato lui a cercare di violentarti?
La donna annu. Finalmente stava cedendo.
Perch ti ha colpito? Non voleva pagare?
L'ex massaggiatrice e cubista arross.
Il suo passato era la sua vergogna ed era tornato a tormentarla, a ricordarle quello che era stata.
Non era per soldi, era... lui non gli tirava, troppi anabolizzaiti, anabolatizz... per muscoli grossi, come dite voi?
Anabolizzanti.
Ecco quelli, che non fanno tirare l'uccello a voi uomini. Cos lui mi aveva picchiato come un animale. Succede con gli uomini anche da noi. Solo lui non voleva fare male, lui voleva uccidere. Se non arriva Oprwana lui...
Con le mani mim il gesto della gallina a cui viene torto il collo.
Come facevi a conoscerlo?
Lui veniva a centro Tuina. Lui amico del proprietario.
Perch hai scelto di non denunciarlo? Attenta a quello che mi rispondi.
Tu sai gi tutto. Perch amico di Nak Muay - lo defin cos per la prima volta - ha dato soldi. E non solo soldi. Lui mi ha dato anche assegno per il negozio. Noi andati dal notaio e subito io diventata la padrona del shop dove lavoravo con altre dieci ragazze.
Il centro Tuina di viale Zara.
Ardig fece due calcoli: per comprarsi il silenzio della massaggiatrice qualcuno aveva sborsato una cifra esorbitante, non lontana dai duecento milaeuro.
Ma perch? Lo domand a Suangsuda.
Perch lui era il, come dire, il manager, il Nak Muay combatteva per lui. Lui cos salvato suo investimento, suo business.
Improvvisamente ripens alla storiella dei mortal kombat a cui avrebbe partecipato Washington Scarone proprio in quegli anni.
Stavolta dal display gli mostr la foto del Farmacista, Luigi Li Vecchi.
Conosco anche lui, letto che  morto. Non  lui. Questo  venuto in ospedale, a parlare a Oprwana, ma non lui il gangster.
Roberto Spreafico, ma certo!
Armeggi nuovamente con l'iPad per mostrarglielo.
Lei annu.
Fatto tutto lui.
E il tuo datore di lavoro chi era?
Signor Cusumano, tu trovi facile, lui aveva tanti centri massaggi in citt. Ma oggi lui in prigione.
Quel nome, Cusumano, lo colleg subito a quel detenuto evaso dai domiciliari e un altro tassello si incastr nella mente dell'investigatore.
Perch il tuo silenzio era cos importante? Sarebbe stata solo una denuncia per aggressione e tentato stupro, sarebbe andata per le lunghe in tribunale e tu eri una prostituta, la tua parola contro quella di Scarone che nemmeno ti aveva violentato...
Un ghigno indecifrabile si dipinse sul volto della bella thailandese.
Questo devi dirlo tu a me, tu lo sai, io no.
Che significa?
Che tu sei il cacciatore di killer, no? Questa  brutta storia, io sono viva perch sono in silenzio. Loro sono brutta gente.
Per la prima volta nella sua voce vibr una nota di paura.
Erano brutta gente. Ora sono tutti morti.
Questa  storia maledetta. Fai il tuo lavoro poliziotto e lascia in pace a me.
Suangsuda prese della borsetta venti euro, li sbatt sul tavolo e con un guizzo atletico si iss andandosene via. Fine della conversazione.
Ardig rimase imbambolato al tavolo per qualche istante.
Fontana aveva incamerato la notizia della morte dell'albanese senza scomporsi, anche se nel racconto del Pedroni qualcosa non gli tornava.
Perch di questa storia dei timori di suo fratello lei non ha mai fatto cenno durante gli interrogatori?
Pedroni ridacchi isterico.
Facile dirlo oggi dopo tutti gli scandali che vi hanno infangato: le vergogne del G8 di Genova, di Cucchi, della Uno bianca... Oggi  tutto diverso, ma vent'anni fa mica potevi puntare il dito contro le forze dell'ordine. E io ero un ragazzino di ventidue anni con un fratello nella bara accusato di essere uno spacciatore. Figuriamoci se mi mettevo a accusare proprio i Carabinieri. Oggi  diverso, sono un avvocato, sono un sindaco, sono un padre di famiglia. Non ho paura di voi e neppure della verit e delle sue conseguenze.
Si alz prendendo le cartellette per la riunione e il tablet, prima per gli allung la mano.
Le ho detto tutto quanto dovevo dirle. A ogni modo lei sembra una brava persona, mi fido di lei. Adesso mi scusi, ho la giunta che mi aspetta e non intendo far attendere i miei assessori.
Aspetti, un ultima domanda rapida.
Dica.
Prima ha parlato del gatto e della volpe. Mi aiuti a risalire al braccio destro di Signore.  importante.
Gliel'ho detto, il nome non lo ricordo. All'epoca era quarantenne, capello lungo, un po' rocker, sorriso falso, era lui che gestiva il traffico dei pusher e ovviamente i buttafuori sapevano chi far entrare e chi no. Succedeva in ogni discoteca secondo mio fratello. Ora davvero devo andarmene. Arrivederci.
Fontana gli strinse la mano, perplesso.
Se Signore era la volpe, allora stava inseguendo il gatto. O viceversa.
Il Raggruppamento Investigazioni Scientifiche dei Carabinieri aveva impiegato poche ore a dare un nome e un cognome all'uomo smembrato nell'Adda.
Mancavano la testa e il tronco, ma gli avambracci, con le annesse mani e falangi, appartenevano a un pregiudicato, Filippo Cusumano, condannato per mille reati.
Da alcuni giorni risultava irreperibile e latitante.
L'informativa con le generalit era stata trasmessa via mail alla Prefettura di Milano.
A met pomeriggio era gi sul tavolo di Ardig, seccato ma non sorpreso. Aveva impiegato un battito di ciglia a incasellare i nuovi dettagli.
Cusumano era il link tra la malavita del Niguarda, tra il boss Spreafico e la malavita di Bangkok.
Un contrabbandiere e spacciatore. Un altro con il pallino della patonza thailandese. Uno dei primi ad esportare a Milano il business dei centri Tuina, anticipando un fenomeno che, nella Milano di oggi, era in crescente espansione, quello dei centri di massaggi orientali, che dalle vetrine promettono rilassanti sedute con olii rinvigorenti e mani dolci di giovani ragazze in vestaglia e ciabattine che terminano la loro seduta, pagando un piccolo extra, con l'happy end, un altro massaggio, con un altro tipo di movimento. L'ultima frontiera metropolitana della prostituzione in forma light , senza un vero amplesso consumato.
Lo sapevano tutti, anche in Questura, eppure potevano farci poco.
Fenomeno difficile da arginare o controllare perch c'era tanta offerta di ragazze asiatiche e tanta domanda di maschi indigeni italiani. Era semplice da accettare, tanto le cose andavano cos e non ci si poteva fare nulla.
Anche l'ultima vittima del mostro, la povera Piyaporn, lavorava in un centro Tuina conducendo quella doppia vita. Di giorno massaggiatrice, spostandosi con la linea verde dalla fermata di Assago a quella di Gioia, indossava la vestaglietta e via, olio e creme per massaggi a maschi induriti nei muscoli e non solo; di notte implementava con il mestiere pi antico del mondo. E purtroppo molto rischioso.
Probabilmente molti di quei clienti che con la luce del sole masturbava su un lettino, dietro a un paravento con simboli orientali ricamati, quando calavano le tenebre alzavano il prezzo per ricevere il servizio completo a tariffa maggiorata.
Appena rientrato al comando di via della Moscova il capitano Fontana aveva diramato le istruzioni al tenente Rea.
Con una precisa richiesta: Totale riserbo.
Potevano essere coinvolti dei commilitoni, voleva andarci con i piedi di piombo. Era consapevole di infilarsi in un'indagine non autorizzata. Non era la prima volta, eppure dubbi e paure lo assalirono.
Si impose di restare lucido. La priorit era saperne di pi del braccio destro di Signore.
I suoi uomini stavano gi scavando nel passato del The Land of the Moon e la ricerca si stava rivelando pi semplice del previsto. La rete traboccava di ricordi di quella discoteca che aveva scandito le notti di una generazione di ragazzi dell'area nord di Milano.
Tempo dieci minuti e un appuntato aveva gi messo nero su bianco il nome dell'uomo, un pregiudicato per spaccio e detenzione di stupefacenti.
 stato indagato anche per sfruttamento della prostituzione, anche se la sua posizione  stata stralciata prima dell'istruttoria dibattimentale.
Fontana strabuzz gli occhi vedendo il nome.
Maurizio Cherasca. Il direttore delle Terme di Marte e Venere, un moderno centro fitness, con annessa struttura termale, dove per mesi era stato anche iscritto e si era allenato con regolarit.
Conosceva Cherasca, di vista e di fama, conosceva l'uomo, conosceva il suo presente luminoso e il suo passato nebuloso.
E oltre al centro fitness era titolare anche di un discusso locale notturno, il Leopard.
Un prestanome dei clan calabresi, uno che investiva i loro denari in maniera pulita con un circolo vizioso collaudato: clienti dei pusher e delle escort erano in prevalenza i soci del suo centro fitness e gli avventori del suo locale. Gente conosciuta, gente perbene, gente che non creava problemi.
Cercava un gatto o una volpe?
Forse aveva trovato entrambi.
Cusumano abitava in un anonimo edificio in via Arbe, uno stradone che corre parallelo a viale Zara, a poca distanza dal quartiere di Niguarda e dalla zona Maciachini.
Abitavano tutti in un raggio di un chilometro: Scarone, Spreafico e Cusumano. Probabilmente frequentavano lo stesso bar, lo stesso supermarket, gli stessi negozi. Solo il Farmacista viveva dall'altra parte della citt, in Mecenate.
Quattro pregiudicati con profili criminali diversi, anche se tutti accumunati dallo spaccio.
Quattro anime sporche, malvagie, senza scrupoli, che si erano incontrate e intrecciate.
Un mostro sanguinario, una belva che sbranava i suoi avversari sul ring e non riusciva a contenere la sua violenza neppure quando sfilava i panni del Nak Muay, infierendo anche sulle donne indifese.
E tre vigliacchi che, per convenienza economica, lo coprivano, lo proteggevano, lo aiutavano, perch quel lottatore era una merce preziosa nel giro delle scommesse clandestine e di tutto il business annesso, compreso lo spaccio di anabolizzanti.
Una banda della morte che una Nemesi nera aveva fermato restituendo loro l'equa giustizia della legge biblica del taglione: vita per vita.
Per saperne di pi della ragazza albanese affogata nell'Olona il capitano Fontana aveva scomodato l'archivista del comando regionale della Legione Lombardia inviandolo presso il Palazzo di Giustizia.
Intanto, per dissetarsi dalla sua arsura di sapere tutto e di saperlo subito, si stava documentando tramite web che regalava notizie fresche in abbondanza.
A patto di saperla trovare.
Il bastone da rabdomante erano tre parole immesse nel motore di ricerca di Google: albanese annegata Olona. Immediatamente era apparso il link dell'archivio de Il Giorno.
L'articolo, firmato da Gabriele Moroni, era del febbraio del 1997.
Ha finalmente un nome e una nazionalit la giovane donna ripescata dalle acque dell'Olona la mattina dello scorso 16 febbraio. La Polizia di Stato ha identificato il corpo senza vita attraverso la comparazione delle impronte digitali. Si tratta di Hygerta Kospiri, anni ventitr, nazionalit albanese. Precedenti per adescamento e atti osceni. Era in Italia dal 1992 e da tempo lavorava come cubista nella discoteca The Land of the Moon, situata nei dintorni del fiume Olona, nel territorio comunale di Locate, dove  avvenuta la tragedia. La ragazza, sotto effetto di sostanze stupefacenti, si sarebbe allontanata alla fine dell'orario di lavoro attraversando il boschetto adiacente al perimetro della discoteca, finendo per cadere nel fiume. L'acqua gelida e il vestiario pesante hanno determinato l'annegamento...
A fine pomeriggio, mentre l'ispettore Pinton e un paio di agenti stavano inutilmente perquisendo l'appartamento di Cusumano, Ardig era di nuovo di fronte a padre Harald per confrontarsi e attingere dalla calma e dalla saggezza del vecchio inquisitore.
Il commissario montava e smontava le sue tesi: attendevano il corpo del Farmacista ed era spuntato quello di un quarto uomo.
Padre Harald percep la sua tensione e ne approfitt per versargli il solito bicchierino di amaro alle erbe.
Cosa la angustia?
Non capisco a che gioco stiamo giocando. Da una parte sembra che l'assassino ci stia dando troppa corda... non so se mi spiego.
Eccome.  come se non temesse l'avvicinarsi di un cacciatore. L'esperienza le avr insegnato che questo tipo di killer nel suo subconscio desidera che qualcuno lo fermi, per bloccare la sua spirale omicida. Non deve stupirsi se la sta aiutando ad arrivare a lui.
Al tempo stesso in qualche modo spariglia. Ecco,  come se questa caccia fosse al buio, senza punti di riferimento. Ci guida lui, con i suoi tempi. Ha voluto farci sapere che la sua caccia riguardava chi aveva ucciso le ragazze thailandesi tra Milano e le province confinanti, ha voluto farci sapere dei delitti di Bangkok, ci ha preparati a capire che il mostro, il diavolo della citt degli angeli, era Washington Scarone, ci ha inviato un messaggino per dirci che il cadavere era all'area Falck e adesso ci ha dato la conferma dei suoi orrori, facendoci arrivare all'unica vittima scampata alla sua furia omicida. Tuttavia, ora siamo nuovamente in attesa di una sua mossa.
Si ricordi che in questa caccia i simboli hanno un valore. La Nemesi  una dea, chi uccide applica una giustizia pagana, arcaica, ma sempre una giustizia divina. E questa simbologia le sussurra che sta rincorrendo un assassino che non vede un futuro, ma vuole solo chiudere i conti con un passato doloroso. Un uomo che non vede nulla davanti. Solo la morte, quella degli altri e forse la sua.
Ardig sent una fitta lacerante all'altezza del cuore.
Non il principio di un infarto.
Sembrava una puntura di spillo, come un'iniezione dritta nel miocardio. La conferma alle terribili ipotesi che coltivava da ore.
Che le succede?
Ho un sospetto che fa male. Solo al pensiero.
Che sospetto?
Si ricorda cosa mi ha detto in uno dei nostri incontri precedenti? Che dietro al vendicatore ossessionato dalla Nemesi dovevo cercare un uomo sofferente, un uomo dal cuore sanguinante.
Ne conosce uno?
Non l'ho conosciuto, non ho fatto in tempo.  un uomo deceduto da troppi giorni per poter uccidere ancora. Se ne  andato,  morto suicida.
Padre Harald assent.
L'ex carabiniere che si  tolto la vita gettandosi dal balcone.
Non era un balcone bens una finestra, a ogni modo l'officiale dimostrava di avere orecchie e occhi efficienti che lavoravano per lui nella massima riservatezza.
Prima di suicidarsi ha incastrato una rosa nera sul davanzale...
Un simbolo di penitenza, ma anche di profonda mutazione e rinascita se interpretato in chiave esoterica. Un suicidio per purificarsi dalle colpe terrene e risorgere in un'altra dimensione pu essere racchiuso in questa simbologia.
E non  tutto. Ha coperto gli occhi con una benda nera, per la precisione una sciarpa nera.
Il religioso si vers un'altra generosa dose di amaro.
La Nemesi viene raffigurata bendata proprio perch senza la luce, muovendosi al buio, agendo nell'oscurit, non pu fare preferenze, non pu selezionare, non pu farsi condizionare da sentimenti, suppliche tardive, pentimenti.  solo un boia che esegue la sentenza.
I boia per non erano bendati, erano incappucciati pur avendo aperture per gli occhi obiett Ardig.
Non confonda la mitologia con la cruda realt. I boia erano incappucciati solo per ragioni di sicurezza, per non essere riconoscibili e non rischiare ritorsioni da parte dei familiari o degli amici dei condannati. O dei condannati stessi se non venivano uccisi, ma solo torturati o mutilati. Per questo i boia erano forestieri che arrivavano da altre citt, eseguivano le condanne e tornavano a mettere una distanza importante tra loro e il patibolo. E poi il cappuccio nero aumentava il terrore intorno alla loro figura, la morte che arrivava senza un volto umano. Era un espediente per aumentare la valenza simbolica dell'esecuzione.
In compenso bendavano le loro vittime.
Anche in questo caso per praticit. Per non fargli scorgere il momento fatale, l'ultimo, quello dell'arrivo della morte ed evitare gesti inconsulti, movimenti che potevano ostacolare l'esecuzione. E per tutelare quel briciolo di umanit e di dignit dei condannati, per non mostrare le loro lacrime, la saliva, il muco. No, la Nemesi racconta una storia diversa. La Nemesi  il destino a cui non ci possiamo opporre. Anche se lei non vede, anche se lei non ci vede, lei sa chi siamo, dove siamo, come valutare le nostre colpe con imparzialit e come colpirci.  qualcosa che va oltre alla giustizia perch la ingloba, la supera, irrogando direttamente la punizione nell'equa misura.
L'equa misura di Corrado Norrieri era stata l'asfissia meccanica per togliere la vita e l'esposizione dei corpi ai morsi di mostri acquatici delle diverse specie in una sorta di contrappasso fluviale o lacustre cui non riusciva ad attribuire un significato.
Non ancora.
I cadaveri ripescati finora sono freddi, sono antecedenti al 14 febbraio.
L'inquisitore scosse la testa.
Eppure i ceri sono stati depositati nei giorni successivi.
Ha un complice, che muove le pedine per lui. La mia caccia continua.
Si concentri sulle tracce che le sta lasciando. E mi pare che adesso le stia indicando un percorso da seguire. E le ha fornito un ulteriore spunto.
La sigla del giornalista?
Esattamente.
Ardig scosse la testa: Dubito sappia qualcosa, altrimenti ne avrebbe scritto ancora e la notizia sarebbe esplosa a suo tempo.
Tuttavia, se stavolta l'assassino non ha cancellato la sigla significa qualcosa. Vada alla ricerca della verit senza tralasciare nulla.
Il commissario annu, recuper le cartellette e si alz per andarsene.
Prima di uscire, per, rivolse una richiesta all'inquisitore.
Una sola.
Maurizio Cherasca all'ora dell'aperitivo era sulla plancia di comando. Appollaiato su uno sgabello del bar del Le Terme di Marte e Venere, l'impianto per il wellness sorto da un decennio nell'area industriale tra Corvetto e Rogoredo.
Si stup vedendo arrivare Fontana. In borghese, senza la divisa a precederlo.
Il sesto senso dell'uomo d'affari che sotto pelle occultava un malavitoso di lungo corso lo avvert dei problemi in arrivo. Prima la morte di Scarone, poi quella di Signore.
Sapeva che avrebbe dovuto ballare ed era pronto. Danzava sul filo di quel rasoio da decenni, senza mai inciampare.
L'avevo detto che con la concorrenza non si sarebbe trovato bene, riecco il figliol prodigo. Felice di riaverla tra noi.
Lo accolse con tono sicuro, alzando la voce per farsi sentire dagli altri clienti.
Fontana, senza un mandato, decise di stare al gioco, porgendo il guanto bianco.
Mi offrirebbe un bicchiere in un angolo appartato? Per fare due chiacchiere sul tariffario e i servizi?
Cherasca apprezz la richiesta di discrezione e annu. Teatralmente.
Una boccia di Veuv Cliquot nel mio ufficio ordin al barman prima di aggiungere: Fragole?.
Stavolta ad annuire teatralmente fu Fontana: Esaltano lo champagne, non potrei farne a meno.
La telefonata era partita mentre camminava tra le bellezze immortali di Milano, sfilando davanti a Palazzo Reale e all'Arengario.
Aveva parlato in automatico, attendendo una risposta che non rivestiva di alcuna importanza.
Mi giri il contatto del tuo ex collega della Voce Lombarda che si firmava, aspetta, IS.BR...
Dall'altra parte l'amico Malerba era sobbalzato.
Come hai detto?
Ti faccio lo spelling. Imola, Savona, Brescia, Rimini. Con il punto tra la S e la B.
Il giornalista gracchi qualcosa di confuso a met tra l'imprecazione e la bestemmia.
Poi la sua voce irruppe nella cornetta: Dove sei?.
In piazza Diaz, sto rientrando in commissariato. Perch?
Corro da te.
Fragole e bollicine meritavano, come la ragazza inviata dal barman con il vassoio, inguainata in una tuta anatomica di pelle scura, quasi una vernice sopra la pelle.
Cherasca era un maestro nell'arte di affabulare l'interlocutore, Fontana per era immune dalle tentazioni del lusso e del bello. Semplicemente perch era nato ricco, e ricco lo era ancora, anche se il patrimonio non era il suo ma della sua famiglia. E con tutti quei soldi, volendo, si poteva comprare tutto, anche se non ne sentiva il bisogno.
Per quello nessuno aveva mai tentato di corromperlo.
L'altro lo sapeva, per cui faceva solo scena per traccheggiare. Alla fine, si decise a domandare, con la formalit affilata che separa chi vive di malaffare da chi cerca di incastrarlo.
A cosa debbo il piacere di averla qui?
Volevo farle le condoglianze per il suo vecchio socio, er Chehrubino.
Il titolare del centro fitness abbozz, pronto a parare il colpo. Preventivato.
Erano quasi vent'anni che non avevo sue notizie, pensi... avevo perso il suo numero di telefono. Mi  spiaciuto umanamente, ma ormai non mi ricordavo quasi di lui.
Cos vi eravate persi di vista?
Totalmente.
Uhm...
Libero di non credermi.
Facciamo che le credo.
Cosa le serve?
Secondo lei chi lo ha ucciso.
Cherasca esplose in una risata grassa: Suvvia, proprio lei che ha operato a Roma per cos tanti anni? Siamo seri, con tutti i traffici tra Ostia e Fiumicino, via, dai....
Dunque, una guerra tra clan? Roba di appalti? O di spartizione dello spaccio sul litorale?
Non so, non scendo a Roma da anni, ma insomma i giri erano quelli e il Cherubino ci sguazzava. Direi che ha sbagliato indirizzo. Mi ha fatto piacere bere un calice insieme, ma adesso devo...
Fontana gli allung un articolo sulla morte di Hygerta Kospiri.
Cherasca rimase impassibile.
Eh, che brutta disgrazia. Questa poveretta si era calata allucinogeni ed  finita nel fiume, sa era una ragazzina...
Una prostituta, una schiava del sesso.
L'imprenditore agit la mano.
Nessuno di noi la teneva in catene, se qualcuno la sfruttava non era affare nostro.
E il buttafuori ammazzato un anno dopo?
Ah, buono quello, sembrava un bravo ragazzo e invece girava con le dosi gi pronte.
Detto da lei, da che pulpito.
Non le permetto queste insinuazioni. Ho commesso errori da ragazzo e ho pagato il conto. E oggi le mie attivit danno lavoro a un centinaio di persone e pago pi tasse io allo Stato che un'intera provincia. Per cui non le permetto queste insinuazioni.
Fontana comprese l'inutilit di quella conversazione riservata.
Di fronte aveva un malavitoso forgiato da quattro decenni sull'onda dell'illegalit e avvantaggiato dal fattore tempo. Non gli avrebbe cavato nulla.
Si limit a una minaccia sibillina.
Ci rivedremo presto.
Usc senza ringraziare per le fragole e lo champagne e neppure per la visione del lato B della ragazza con il vassoio.
Un'ora dopo erano nell'ufficio di Ardig.
Federico Malerba stava maledicendosi per la sua ottusit, per la sua dabbenaggine, imprecando verso l'assassino o il suo complice.
Quasi perfetto e impeccabile, tranne in quella sigla.
Se avesse messo la R dopo la B. Non capivo IsB, sembrava quasi un codice bancario, ma adesso  tutto cos facile...
Anche stavolta erano arrivati troppo tardi, quando era calato il peggiore dei finali, su un'altra storia maledetta.
Si chiamava Isabella Brambilla.
La ricordava bene.
Era scomparsa otto anni prima. Una disgrazia, un incidente. Tutti i giornali milanesi nel 2011 avevano liquidato la dipartita di Isabella Brambilla come una tragica fatalit.
Aveva trentasei anni. Il suo corpo era stato rinvenuto nella boscaglia della famigerata Koh Tao Island. L'isola della morte, l'isola nel golfo del Siam dove i turisti occidentali morivano misteriosamente in incidenti assurdi o delitti insoluti.
Le autorit thailandesi da anni insabbiavano i decessi di Koh Tao per non rovinare l'attrattivit turistica del Paese. Turisti imprudenti, quasi sempre ubriachi che cadevano sfracellandosi o annegavano perch sbronzi. Oppure, come in quel caso, in preda ai fumi dell'alcool finivano nella macchia, dritti nelle fauci dei famelici varani, rettili terrestri, lenti come pachidermi, ma letali perch silenziosi e bravi a mimetizzarsi nel verde.
Isabella era ubriaca secondo gli sbirri locali ed era stata divorata dai mostri che popolano gli incubi di quell'isola da sogno e che ogni tanto si materializzano nella realt.
Sulla scrivania i soliti fogli stampati, anche se non occorrevano. Bastava la memoria di Malerba che stava tratteggiando il ritratto postumo di una donna fuori dagli schemi ordinari.
Algida, di una bellezza androgina. Molto formale ed elegante.
Non l'aveva trattata bene i primi tempi. Non gradiva quella trentacinquenne che si era improvvisata giornalista, che si poteva permettere di fare la collaboratrice a venti euro al pezzo fingendosi inviata con stipendio e rimborsi a tre zeri grazie ai soldi del pap costruttore.
Era spuntata dal nulla, intorno al 2008. Su di lei giravano mille voci: era separata, era stata circuita da un gigol che l'aveva spennata portandole via un capitale, era finita sul lettino di uno psicologo, imbottita di farmaci.
Una donna fragile, che non trovava una sua strada in una vita dorata diventata troppo complicata.
Cos si era inventata giornalista da un giorno all'altro, senza background, senza curriculum. Calata dall'alto nelle pagine della cronaca, direttamente dal direttore a sua volta manovrato dall'editore.
Il papi metteva i dobloni nelle pagine di pubblicit, la figlia giocava a fare l'inviata di inchieste nel sottobosco criminale milanese.
Era stata affidata alle cure del vecchio caporedattore Beppe Brigante, uno cresciuto nella cronaca nerissima degli anni di piombo che, a sua volta, la affiancava al coetaneo Malerba, il quale, dopo un rodaggio non semplice, l'aveva davvero aiutata, passandole dritte, contatti.
Mi ringraziava sempre, poveretta ricordava Malerba, quasi mortificato.
Dalla rete intanto avevano ripescato alcuni suoi vecchi articoli. Uno sul caporalato ai Mercati Generali, in cui raccontava quello che tutti sapevano, ovvero che a ogni alba buia, alle quattro o gi di l, stuoli di immigrati dell'Est si accalcavano per essere assoldati come scaricatori abusivi delle casse di alimentari in arrivo con i camion.
Aveva scoperto l'acqua calda, su cui da anni indagava la magistratura senza far scattare mai le manette.
Poi un'altra inchiesta roboante solo per lei sui baby spacciatori di pasticche, liceali sedicenni che smerciavano porcherie sintetiche davanti ai locali per adolescenti, alimentando un mercato parallelo di baby gang di bulli minorenni o di baby squillo. C'era chi menava e vessava i coetanei per quei venti euro per la pasticca per sballare un pomeriggio e chi faceva un pompino nei bagni del locale per la stessa cifra.
Altra acqua calda di cui tutti sapevano.
Lo sapeva anche lei di essere una raccomandata, di non saper fare quel mestiere che non era il suo, per quello aveva alzato il tiro.
Era andata gi in Thailandia per un reportage sui milanesi che alimentavano la prostituzione minorile. Figurati, come se fosse uno scoop scoprire che la gente andava laggi per farsi le ragazzine... poi aveva tirato fuori di aver scovato una storia pazzesca, da paura l'aveva definita. Poi non l'abbiamo pi sentita stava spiegando Beppe Brigante al telefono, messo in viva voce.
Ormai era un pensionato che trascorreva le sue giornate serenamente con i nipotini oppure con il cane, per lunghe passeggiate.
A settantatr anni la memoria era sempre quella di un hard disk del giornalismo. Ricordava tutto ed era lieto di poter snocciolare al discepolo prediletto Malerba quello che ricordava della rampolla Brambilla.
E questo scoop?
Ma va a ciap i ratt, sar stata l'ennesima panzanata! Non farmi parlare... Come si dice in questi casi? Lascia in pace i morti.
Lo avrebbero fatto anche loro, l'avrebbero lasciata stare, ma non potevano, perch la dea Nemesi si era risvegliata per compensare il male subito anche da Isabella, oltre che dalle ragazze thailandesi strangolate dal mostro.
E si era risvegliata per ristabilire la sua giustizia con la bilancia e con la spada.
Marco Fontana si stropicciava gli occhi stanchi
Davanti a lui una montagna di carte da leggere.
Gli articoli di stampa prima e a seguire l'incartamento investigativo della compagnia territoriale della stazione Milano Nord, gli avevano permesso di ricostruire la maledetta storia di Hygerta.
Una di quelle tante sventurate, le schiave del sesso, vendute dalle famiglie albanesi ai mercati occidentali. Una storia ormai vecchia.
L'Albania oggi  uno Stato che viaggia alla grande a livello economico, dove non mancano lavoro e opportunit grazie al boom turistico e alla commercializzazione, un Paese dove la gente sta bene e le cose funzionano. Anche meglio rispetto all'Italia, a detta degli esperti.
Ma a inizio anni Novanta, un quarto di secolo prima, dopo il crollo del regime socialista, era tutto diverso.
L'Albania era allo sbando, una terra senza presente e futuro da cui scappare. Succedeva, purtroppo succedeva, che una figlia adolescente di bell'aspetto venisse sacrificata per tenere a galla il resto della famiglia, finendo venduta ai trafficanti di uomini e spedita in Italia con un gommone per prostituirsi sui marciapiedi o nei locali.
Come era accaduto alla povera Hygerta.
Nel faldone recuperato in archivio c'erano le foto dell'epoca della ragazza, alcune immagini di repertorio della Buoncostume, quando esercitava il mestiere pi antico del mondo, e poi quelle post mortem.
Il suo cadavere, gonfio, recuperato dalle acque fredde dell'Olona.
Pareva Cat woman. Addosso stivaloni sopra il ginocchio, gonna di pelle, giubbotto di pelle. Tutta nera come una gatta lucida.
Gli esami tossicologici avevano confermato che, oltre che alle sostanze alcooliche che impregnavano i tessuti intestinali, era strafatta di Ecstasy e Skunk, un mix terrificante di allucinogeni e stupefacenti.
Era caduta nell'Olona, oppure era stata spinta da qualcuno.
Il decesso era avvenuto per annegamento, i polmoni colmi d'acqua.
I vestiti l'avevano zavorrata, il freddo l'aveva paralizzata in pochi istanti. Impossibile salvarsi in acque cos gelide, anche se non sei strafatto.
Nessun testimone dell'accaduto.
La ragazza era scomparsa all'alba del 15 febbraio, dopo aver terminato il turno in discoteca, distante poche centinaia di metri, separata dal fiume da un tratto boschivo.
Un particolare del referto necroscopico lo colp.
L'albanese era alla nona settimana di gravidanza. Una morte duplice, di una mamma e della vita che portava in grembo. Forse un duplice omicidio rimasto irrisolto.
Un rivolo di schiuma acida gli risal improvvisamente dall'esofago, tramutandosi in rabbia.
Dietro alla morte della ragazza, imbottita di pasticche, potevano esserci loro, il gatto e la volpe, Cherasca e Signore e potevano essere stati loro a freddare il buttafuori Alex Pedroni, tramutato in un comodo capro espiatorio, con le dosi da spacciare gi pronte in auto.
Ma quell'accusa del fratello spostava l'ago della bilancia puntando l'indice contro di loro.
Un carabiniere che aveva infangato la divisa, per una questione di donne.
Quell'anello infilato nella gola del Cherubino poteva essere il collegamento tra i due delitti.
Rabbrivid pensando a dove stava per andare a scavare.
Si decise ad aprire gli altri vecchi incartamenti.
Quelli relativi alle indagini su quei due casi insoluti, la morte di Hygerta Kospiri il 15 febbraio 1998 e l'omicidio Pedroni del 1 gennaio 1999, erano state condotte dalla compagnia territoriale della stazione dei CC di Milano Nord, una stazione che fino a una dozzina di anni prima rappresentava il presidio territoriale per la vostra area compresa tra i quartieri periferici di San Leonardo, Molino Dorino, Fiorenza e Figino.
Una piccola stazione di zona sciolta per ragioni organizzative, perch in quell'area nord era cambiato tutto nel nuovo millennio con l'inaugurazione del monumentale sito della Fiera di Rho-Pero, con il dedalo di svincoli delle autostrade e, a seguire, la creazione del sito per l'Expo.
Poli espositivi attrattivi con militari a presidiare i recinti esterni e commissariati all'interno. Negli incroci di accesso nugoli di agenti in divisa, dalla Polizia Stradale alla Guardia di Finanza, che operavano quotidianamente nel raggio di quei pochi chilometri.
Le competenze territoriali della stazione Milano Nord erano state travasate alla stazione di Bonola, mentre il suo personale si era disperso in altre caserme.
Vent'anni dopo, diversi degli effettivi erano andati in pensione. Qualcuno nel frattempo era persino passato a miglior vita.
Il comandante responsabile di stazione era il maresciallo Giovanni Battista che dai loro file risultava ancora vivo e regolarmente iscritto all'associazione Carabinieri in congedo.
Dalle prime informazioni di corridoio sapeva che era messo male dopo un grave ictus che lo aveva colpito qualche mese prima. Lo avevano ricoverato in una casa di cura nell'hinterland: dicevano che con la testa era andato.
L'ufficiale imprec contro la mala suerte .
Cominci a scorrere gli elenchi degli effettivi fino a un nome che gli gener un brivido: nel gennaio del 1999 in servizio alla stazione Milano Nord c'era anche Corrado Norrieri, poi trasferito dieci mesi dopo alla stazione di Affori dove si erano conosciuti.
L'inquietudine  una bestia invisibile che ti assale senza preavviso, alle spalle.
Quando ti accorgi di lei ti ha gi azzannato e ti si  infilata sotto la pelle.
Ardig ci conviveva da anni con quel male invisibile che nessuna analisi del sangue o delle urine pu individuare. La combatteva quotidianamente con sigarette, caff, attivit fisica e lunghe passeggiate.
Quella notte fredda non faceva eccezione.
Ardig camminava in una Milano assente.
Tutti barricati in casa, con le tapparelle abbassate. In giro, a mezzanotte, solo le anime perdute di una metropoli che ingloba senza includere.
Un grande formicaio pi evoluto.
La formica Ardig camminava da sola. A fargli compagnia un fantasma, che non avendo trovato pace, restava in quel limbo tra mondo terreno e al di l.
Corrado Norrieri lo accompagnava silenzioso.
Lo vedeva, lo sentiva con un'empatia impossibile da spiegare agli altri.
Il cacciatore di assassini e l'assassino degli assassini.
Insieme, sotto il cielo buio di una citt assente.
Se si fossero incontrati prima sarebbero diventati amici. Avrebbero corso insieme, nuotato insieme, preparato un iron man.
Norrieri magari avrebbe potuto prendersi un altro cane per farlo scondizolare al fianco di Frog e insieme avrebbero potuto fermare il diavolo che infestava la citt degli angeli.
Quel fantasma gli stava raccontando quasi tutto.
Mancavano i dettagli, ma sarebbero arrivati a completare una storia di cui ormai conosceva trama, protagonisti, finale. E movente.
Una moderna favola bastarda. Senza lieto fine.
C'era l'orco cattivo che straziava le donne a mani nude, con la brutalit della sua violenza.
C'erano i cattivi che gli stavano intorno nell'ombra, proteggendolo, coprendolo.
C'era un eroe giustiziere, che si sacrificava al posto di una giustizia latitante, per riportare l'ordine, per fermare l'orco, per lasciare ai posteri una scomoda verit che lo avrebbe seguito.
La notte calava portando consiglio.
Il telefono squill alle 23,59 in punto.
Un minuto prima che il campanile pi vicino scoccasse i fatidici dodici rintocchi.
L'ora delle streghe e dei fantasmi.
...
.
...
10.
...
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...
Qualche ora dopo un altro traghetto li riportava verso la terra ferma, lontano dall'Isola della Morte.
Quel che restava di Isabella sarebbe partito il giorno successivo, destinazione Bangkok dove i funzionari dell'ambasciata l'avrebbero accolta e preparata per l'ultimo viaggio in Italia, a casa sua.
Mentre osservava quel mare turchese Corrado programm i passi successivi della sua inchiesta.
Sarebbe rimasto in Thailandia per tutto il tempo necessario e sarebbe tornato laggi, nell'isola della morte, per sapere tutto su Isabella, sulle sue ultime ore.
Il mare era bellissimo. Un blu con riflessi smeraldini, che rifletteva il cielo senza nuvole, con onde pigre e sabbia dorata.
Il paradiso si estendeva davanti al suo sguardo.
Per un istante si illuse di vederle, due giovani sirene, in lontananza, che lo salutavano, attirandolo verso quel nulla cos invitante.
La pace dopo una vita di guerra.
Desiderava solo quella, ma non subito.
Prima voleva la verit.
E insieme alla verit la punizione per il male inferto. Non la vendetta, semplicemente compensare il male subito, con altro male.
Rispettando la Bibbia.
E quel passo del Levitico che conosceva a memoria.
Occhio per occhio, dente per dente, frattura per frattura, vita per vita.
E in quell'istante la promessa divenne un giuramento.
...
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...
Milano, 20 febbraio 2019.
...
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...
Ardig vagava senza meta, confuso dalla telefonata ricevuta da Marco Fontana.
Il fantasma di Norrieri lo aveva abbandonato quando era trillato il cellulare fuggendo via. Come se la sua presenza non servisse pi. La sua anima tormentata aveva trovato pace volatilizzandosi nel buio della notte milanese.
Il capo della sezione Omicidi risal da viale Gran Sasso a piazza Aspromonte, poi piazzale Loreto. Cercava luci nella notte, un riparo dal freddo, un porto dove attraccare il suo vascello carico di fardelli angosciosi.
Scelse il NoLo, il nuovo quartiere trendy, che poi era nuovo solo per chi non si era mai accorto che fosse l da decenni, con una ragnatela di strade dai nomi assurdi e qualche decina di migliaia di esseri umani che in quelle case ci vivevano da prima che diventassero di moda.
Il nuovo che avanza era quello che c'era gi e che pochi apprezzavano fino a poco prima.
A quell'ora il North Loreto era ancora sveglio, in quelle strade la notte restava giovane pi a lungo che altrove.
Lo accolse un bar con l'interno illuminato.
Gi l'insegna era figa: Ghe pensi mi. L'inno alla milanesit in tre vocaboli.
Fontana era in ritardo, per cui decise di ordinare.
Non poteva dire il solito, il barman era un perfetto sconosciuto. Per cui scelse il solito, ma chiedendolo educatamente: Un Pampero.
Alcool e zucchero per combattere l'inquietudine e la conseguente insonnia, per scacciare i fantasmi.
Brind a Norrieri, alla sua anima volata in cielo.
Che fosse paradiso o inferno lo avrebbe deciso qualcun altro ai piani alti.
Svuot il bicchiere.
Un altro, per favore.
Il secondo brindisi silenzioso lo dedic alla Nemesi che aveva liberato Milano dalla feccia di una banda di assassini e aveva evitato alla giustizia un processo ingombrante.
Eppure, l fuori restava ancora lui.
L'ultimo fantasma. L'uomo nell'ombra.
Stava per ordinare il terzo bicchiere quando vide arrivare il carabiniere.
Anche Fontana sembrava un fantasma. Pallido, spento. Spettrale.
Non era un cacciatore di assassini, era uno che braccava i mafiosi, che seguono altre logiche.
Era stanco e svuotato da ogni energia.
Pampero anche per lei? domand il barista.
Whisky, liscio e doppio.
Si spostarono in un tavolo nell'angolo.
La documentazione clinica e psicologica di Corrado Norrieri era rimasta custodita per dieci anni nell'apposito schedario dei carabinieri in congedo nel sotterraneo del comando regionale di via della Moscova, fino a quando il capitano Fontana l'aveva richiesta per consultarla.
Succedeva pochi giorni prima, quando ancora il caso era aperto, prima di essere archiviato come un suicidio. Li avevano sfogliati quei referti senza particolare interesse, consapevoli che l'indagine sarebbe finita con la scontata archiviazione.
In quella notte era cambiato tutto.
Ora il carabiniere stava guidando il poliziotto nel tunnel oscuro di quella follia.
La chiave per accedervi erano le schede personali complete di Corrado Norrieri, con le annesse valutazioni degli psicologi che ne avevano decretato la collocazione a riposo dal servizio, prima a livello temporaneo e poi permanente.
Fontana leggeva e con l'indice della mano destra cercava i punti rilevanti da indicare al capo della Omicidi.
... il disturbo psicosomatico da sindrome depressiva denota una rilevante serie di cambiamenti significativi... il soggetto evidenzia un quadro di sindromi somatoformi determinanti di ordine fisiologico e/o psicosociale generanti sintomi... il quadro di isteria si evince con la presenza di disturbi caratterizzati da alterazioni mentali e comportamentali...
Non occorreva scomodare Freud per comprendere il verdetto spalmato in quelle righe asettiche: Norrieri veniva catalogato come un soggetto isterico, schizzoide, depresso, paranoico e per questo veniva collocato a riposo.
Quindi l'indice avanz, scorrendo verso l'annotazione finale degli strizza cervelli.
... si evidenziano crescenti patologie di natura paranoica e persecutoria...
Un uomo affetto da patologie paranoiche e persecutorie, trafitto negli affetti da dolori implacabili che probabilmente aveva riversato su altri destinatari.
Quelle schede fotografavano la mente avvelenata di Norrieri nel 2010. Dieci anni dopo i fatti del The Land of the Moon, dieci anni prima dell'omicidio Signore.
Lo ha ucciso per vendicare una prostituta albanese. E gli ha infilato in gola un anello vecchio e di scarso valore. Probabilmente l'anello destinato alla ragazza di cui evidentemente era innamorato. Probabilmente era lui il padre del bimbo, del feto insomma...
Ardig rimase perplesso.
Frena, frena... non ti seguo. Intanto chi sarebbe questo Signore?
Basta bere, ho voglia di camminare rispose Fontana.
Alle due finalmente dormiva anche il NoLo. Dormiva piazzale Loreto, dormivano i vialoni che da quell'ombelico del mondo milanese si dipanano verso le periferie.
La chiacchierata si stava rivelando lunga e complessa e a senso unico.
Fontana parlava. Ardig ascoltava.
E per ora non ricambiava.
Avevano preso la direzione nord. Per oltre tre chilometri, risalendo viale Monza, da l una traversa dal nome dolomitico per poi scendere da via Padova.
Per Fontana il tempo necessario a ricostruire la storia del The Land of the Moon, del titolare Giovanni Signore, il Cherubino della Magliana, del giovane buttafuori Alex Pedroni e della sventurata Hygerta Kospiri, soppressa nelle acque gelide dell'Olona, in un'altra storia maledetta dove l'acqua accompagnava la morte, da Locate fino al canale di Fiumicino e a quel morto con il sacchetto di cellophane del supermercato sulla testa e un anellino da due soldi in gola.
Con un'aggiunta.
Ah, lo sai chi era il gestore materiale del The Land of the Moon, il braccio destro di Signore? Il suo ex compagno di cella, una tua vecchia conoscenza...
Fontana gli scand il nome, senza stupirlo.
Cherasca tornava a incrociare una sua indagine con giovani donne morte, per l'ennesima volta. Per stavolta sarebbe stata l'ultima.
Poi torn a snocciolargli gli indizi che aveva messo insieme.
Il suo ex collega alla Bra.Mar Costruzioni, il sergente Altomare, mi ha rivelato che Norrieri, che aveva sentito qualche giorno prima del suicidio, gli aveva raccontato di dover scendere a Roma per sbrigare una faccenda personale. Uno come lui, riservato e taciturno, che va a dire a un collega che andava a Roma, una specie di confessione da tramandare ai posteri, a noi.
Uhm.
E poi esamina la dinamica dell'omicidio di Fiumicino. Lo ha soffocato con un sacchetto di nylon, come le altre quattro vittime.
Per gli ha anche sparato nell'addome.
Perch l'altro avr opposto resistenza.
Uhm.
Combacia tutto. E poi l'anello incastrato in gola. Pi chiaro di cos.
No, non pu essere stato lui. Non sarebbe mai tornato in tempo da Roma.
L'omicidio Signore  avvenuto intorno a mezzanotte, Norrieri si  lanciato intorno alle 5,30. Teoricamente spingendo a tavoletta avrebbe potuto farcela ma...
Avete controllato il telepass?
Non lo aveva, possedeva solo una moto di grossa cilindrata e non aveva nessun dispositivo. Ma potrebbe essere uscito chiss dove sia a Roma sul grande Raccordo Anulare, sia a Milano sulle tangenziali e non avendo un riferimento preciso non possiamo visionare tutti i caselli. Oppure potrebbe aver avuto un'automobile da qualcuno.
Ardig scosse la testa.
L'ultima notte Norrieri ha bevuto, ha assunto farmaci, ha sfasciato le apparecchiature informatiche. E secondo me ha pregato, e pure tanto. No, non avrebbe mai avuto il modo e il tempo di andare a Roma e tornare.
Eppure, pensaci bene, tutto torna. Adesso stiamo verificando anche il bancomat e la carta di credito. Appena aprono le banche ci inviano tutti i tabulati.
No, non tornava.
Perch Fontana non sapeva la verit.
Quella completa.
Ardig decise che era arrivato il momento.
Si accese una sigaretta e aspir una profonda boccata.
Se non mi avessi chiamato tu, ti avrei chiamato io, domani al massimo.
Al commissariato di San Sepolcro era stata una notte insonne. Luci accese in ogni ufficio, per raccogliere e assemblare una valanga di informazioni utili ricavate da mille rivoli istituzionali.
Fontana, scosso dalla notizia dei quattro delitti commessi da Norrieri, aveva messo a disposizione tutte le informazioni in suo possesso.
Alle otto del mattino, davanti a un vassoio metallico zeppo di tazzine svuotate, nell'attesa che il ragazzo del baretto di via Cardinal Federico risalisse a prenderle, avevano ricostruito tutto. O quasi.
Isabella era la terzogenita del cavalier Brambilla, il fondatore dell'omonimo gruppo edilizio poi sfociato, dopo la sua morte, nella Bra.Mar Costruzioni. Lo stesso gruppo per cui, negli anni in cui la donna perdeva la vita in Thailandia, aveva lavorato il carabiniere in congedo Corrado Norrieri, esperto in missioni internazionali, adibito alla security nei cantieri negli scenari a rischio.
Il resto della storia iniziavano a intuirlo tramite i riscontri del passaporto dell'ex carabiniere: continui viaggi in Thailandia, dal 2011 fino al 2013.
Due anni di spola tra Milano e Bangkok.
Il tempo necessario per scoprire quell'immonda verit e arrendersi davanti all'evidenza: con Scarone rinchiuso in un penitenziario thailandese la Nemesi non poteva fare nulla.
Doveva aspettare.
E aveva aspettato per sei anni o gi di l.
L'omicidio di Assago, il delitto di Piyaporn, aveva riaperto la caccia, stavolta in territorio milanese. Con quell'appendice romana, il delitto del Cherubino, che non c'entrava nulla con quello delle ragazze thailandesi.
 stato il suo complice. Ora dobbiamo risalire a lui. E tocca a voi farlo.
Fontana annu.
Voglio arrivare in fondo a questa storia.
E allora dividiamoci i compiti, tu vai alla Bra.Mar, trova tutto quanto riguarda questa Isabella, mentre io vado a Trezzo nella casa di villeggiatura dei Norrieri.
Dove hanno ripescato quel cadavere smembrato...
Esattamente.
Trezzo sull'Adda  il comune pi a nord dell'area metropolitana di Milano. Sorge su un promontorio affacciato sul fiume Adda da cui probabilmente deriva il suo nome originario, Trecc. Un punto difensivo strategico in cui, nel XIV secolo, la casata milanese dei Visconti aveva edificato un castello come estrema roccaforte militare, prima dei territori della Serenissima veneziana.
Una piccola cittadina dove storia e politica si erano intrecciate, con continue guerre tra milanesi e bergamaschi per controllare quell'affaccio sul fiume, insieme all'arte e a un personaggio unico come Leonardo da Vinci che in quei paraggi cos suggestivi trascorreva lunghi periodi di soggiorno, ospite nella villa dell'allievo Francesco Melzi nel sottostante paese di Vaprio sull'Adda.
A separare i due borghi il serpente di cemento e smog dell'autostrada A4 che Ardig aveva percorso con la Giulietta di servizio, portandosi dietro l'ispettore capo Farris e l'agente Foglia con mansioni di autista.
Seguendo le indicazioni del navigatore si erano fermati nello spiazzo di fronte al laghetto su cui si affaccia la splendida centrale idroelettrica Alessandro Taccani. Un complesso realizzato a inizio del Novecento, in perfetto stile liberty, edificando la costruzione sui resti del castello visconteo di cui restava solo la vecchia torre utilizzata come prigione.
Secondo le cronache, a voler erigere quel castello nel XIV secolo era stato Bernab Visconti, che poi era stato spodestato dal trono dal nipote Gian Galeazzo che lo aveva imprigionato proprio nella fortezza di Trezzo, fino alla sua morte.
La centrale Taccani  un capolavoro di architettura fuori e di ingegneria dentro.
Una struttura imponente, eppure elegante. Distante appena poche decine di metri dalla villetta dove la famiglia Norrieri aveva trascorso chiss quanti fine settimana sereni, tra grigliate e passeggiate.
Dalle finestre si vedeva il lago con la sua distesa di acqua blu su cui si rifletteva un sole pallido.
Avevano individuato facilmente la villetta dei Norrieri, avendo l'indirizzo preciso, trovandosi di fronte a una casupola di due piani, circondata da un giardino che la cingeva come fosse un salvagente. A contornarla una ringhiera metallica dove la ruggine si stava mangiando la vernice verdastra.
Dietro la rete una fotografia sciatta e malinconica di una casa senza vita.
L'erba incolta, afflosciata dai rigori dell'inverno, alberi da frutto malinconicamente privi del fogliame.
Entrarono dal cancello con le chiavi rinvenute a casa dell'ex carabiniere precipitato poche ore dopo San Valentino.
Li accolse il silenzio e il buio di un'abitazione svuotata dagli affetti.
Mobili impolverati, il frigorifero staccato, il riscaldamento spento. Una cuccia per cani desolatamente vuota.
Al piano terra la cucina, un bagno e il salotto. Al piano superiore un altro bagno e le tre stanze da letto.
Ognuna raccontava una storia diversa.
La camera matrimoniale dei genitori. Letto intonso, specchiera con scaffale con i soliti oggetti abituali di una coppia e le solite foto a ricordare un passato che, riportato al presente, intristiva e addolorava.
Il vecchio signor Norrieri prima della terza et, sessantenne, con gli stivaloni, la canna da pesca e un pesce boccheggiante che esalava il fatale ultimo respiro. La signora Norrieri, pi giovane, con la sua bicicletta e la figlia adolescente.
Gli ultimi sprazzi di una felicit che un destino malvagio aveva deciso di portarsi via.
La camera di Cristina era la fotocopia di quella di via Bellezza. Bambole e orsacchiotti, poster di boy band fagocitate nel dimenticatoio della storia musicale e poi poster di baseball. Una squadra femminile italiana e poi una squadra di New York in uno stadio strapieno.
Il lumino, questa volta di cera bianca, incapsulato in un barattolo sigillato, sotto una sua foto sorridente, si era spento da chiss quanti giorni.
Restava la cera bianca. La luce che non deve spegnersi mai, la vita che supera la morte.
Sotto la foto c'era una piccola targa di granito, opera di un marmista cimiteriale.
Cristina Norrieri
6-3-1985
15-2-2004
Ardig rabbrivid ripensando alla decisione dell'ex carabiniere dall'Arma di congedarsi da un mondo che gli aveva riservato solo dolori nella stessa notte del quindicesimo anniversario della scomparsa della sorella.
Proseguirono in quel tour di una famiglia dissolta da un destino bastardo.
La stanza dell'ultimo superstite di quella famiglia, diventato il padrone di casa, era linda e pulita.
Sull'attaccapanni un bomber statunitense, con la N e la Y incrociate, sul comodino un berretto abbinato. I New York Yankees, che non erano una squadra di football ma di baseball. I rivali dei Mets.
Il giovane buttafuori del Leopard lo aveva visto quella notte, ma non aveva capito di trovarsi di fronte alla Nemesi vestita in divisa da Yankee.
Restava la scala che portava al piano sotterraneo.
Fontana si era fatto precedere da una telefonata.
Negli uffici della Bra.Mar il sergente Altomare lo attendeva per una chiacchierata riservata sulle ultime settimane di vita di Norrieri.
Impressioni, ricordi, sensazioni.
E poi su Isabella, la terzogenita del commendator Mario Brambilla che riposava nella cappella di famiglia, presso il cimitero di Saronno.
Per accedere alla taverna Ardig e Farris avevano disceso una dozzina di gradini. Una luce fioca illuminava la parte posteriore dell'ambiente dopo aver premuto l'interruttore sulla scala.
Una volta doveva essere stata una tavernetta.
In quella parte posteriore dominava un divano a ferro di cavallo, composto da due poltrone singole e due doppie, un vecchio televisore, un ripiano con scacchiera, mazzi di carte e giochi da tavolo come il Risiko e il Monopoli.
Individuarono sulla parete l'interruttore per illuminare l'altra met dell'ambiente.
La luce al neon apr la scena a un'altra inquietante Spectre, mantenendo al buio la parete in fondo.
Davanti ai loro occhi increduli una distesa di rottami informatici: ci che restava di computer, stampante, scanner. Tutto in frantumi. Stavolta il colpevole non era una mazza da baseball, bens un'accetta per legna utilizzata come randello distruttore.
Anche qui, l'hard disk in pezzi. Impossibile risalire alla cronologia delle navigazioni e risalire a eventuali indirizzi mail sui portali in rete.
Corrado Norrieri aveva fatto tabula rasa delle sue ricerche, del suo passato prossimo e non lo aveva fatto in un impeto di ira funesta, come avevano pensato vedendo il disastro compiuto nell'appartamento di via Bellezza, l'ex carabiniere aveva scientemente distrutto tutto quanto poteva portarli al suo complice lasciandogli volutamente soltanto la scia di sangue che dovevano seguire per chiudere quel cerchio diabolico.
Notarono un altro interruttore, di un'altra lampadina al neon.
Finalmente illuminarono anche la parete dove, appese con le puntine, erano appaiate decine di fotografie. Roba da professionista, da investigatore privato, da esperto in appostamenti.
Erano loro: Spreafico, Scarone, Cusumano e Li Vecchi. Ripresi ovunque, al bar, mentre salivano in auto o aprivano il portone di casa, o si affacciavano al balcone, o giravano per il quartiere.
Tutti in abiti invernali. Quegli scatti risalivano agli ultimi mesi.
Norrieri sapeva tutto delle sue vittime.
Abitudini, orari, mezzi di spostamento, per quello era riuscito a coglierli di sorpresa. Con la guardia abbassata.
Ma non poteva aver fatto tutto da solo.
In mezzo alla stanza, sotto al lampadario, troneggiava una sedia. Appoggiata l con un preciso perch.
Come fosse l'ombelico del piccolo mondo di quel seminterrato.
Sul pavimento un sacchetto giallo di un supermercato.
Su un ripiano delle pinze, delle forbici da lavoro, fascette da elettricista e altro materiale che si pu ritrovare in una cantina o in un sotterraneo.
Una vittima era stata torturata in quella taverna per fargli raccontare la verit, quella che Norrieri non conosceva. Non del tutto almeno.
Adesso sapevano che Pippo Cusumano era stato il bandolo della matassa.
La prima rosa nera, il primo della lista criminale. Quello che aveva cantato vendendosi i complici, offrendo le loro vite alla falce della Nemesi nera.
In fondo alla parete gli articoli di giornale sul delitto di Assago.
L'uccisione di Piyaporn era stata la scintilla che aveva fatto incendiare la furia della vendetta.
Da quel momento Norrieri aveva attuato il suo piano machiavellico e diabolico al tempo stesso, realizzandolo con una ferocia e una sincronia incredibili.
Ormai sapevano tutto o quasi.
Restava un ultimo dettaglio.
Perch Isabella era stata uccisa?
Attendevano ancora un cero e un messaggio della Nemesi.
Alla fine del pomeriggio Fontana si era presentato ai cancelli del cimitero comunale di Saronno, dove dal 2011 i pochi resti di Isabella Brambilla, recapitati dalla Thailandia, riposavano in una lapide all'interno di una cappella in marmo appartenente alla sua famiglia.
L'edificio funerario era sigillato da una pesante vetrata.
I parenti potevano aprirla con un telecomando.
L'ultimo visitatore, passato di l probabilmente a San Valentino, aveva scelto una forma di ricordo particolare.
Un vaso nero, con delle rose nere.
Quattro rose nere.
Appassite, invecchiate per il freddo.
Quattro come le vittime della Nemesi.
La rosa della quinta vittima di quella dea oscura era stata incastrata sul davanzale da cui aveva spiccato il volo.
Anche Norrieri era una vittima della Nemesi e da solo si era giudicato e giustiziato, mantenendo fede alla sua legge inappellabile che applicava per gli altri: vita per vita.
La pallina era diventata subito incandescente.
Ardig e Fontana stavano scaricando rabbia e frustrazione su quella sfera di gomma colpendola con la stessa violenza di un pugile che si allenava al sacco.
Giocavano non contro l'avversario, ma contro loro stessi. In silenzio, grugnendo dopo aver mulinato una racchettata, incazzati con il mondo e con Norrieri che li aveva presi per il culo facendoli girare a vuoto, quando aveva gi fatto tutto.
Ma non da solo.
Era quello a renderli cos incazzati.
Fontana vinse tutte le quattro partite.
21-12, 21-11, 21-10, 21-12.
Ardig si era illuso di poter abbassare il gap tecnico con la forza muscolare.
Sbagliava, anche Fontana sapeva far male.
Alla pallina e all'avversario.
Alla fine, si sorbirono il rituale della doccia fredda e del bagno turco per dilatare i pori e scaricare la tensione e le tossine, prima di spostarsi al ristorante self service per le solite insalate miste accompagnate da succhi di frutta.
Come cazzo fai a mangiare cos?
Certo perch invece da Burger King  cos salutare...
Almeno  buono.
Ne riparliamo tra dieci anni quando avrai il colesterolo a 250.
Ardig si mise a ridere: Veramente  gi a 276!.
Rise anche Fontana prima di farsi serio.
La carta di credito di Norrieri ha parlato. Eccome! Aveva comprato due biglietti dell'Eurostar, andata e ritorno da Roma. Di quelli open, che puoi utilizzare al momento in cui sali a bordo comunicandolo al capo treno.
E li ha vidimati?
No, ma lo sai bene anche tu che pu aver viaggiato da abusivo, senza timbrarli.
Ci credi?
Sinceramente? No, a questo punto no.
E allora troviamo il suo complice obiett Ardig.
I miei uomini mi hanno attenzionato una serie di nominativi, una dozzina in tutto.
Tramite il vecchio maresciallo della stazione di Milano Nord?
No, quello  invalido dopo un ictus e non c' pi con la testa. E la maggior parte degli effettivi degli anni 1997 o 1998 sono tutti in congedo o sotto terra. Ne restano una dozzina, appunto, ma dopo vent'anni nessuno di loro si giocherebbe la reputazione e la pensione per aiutarci a fare luce su un omicidio di un pusher.
Non abbiamo bisogno di nessuno di loro. Si far avanti lui.
Perch vorr chiudere il conto a Cherasca? Ha avuto vent'anni di tempo per farlo...
Ha avuto anche vent'anni per fare fuori Signore. No, il suo tempo  adesso, subito.
Potrebbe far passare mesi per lasciar calmare le acque, no?
Forse, ma vedrai che presto si mostrer alla luce del sole. Basta aspettare. Ho un'idea. E ricordati che ci manca ancora un messaggio della Nemesi. E vedrai che arriver presto.
...
.
...
Milano, 22 febbraio 2019.
...
.
...
Ancora una volta erano arrivati tardi.
La chiesa di Santa Maria della Passione sorge in fondo all'omonima strada, in quella Milano elegante stretta tra le strade intorno al Palazzo di Giustizia e quelle della Prefettura. Edifici di pregio, con facciate pulite e portoni austeri, intersecati da piccole vie a senso unico intitolate ai grandi musicisti classici.
Una zona esclusiva, selezionata.
Come la parrocchia di riferimento.
Annunciata da quel nome evocativo, Santa Maria della Passione, omaggiata dalle sculture esterne e dagli affreschi interni, con il calvario del Redentore e il dolore della Vergine.
Il male, la sofferenza, il sacrificio per il perdono dei peccati degli uomini mortali e poi, in una nicchia, quell'affresco di un allievo del Galbario.
Piccolo, secondario, in un angolo buio.
Un'altra volta lei, la dea bendata con la spada a sinistra e la bilancia oscillante in quella destra. Si aggirava su un promontorio brullo, dipinto mescolando il verde e il marrone, sovrastata da un cielo nuvoloso, con fulmini che squarciavano le nubi.
L'opera per certi versi si richiamava alla celebre Tempesta del Giorgione, la stessa atmosfera cupa a immortalare quell'attesa elettrica di una punizione dal cielo, di saette di collera divina scagliate su uomini che avevano peccato.
Ma nel dipinto i peccatori non c'erano, c'era solo lei, la dea solitaria e feroce.
Davanti a quell'affresco enigmatico era stato posizionato quell'ultimo cero, per nulla consumato.
Uno spiffero di aria fredda doveva averlo spento quasi subito.
E nell'oscurit di quell'anfratto nessuno lo aveva notato. Per chiss quanti giorni.
Forse era l'ultima delle rivendicazioni, oppure la penultima. O anche la seconda.
A questo punto importava relativamente.
Padre Harald lo aveva chiamato subito.
Nel giro di mezz'ora Ardig si era materializzato davanti alla scrivania del vecchio officiale.
Abbiamo fatto tutto, come da lei richiesto.
Ardig annu.
Dell'oggetto appoggiato al cero, una chiave di un'automobile, non gli interessava.
La chiave di una Citroen.
Non dovevano neppure verificare a chi appartenesse.
Pippo Cusumano aveva una Citroen. Era rimasta parcheggiata sotto la sua abitazione in via Arbe, nelle strisce gialle riservate ai residenti.
Il commissario si fece passare la cartelletta in cellophane con dentro un foglio di giornale.
Purtroppo a Milano sono solo quattro i dipinti raffiguranti la dea Nemesi, abbiamo verificato: non se ne trovano altri nei nostri luoghi di culto.
Norrieri lo sapeva.
E lo sapeva anche il suo complice che aveva abilmente completato il suo piano piazzando i ceri nei giorni successivi alla dipartita dell'impersonificazione della Nemesi.
A quel cero era abbinato il solito articolo.
Era un trafiletto breve.
Nel cellophane era ospitata una pagina milanese de Il Giorno del maggio del 2016.
San Vittore si prepara ad accogliere il Papillon italiano.
L'articolo conteneva una dichiarazione del direttore della casa di reclusione cittadina.
Paolo Rossi in poche righe spiegava: La detenzione deve essere espiativa e riabilitativa e non pu minare la dignit dell'uomo e addirittura la salute. Vogliamo che questo detenuto torni a sentirsi un essere umano, a riacquistare per intero i suoi diritti, primo fra tutti quello alla salute, pur nell'ambito detentivo. Perch la pena deve essere severa ma giusta.
Il giornalista completava il pezzo riepilogando la vicenda che Ardig peraltro ricordava.
Ma non era l'odissea vissuta dal prigioniero a incuriosirlo, quanto la sua provenienza: la Thailandia.
Afferr il cellulare per una telefonata al direttore del penitenziario.
Poi torn a fronteggiare padre Harald.
La luce della Nemesi, dei ceri neri, illuminava il suo cammino investigativo in un sofisticato gioco di specchi rovesciati.
Non stava pi inseguendo nessun assassino.
La corsa non era mai neppure iniziata.
Era stato tutto un inganno in stile leonardesco.
Un'immagine riflessa allo specchio.
Quattro delitti gi avvenuti, compiuti da un assassino che aveva gi tolto il disturbo.
La quinta rosa nera.
Anche se qualcuno per lui continuava a tenerlo in vita, divertendosi a farli girare come trottole, per poi condurli dove voleva, dove desiderava farli arrivare, fin dal primo istante.
Padre Harald fiutava il suo turbamento interiore.
Quest'uomo, questo delinquente, potrebbe avere le risposte che sta cercando.
Ardig riformul l'osservazione al singolare.
La risposta. Ormai ne manca una sola.
Il Papillon italiano.
Non era l'unico, non era il solo.
Ardig conosceva l'incredibile disavventura giudiziaria vissuta da quel detenuto. Una storia non troppo vecchia, che tuttavia aveva trovato un risalto periferico sui quotidiani.
Almeno una decina di connazionali stavano scontando pene pluriennali in condizioni disumane in penitenziari sud americani, asiatici o africani dove non vigevano le norme delle convenzioni internazionali, quelle deputate a salvaguardare e tutelare i diritti essenziali di ogni individuo. Dignit, salute, igiene.
Sapeva di due italiani rinchiusi in un carcere keniota costretti a girare scalzi, tra insetti e liquami, dividendo dei pagliericci in uno stanzone con decine di detenuti locali. O uno spacciatore romano precipitato nell'inferno di un carcere nel Mato Grosso, uno di quelli riservati alla peggiore feccia delle favelas, tra faide, sbudellamenti e pestaggi. La stessa odissea che stava vivendo un altro spacciatore nostrano, rinchiuso in Malesia, dove addirittura rischiava l'impiccagione.
A Umberto Lubrano non era andata meglio.
Stava rileggendosi la sua scheda: era un normale delinquente come tanti, uno spacciatore di origine campana trapiantato in Veneto. Era inseguito da un mandato di cattura in Italia, dove lo attendeva una condanna definitiva a undici anni e sei mesi.
Per sottrarsi alla galera di casa nostra era fuggito all'estero, approdando in Thailandia dove contava di avere degli appoggi, finendo per cadere letteralmente dalla padella alla brace.
Nel 2003, durante una perquisizione a sorpresa della sua auto, in un vialone esterno di Bangkok, gli sbirri locali avevano rinvenuto quindici chili di eroina grezza occultata in vasi di piante.
Lo avevano tradito con una soffiata, vendendolo alla corrotta polizia thailandese.
Esattamente come era accaduto a Scarone un decennio pi tardi.
Solo che il Nak Muay aveva novecento grammi di cocaina, questo Lubrano aveva quindici chili di eroina.
Le autorit di Bangkok lo avevano processato e condannato per direttissima a venticinque anni di carcere, la pena minima per chi si dichiara colpevole evitando l'ergastolo che da quelle parti ammonta a cento anni.
Venticinque anni, una montagna di sofferenze, privazioni e rinunce, una montagna da scalare in solitudine e da scontare nella forma pi dura, quella riservata agli spacciatori.
Era stato destinato al famigerato penitenziario di Bang Kwang, la Cayenna thailandese, dove i detenuti subivano un trattamento disumano, incatenati con ceppi ai piedi, costretti a dormire ammassati a decine in fatiscenti baracche, tra insetti, ratti, luridume e cibo rancido. Quelli che non venivano impiccati o sbudellati, crepavano di malattie intestinali o febbri asiatiche.
Lubrano doveva essere un duro, nel corpo e nell'animo, se miracolosamente aveva resistito, continuando a proclamare la sua innocenza.
Ricordava che Marco Pannella ed Emma Bonino si erano attivati per lui, insieme all'associazione Antigone.
C'era stato un martellante tam tam tra i Radicali e non solo, fino a quando il Governo italiano, dopo oltre dodici anni di inumana prigionia, era riuscito a riportarlo in Patria, dove la pena thailandese era stata riconvertita e ricalcolata, sommandosi agli undici anni e mezzo che doveva ancora scontare in Italia.
Sarebbero occorsi due giorni prima di poter ottenere un colloquio con Lubrano, ma ai fini dell'indagine questo era un aspetto secondario.
La catena di delitti era terminata, all'appello mancava ancora un corpo, quello di Luigi Li Vecchi, affondato in qualche torrente o laghetto.
Sarebbe riemerso a tempo debito. Tanto a quel punto non sarebbe fregato pi a nessuno.
Nemmeno al prefetto o al procuratore capo che attendevano solo l'epilogo di quella rogna.
La reputazione del senatore Sovrani era salva. I delitti terminati. L'assassino morto suicida.
Il complice era un'eventualit non suffragata dai fatti, un fantasma che nessuno inseguiva.
Lo attendevano ai piani alti per tirare una riga su quell'inchiesta.
La giornata finiva con il buio freddo di fine febbraio.
L'oscurit delle tenebre invernali accompagnava l'ingresso di Ardig dalla scalinata principale del Palazzo di Giustizia.
Al quinto piano, nell'ufficio del procuratore capo, lo attendevano anche il prefetto, il questore e il comandante regionale dell'Arma, il generale Bellocchio, per archiviare e seppellire, in un incartamento che nessuno avrebbe pi riaperto, l'indagine acefala sui delitti della Nemesi nera.
Senza un imputato da portare a una sbarra non ci sarebbe stato nessun processo da celebrare.
La giustizia italiana funzionava cos.
Come era successo per la povera Letizia: morto Lucky non ci sarebbe stata nessuna condanna postuma. Niente processo.
Solo una riga nera a decretare la parola fine.
Come per i delitti della Nemesi.
Le quattro rose nere non le piangeva nessuno.
E nemmeno la quinta.
La storia andava chiusa nel massimo riserbo per non turbare la serenit degli onesti cittadini.
Ardig raggiunse il quinto piano.
Buss, entr e si accomod, appoggiando sul tavolo una corposa cartelletta con foto e verbali iniziando a ricostruire quella storia incredibile. Riferendo e rispondendo alle domande. Mezz'ora in tutto.
Procuratore capo, sostituto procuratore Della Rovere, prefetto e questore. Solo il generale Bellocchio taceva. Gli altri domandavano, pontificavano.
Una moderna Santa Inquisizione in completo scuro di Caraceni e cravatta di Marinella.
Avevano ascoltato e preso nota per archiviare.
Fine della caccia. Fine dell'indagine.
Quando usc Milano era silenziosa e calma.
L'ora di cena. Tutti a casa. Pochi in strada.
Scese la scalinata lentamente, un gradino alla volta.
A met della rampa si volt per gettare un'occhiata alle scritte in caratteri cubitali.
IURISPRUDENTIA EST DIVINARUM ATQUE UMANARUM RERUM NOTITIA IUSTI ATQUE INIUSTI SCIENTIA.
Improvvisamente si rese conto di quanto quella massima fosse saggia.
La giurisprudenza amministrata dagli uomini era anche una scienza degli affari divini.
E la dea Nemesi lo aveva dimostrato.
Nel pi efferato e crudele dei modi.
...
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...
11. Trezzo d'Adda, febbraio 2019.
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Assassini non si nasce. Si diventa.
E ci si improvvisa. Per caso, per necessit, per disperazione, per sopravvivenza.
Corrado stava per diventarlo. Doveva diventarlo. Per lei, per tutte le altre.
Luca era a fianco a lui. Silente.
Aveva gi saltato quel fosso.
Venti anni prima, in una notte di festa per gli altri e di odio per lui.
Ora toccava a Corrado raggiungerlo sull'altra sponda, quella dei Caini.
Per un viaggio senza ritorno.
Perch assassini si rimane per sempre. Dopo.
Una volta passato il confine.
Il punto di non ritorno da non oltrepassare.
Gli rimbalz in mente una frase letta in un meraviglioso libro di Franz Kafka.
Da un certo punto in avanti non c' pi modo di tornare indietro...
Lui era arrivato in quel punto.
Per ore il prigioniero, nel silenzio di quel sotterraneo, aveva affidato tutte le sue speranze a quel punto, a quella linea invisibile, che pochi essere umani hanno il coraggio o la cattiveria di valicare, dannandosi l'anima per il resto dei loro giorni.
Ora fissava il carnefice, domandandosi se fosse pronto per quel passo.
Impugnava un banale sacchetto giallo.
Innocuo, inoffensivo.
Lo brandiva come fosse una spada.
Tramava. Sembrava impaurito quanto lui.
Pi di lui.
Gli rivolse l'ennesimo sguardo muto.
Non potendo parlare per via del nastro adesivo incollato sulla bocca.
Davanti vedeva solo lui e alle sue spalle una parete buia.
Poi la luce del neon si accese, illuminando la parete di fronte a lui. Le guard.
Anche loro lo guardavano. Sorridenti.
Quei sorrisi gli gelarono il sangue.
Sarebbero stato loro a condannarlo.
Ora sapeva che per lui non c'era pi speranza, quel punto di non ritorno era stato oltrepassato e non c'era pi modo di tornare indietro.
Per nessuno di loro.
L'uomo si mosse, aprendo il sacchetto, come fosse la bocca di un mostro pronto a prenderselo tra le sue fauci.
...
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...
Milano, 23 febbraio 2019.
...
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...
Quella mattina, dalle sette, due idrovore stavano pompando l'acqua stagnante.
L'opera di ripulitura della chiusa era stata annunciata da settimane con tanto di cartelli, dovendo bloccare la pista ciclabile adiacente, che sarebbe stata ostruita dai mezzi della squadra di operai inviati per l'intervento.
I lavori erano iniziati gi da un'ora e mezzo quando due anziani che assistevano dal ponte, a una decina di metri, avevano cominciato ad agitarsi e a strepitare.
Il telefono era squillato due volte nel giro di un minuto.
Prima lo avevano chiamato dal carcere di San Vittore. Poi dalla stazione dei Carabinieri di Garbagnate Milanese per trasmettere l'attesa notizia.
Il quarto uomo colpito dalla collera della dea Nemesi era riemerso dalle acque del canale Villoresi.
Lo avevano ripescato nell'acqua stagnante di una chiusa, dove il canale ottocentesco, che prende il nome dall'ingegnere che lo ha progettato per collegare il Ticino fino all'Adda, si imbuca in un breve tunnel sotterraneo interrato sotto i binari della tratta ferroviaria Milano-Saronno.
A individuarlo erano stati due pensionati ottuagenari, i primi ad accorgersi di quel fagotto galleggiante tra i detriti che affioravano durante il risucchio delle acque.
Avviata la macchina dei soccorsi il corpo era stato riportato all'asciutto nel giro di un paio di ore.
A mezzogiorno il cadavere saponato di Luigi Li Vecchi, gonfio e violaceo, sgocciolava sull'argine destro del canale, intiepidito da un sole quasi primaverile.
Il sacchetto giallo si era infilato nella bocca aperta, venendo in parte risucchiato in gola, creando un effetto cinematografico, come se indossasse una maschera dell'orrore. Bucherellata, pareva la maschera di Pinhead, il feroce protagonista di Venerd 13 , un cult dell'horror movie degli anni Ottanta.
Le braccia erano bloccate posteriormente, con i polsi imbrigliati da fascette di plastica rigida. Intorno al corpo un'insolita indifferenza.
Non serviva identificarlo.
Bastava un braccio riconvertito a memoria epidermica delle glorie del Milan, con una costellazione di tatuaggi con i singoli scudetti e gli anni abbinati e le date delle Coppe dei Campioni vinte con le immagini stilizzate delle coppe dalle grandi orecchie.
Per scrupolo gli agenti della sezione Scientifica stavano effettuando i canonici rilievi, incluso il rilevamento delle impronte digitali.
Si trovava in acqua da circa due settimane sentenziava il medico legale, impegnato nell'esame esterno del corpo.
Non c'era altro da sapere.
Nel pomeriggio lo accolse la tetra figura del carcere di San Vittore, per la consueta trafila di controlli ad ogni varco.
Paolo Rossi, un ometto sessantenne, piccolo di statura, calvo, magrolino e occhialuto. Un burocrate nascosto nell'ombra pi oscura degli ingranaggi istituzionali, un uomo insignificante e senza particolari doti, che in silenzio era salito di gradino in gradino fino a diventare il direttore del carcere cittadino di San Vittore.
Un incarico prestigioso in ambito penale, la guida del penitenziario italiano pi conosciuto nello Stivale. L'ex monastero dedicato all'omonimo santo trasformato in una fortezza nel cuore della metropoli, dove un tempo dimoravano i peggiori criminali.
Dagli anni Novanta i condannati a pene definitive superiori a dieci anni alloggiavano negli altri due istituti metropolitani, il carcere di massima sicurezza di Opera, per i criminali pi pericolosi, mafiosi in primis, e quello di Bollate, pi moderno e con maggiori possibilit di attivit per il recupero del detenuto, dove venivano dirottati quelli meno pericolosi socialmente.
A San Vittore restavano quelli in transito, quelli in attesa di sentenza definitiva.
E alcuni indefinibili. Detenuti speciali, non catalogabili negli elenchi canonici.
Tra questi Umberto Lubrano.
Era per lui che Rossi aveva fatto la solita eccezione, invitando il capo della Omicidi nel suo carcere, per un caff da assaporare dietro le sbarre.
Da un paio di anni Ardig aveva preso a frequentare con un'anomala regolarit San Vittore.
Per uno strano caso di sindrome di Stoccolma applicato al contrario.
Andava mensilmente a fare visita a un detenuto speciale, uno psichiatra stimato che in una notte di follia, sotto effetto di farmaci e alcoolici, aveva inspiegabilmente massacrato la moglie, prima di avvertire lui stesso le forze dell'ordine con cui, paradossalmente aveva per anni collaborato come profiler forense.
Il compito di infilargli ai polsi gli immobilizzatori era toccato proprio ad Ardig, in una notte fredda di pioggia.
Per anni non si erano pi rivisti, fino a quando un assassino seriale invasato da deliri religiosi aveva iniziato ad uccidere a Milano: per fermarlo era ricorso all'acume del criminologo uxoricida, rinsaldando un rapporto, stavolta pi umano che professionale, che in qualche modo proseguiva.
Quel giorno per il suo interlocutore sarebbe stato un altro soggetto atipico.
Da tre anni Umberto Lubrano si trovava al Due, come nel gergo malavitoso era stato ribattezzato il carcere cittadino. Nel primo raggio, quello destinato ai detenuti fragili, pi anziani, meno duri o con problemi di salute.
Estinguer la sua pena nel 2027. Ma tra un paio di anni inizier a usufruire delle misure alternative, a cominciare dalla possibilit di uscire per lavorare negli orari diurni aveva sintetizzato Paolo Rossi, omonimo dell'eroe del Mundial 1982, mentre lo deliziava con il canonico rito del caff fatto con la napoletana.
Un suo segno distintivo con cui accoglieva tutti gli ospiti che oltrepassavano i tetri muri di San Vittore per fargli visita.
A Rossi piaceva divagare, regalare agli interlocutori perle della sua cultura.
Ma Ardig non era quel tipo di interlocutore, per cui aveva imparato a farla breve, almeno con lui.
Lubrano ha accettato di incontrarla, consapevole che il vostro incontro ha a che fare con gli ultimi omicidi su cui sta indagando.
Ardig annu, sollevato.
Il parlatoio era il solito, all'imbocco della rosa dei sei raggi in cui si dipanano i bracci del penitenziario.
Una stanza composta solo di sedie e tavoli di plastica, senza nulla di metallico se non i vecchi caloriferi in ghisa saldati alle pareti.
La solita guardia corpulenta e arcigna vigilava il detenuto che Ardig immaginava diverso. Chiss perch.
Lubrano mostrava un'et indefinita, anche se la sua scheda raccontava che era del 1966.
La corporatura asciutta, la solita tuta di lana, grigia, dozzinale, ai piedi ciabatte di gomma, di quelle da piscina.
Altezza media, i capelli rasati con la macchinetta con una leggera ricrescita stile cenere.
Anche l'accento era indefinibile: era un napoletano di nascita trapiantato in Veneto, che aveva trascorso tredici anni in Thailandia e adesso dimorava in una Babele multietnica nel centro di Milano, circondata da sbarre e muri invalicabili.
Al polso un braccialetto di corda e perline di legno, tipico artigianato africano.
Sulla pelle consumata si intravedevano tatuaggi scoloriti.
L'occhio ormai allenato del commissario colse i simboli thailandesi, a raccontare, impressi sulla carne, la storia contorta di quell'uomo che si avvicin alla sedia con una leggera zoppia.
Un lascito degli anni trascorsi con le catene alle caviglie nell'inferno di Bang Kwang.
Il detenuto intu i suoi pensieri, precedendolo.
Quei ceppi li hanno fatti apposta per non farci sollevare i piedi, potevamo solo trascinarli. Quei piombi si sono mangiati tutto: tendini, muscoli, articolazioni della rotula.
Lo disse con tono neutro. Una disanima obiettiva. Senza recriminare su quel destino ingrato che si era costruito con la sua ottusit.
Ardig non riusciva mai a provare empatia per i criminali che incontrava dietro le sbarre, non riusciva ad essere indulgente con quegli uomini che pagavano il prezzo dei loro errori. Nella sua valutazione faceva prevalere il male che avevano inferto al prossimo rispetto alle sofferenze che stavano patendo nella loro condizione cautelare.
E la sua valutazione valeva per tutti, valeva pure per quel Lubrano.
Per cui decise di non assecondarlo, neppure con una frase di circostanza.
L'altro sembr apprezzare.
Mi hanno parlato assai di lei. Qui dentro  conosciuto. In qualche modo anche stimato.
Il vicequestore rispose con una smorfia enigmatica e un tono ironico.
Posso immaginare quanto le avranno parlato bene di me.
Lubrano ridacchi da solo.
Si sbaglia. Gli assassini non piacciono a nessuno. Nemmeno qui dentro.
Qui dentro  pieno di mafiosi che hanno ucciso persone innocenti.
Che c'entra... Lo sa pure lei che nel codice criminale il sicario e l'assassino sono due cose diverse. Chiudere i conti con il piombo o la lama fa parte delle regole del gioco: nessuno giudica chi ammazza per affari, soldi, rispetto. Mica  come chi ammazza una donna o un bambino. Quando lei prende uno di quegli schifosi qui la applaudono in tanti.
Un discorso del cazzo.
E quel Lubrano cominciava gi a stargli sul cazzo confermandogli un detto che aveva letto su un murales di Milano: La vita insegna, sono gli uomini che non imparano.
L'ex trafficante di droga reso zoppo dalle catene delle carceri thailandesi ne era l'ennesima dimostrazione. La vita qualcosa gli aveva insegnato, ma quello non aveva imparato niente, per cui decise di tagliare corto quella inutile schermaglia dialettica.
Ha accettato di vedermi e ha detto di sapere chi sono. Ha anche capito perch sono qui?
L'altro annu.
Abbiamo la tv in cella accesa tutto il santo giorno. E leggiamo i giornali perch altrimenti non sappiamo come farlo passare il tempo.
Bene, meglio cos. Se mi aiuta io le prometto che cercher...
Lubrano alz una mano per interromperlo.
Non voglio nulla.
Non ha nemmeno sentito la mia proposta.
No, dottore, non mi ha capito. Io non voglio nulla perch non tengo nessun bisogno. Mi guardi, mi ha visto?
Non capisco.
Perch non pu capirmi. Mi spiego. Io sono tornato dall'inferno, quello vero. Quello che ho vissuto io laggi lei non pu manco immaginarlo. Roba che solo gli ebrei nei campi di sterminio. Per cui adesso  tutto bello qui a casa, tutto una vacanza, tutte rose ogni giorno. Parlo in italiano, mangio il nostro cibo, bevo il caff, ho gli amici, la tv, le partite di calcio da vedere. E che posso avere di pi?
Uno sconto di pena, misure alternative per uscire da qui...
E per fare cosa? Non ho pi nessuno, giusto una sorella che manco mi  mai venuta a trovare una volta da quando sto qui. Non ho una casa, non ho pi una lira. Non ho pi manco la salute. Quando esco di qui cosa faccio? Chiedo l'elemosina?
Colpito e affondato. La corazza impenetrabile del capo della Omicidi era stata perforata da quelle parole che sgorgavano da una natura umana cos distante dalla sua, eppure cos antropologicamente vicina.
Dunque non intende collaborare?
Mica ho detto questo. Ho solo detto che voi come sbirri non tenete nulla per convincermi. Vi aiuto perch voglio farlo io.
Uhm, e perch vuole farlo?
Perch pure io tengo una coscienza e voglio mettermela a posto, sdebitandomi con lo Stato che mi ha aiutato a tornare qui.
La ascolto.
Mo' la storia che le racconto potrebbe non essere del tutto vera. Vede, io stavo dentro gi da parecchio, sei o sette anni come minimo, e non pensavo che da laggi sarei mai pi uscito. E la ragione, come dire, mica la tieni pi nella capa.
Uhm.
Ha mai sentito parlare dei mortal kombat, come li chiamano gli occidentali?
Il capo della Omicidi annu e gli rifer quanto appreso nella palestra della Stadera.
Proprio cos. Allora di cose ne sapete gi tante. E le avranno detto che in Thailandia sono un rito, come le partite di calcio da noi. Si combattono in arene con centinaia di spettatori. Sono combattimenti clandestini ma avvengono alla luce del sole. Tanto anche i poliziotti ci scommettono sopra e prendono la loro stecca. Girano tantissimi soldi intorno a questi combattimenti. Sia per chi scommette sia per chi combatte. L le famiglie crescono i figli sperando che diventino lottatori, non so se mi spiego.
Lo sapeva. Sapeva che molti bambini venivano avviati alla boxe o alle arti marziali e che i loro incontri riscuotevano un incredibile seguito, anche mediatico.
Ma nel mortal kombat il combattimento prevede per forza la morte dello sconfitto?
Quasi sempre. Dipende anche dai clan cui sono affiliati i combattenti. Quelli protetti sopravvivono, poi c' la carne da macello... Ha idea di quanti ragazzi asiatici fanno arti marziali da combattimento e preferiscono rischiare la pelle che lavorare nei mercati o nelle risaie?
Vai avanti.
A ogni modo, per alzare la posta in palio e il giro di scommesse ogni tanto fanno combattere dei Farang, degli stranieri occidentali. Sono merce rara. E quelli bravi poi lo sono ancora di pi. Solo che per combattere devi avere un garante, qualcuno che sia credibile in quegli ambienti.
Ardig inizi a intuire.
Per cui quello che hanno trovato fatto a pezzi nel fiume...
Filippo Cusumano?
Lubrano annu.
Bravo, proprio lui. Quello grazie ai suoi giri nello spaccio era ben introdotto e poteva far da garante a Scarone.
E i soldi per le scommesse li metteva Spreafico, il re del Niguarda.
L'altro prosegu: Cos lo hanno fatto combattere contro avversari minori, per provarlo. E quello ha iniziato a vincere. Oh, vinceva e ammazzava gli avversari. Uno, due, tre, quattro incontri, insomma la gente ha cominciato a scommettere sempre pi forte su di lui e a quel punto hanno alzato il giro di scommesse e di soldi. Fino a quando...
Fino a quando?
Gli hanno organizzato una sfida con una specie di leggenda di quegli anni, mi pare si chiamasse Yutthana. Era un mito degli incontri clandestini e combatteva al soldo del boss del quartiere di Silom. Uno che raccontavano che nell'ultimo combattimento aveva ucciso un russo fracassandogli le ossa nasali che si erano conficcate nel cervello.
E Scarone ha accettato?
Le ho detto che la storia  confusa. Dalle voci che giravano dopo pare che l'italiano fosse ricattato dai compari e non avesse scelta. Cos ha accettato di combattere e il giorno prima, come da accordi, ha incassato il suo ingaggio.
Il giorno prima?
Funziona cos, perch in questo modo i combattenti sanno che quei soldi arriveranno alla loro famiglia. Molti hanno veramente bisogno per questo accettano di combattere, ma vogliono essere sicuri di essere pagati il giorno prima. Tanto nessuno pu ripensarci e rifiutare, altrimenti sarebbe morto comunque. Il combattimento si teneva a Ratanokosin, in un magazzino. E la notte prima i combattenti dormivano vicino cos li tenevano d'occhio per evitare che succedesse qualcosa, che magari venissero drogati o altro.
La verit irruppe improvvisa dopo quelle parole.
Scarone per prima di combattere, sapendo che poteva essere la sua ultima notte in vita, ha chiesto una ragazza, una prostituta... e l'ha strangolata.
Lubrano annu nuovamente con aria solenne.
Pi o meno deve essere andata cos. Non era la prima. Quello ogni volta che l'indomani combatteva la sera prima ammazzava una puttana.
E contro quel Yutthana?
Era un avversario impossibile per lui, cos Scarone ha perso ed  stato conciato male... ma quell'altro aveva l'ordine di non finirlo. E allora quelli hanno aspettato che si riprendesse dalle fratture, dalle ferite e due mesi dopo gli hanno fatto lo scherzo della perquisizione, sbattendolo al fresco. Lo hanno fatto per lui ma non solo, volevano anche lanciare un messaggio nei loro ambienti. Anche agli occidentali. Che a casa loro non si fanno cazzate. E questo  tutto.
No, non  tutto.
Ardig gli mostr un articolo sulla morte di Isabella Brambilla.
Lubrano lo esamin con la vista affaticata.
Poi annu come faceva sempre prima di rispondere.
Minchia  vero, c'era stata anche la storia di quell'altra poveraccia. Quella ammazzata nell'isola della morte.
Stavolta ad annuire fu Ardig.
L'hanno fatta fuori a Koh Tao. La chiamano l'isola maledetta perch ogni anno ci muoiono dei turisti europei, ma non c' nessuna maledizione. Sono solo delitti della malavita locale travestiti da incidenti. Come quella poveretta l, mica l'hanno sbranata i varani, era stata violentata e strangolata, ma gli sbirri thailandesi l'avevano fatta passare per un incidente.
Ardig lo osserv.
Era arrivato al dunque, al perch di quella lunga catena di delitti.
L'altro lo anticip.
La donna aveva scoperto qualcosa sul Nak Muay. Andava in giro a fare domande, sapeva troppo, e se fosse venuta fuori la storia degli incontri clandestini anche sui giornali occidentali...
Per cui hanno deciso di farla fuori.
E l'hanno portata a Koh Tao per silenziare la notizia. Una delle tante, nessuno se ne  accorto. Poi  arrivato quel tizio italiano, mandato dalla famiglia, e ha iniziato a muovere mari e monti per sapere la verit, ingaggiando anche un ex sbirro locale, uno che sapeva muoversi in tutti gli ambienti.
E a quel punto la mafia di Bangkok ha deciso di far ingabbiare Scarone...
Pi o meno, il resto della storia la conosci.
Il capo della Omicidi annu, perplesso.
Poi si rivolse a Lubrano con tono duro.
Questa storia la sapevi da anni, sapevi che un giorno il Nak Muay sarebbe tornato a Milano dove avrebbe ripreso a uccidere. Se tu avessi parlato quando ti hanno riportato in Italia ora una giovane donna sarebbe ancora viva.
L'altro scosse la testa.
Sai quali sono le nostre regole. Non erano affari miei. Non faccio l'infame io.
E se avessi parlato dopo l'omicidio della ragazza thailandese ad Assago avremmo evitato tutti questi delitti. Sono morte cinque persone in pochi giorni.
Il trafficante allarg le braccia.
Pace all'anima loro, ognuno su questa terra si porta la sua croce. E io la mia me la trascino a ogni passo che faccio
Ardig si alz resistendo all'impulso di mollargli una centra.
...
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...
Milano, marzo 2019.
...
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...
La squadra lo aveva monitorato per giorni, sorvegliandolo discretamente a distanza, senza mai perderlo di vista studiandone orari e spostamenti.
Era uno metodico, preciso.
Si vedeva l'impostazione tipica da Carabiniere. E chiss che militare sarebbe stato se il destino non avesse deciso diversamente.
Il vicequestore Bruno Ardig stavolta si era affidato completamente all'intuito.
E a una dea opposta rispetto alla Nemesi.
La dea Spes. La Speranza.
Aveva sperato, muovendosi alla cieca, in un terreno buio, privo di riferimenti, assommando indizi e sensazioni, fino alla telefonata di padre Harald, arrivata quando forse non ci sperava pi.
Un uomo era passato alla chiesa di Santa Maria degli Angeli per commissionare una messa di suffragio in memoria di Cristina Norrieri per il giorno del suo compleanno, il 6 marzo.
Gli officiali di padre Harald lo avevano aspettato, sperando si presentasse.
Si era presentato.
Senza tuta, senza cappuccio.
Alto, vigoroso, le spalle larghe.
Se l'era immaginato proprio cos.
Elegante, cappotto scuro.
Un uomo forte, in grado di aiutare a sollevare corpi, a issarli sopra a una vetrata in plexiglas, o a scaricarli in laghetti o fossi.
Il resto era stato in discesa.
Da allora era seguito giorno e notte dai ragazzi della sezione Omicidi.
Alloggiava alla Maggiolina, in un comprensorio in una traversa di via de Marchi: via della Giustizia.
Una beffa di un destino ingrato, in una vicenda sanguinosa dove la grande assente era stata proprio lei, la Giustizia, non necessariamente con la g maiuscola, insieme alla Verit, altra latitante illustre.
Erano rimaste a guardare, inermi, passive, lasciando la scena alla Nemesi che si impossessa del dolore degli uomini, convogliandolo in quella rabbia che stravolge la giustizia trasformandola in vendetta.
Lo avevano identificato attraverso i rilevamenti fotografici, mentre lo tenevano d'occhio, senza mai perderlo di vista durante i suoi continui spostamenti.
Un ex carabiniere in congedo.
Luca Tribuna, quarantun anni, era figlio di un carabiniere e avrebbe dovuto seguirne le orme. Si era limitato a un solo anno nell'Arma, quei canonici mesi di assolvimento del servizio militare, poi si era congedato, ventenne, nel novembre del 1998.
Due mesi prima dell'omicidio del buttafuori del The Land of the Moon.
Per il resto della sua vita aveva svolto la professione di investigatore privato con tanto di licenza. Aveva avuto per anni una sua agenzia, la Shadow, l'ombra. Poi aveva chiuso i battenti.
A questo punto sapere se a premere il grilletto della Tokarev che aveva assassinato il buttafuori quel 1 gennaio 1999 fosse stato Norrieri o Tribuna era un dettaglio secondario.
In compenso sapevano che a uccidere Signore era stato lui, Tribuna, anche se non potevano provarlo.
Gli estratti della carta di credito di Norrieri riportavano il pagamento di due biglietti open, andata e ritorno, da Milano Centrale a Roma Termini.
Non erano stati obliterati, come accadeva con molti passeggeri, per cui non potevano sapere su quale convoglio avesse viaggiato, se fosse sceso nelle altre fermate di Milano Rogoredo o Roma Tiburtina.
Un altro gioco di specchi.
Norrieri aveva voluto lasciarsi alle sue spalle una scia chiara, tracciata dalla carta di credito, come fosse una Via Lattea nel buco nero successivo alla sua morte.
La carta di credito era come bussola da seguire: sono io, sono qui, sono andato a Roma ad uccidere il Cherubino, eccomi qui. Pago io il conto finale.
La sua firma su un delitto che non aveva commesso, ma di cui era stato complice.
Lo aveva fatto per scagionare l'amico da ogni sospetto futuro.
Un piano perfetto, non avrebbero mai avuto nulla per accusarlo di un delitto che aveva compiuto con le sue mani e che era finito sul conto di un defunto.
Era l'incasso di un assegno in bianco, per la sua manovalanza in quattro omicidi, per la sua fedelt a un amico.
In vita e dopo.
Luca Tribuna era rimasto a Milano per un debito verso un passato che non gli aveva mai presentato il conto grazie a due uomini che per lui avevano tradito il giuramento alla divisa che indossavano, calpestando l'onore, la fedelt, i valori.
Era rimasto per assistere Battista e ricordare Norrieri.
Ma non solo per quello.
La dea Nemesi aveva ancora una vita da prendersi.
Quella del direttore della discoteca The Land of the Moon, il braccio destro di Signore.
Fontana sbagliava definendolo il gatto o la volpe.
Troppo generoso come paragone animale.
In una storia di varani, di alligatori, di tracine, di pantegane, di nutrie, mancava un serpente.
Falso e velenoso, in grado di cambiare pelle, mimetizzarsi, occultarsi eppure essere letale.
Maurizio Cherasca era passato indenne in mezzo a tanti inferni in un'esistenza sempre in bilico, tra il crimine e la bella vita.
Spacciatore, venditore di donne, prestanome di mafiosi. E assassino.
Ardig lo sapeva, ma non aveva mai trovato le prove. C'era lui nel 2013 dietro la morte di una escort in un rito orgiastico consumato in un pozzo sotterraneo e ai successivi delitti in sequenza di altre due prostitute e di satanisti presenti in quell'antro. C'era lui nel 1997 dietro all'uccisione di Hygerta Kospiri e della vita che stava nascendo nella sua pancia.
E chiss quali altri peccati doveva scontare.
La dea Nemesi contava i suoi passi, pronta a ghermirlo in una notte di fine inverno.
Da una settimana Tribuna lo sorvegliava, ignorando di essere a sua volta sorvegliato in un domino pericoloso in cui rischiavano di farsi male in tanti. Troppo male.
Per quello Ardig aveva deciso di dire basta e uscire allo scoperto.
Lo attendeva al buio, in un angolo dietro alla vecchia stazione ferroviaria di Bullona.
Tribuna era arrivato intorno all'una, calibrando bene i tempi.
In settimana il Leopard serrava i battenti poco dopo le due.
Cherasca non era mai l'ultimo a lasciare il locale. Attendeva che tutti i clienti fossero andati via e a quel punto salutava il personale di servizio, che rimaneva per le pulizie e la chiusura.
L'ex carabiniere lo attendeva dall'altro lato della strada. Tuta nera, giubbotto nero con cappuccio.
Acquattato contro il muro. Invisibile.
Concentrato sulla scalinata d'ingresso del locale.
Cos assorto a studiare i movimenti della security da non accorgersi del suo arrivo.
Lo vuoi fare fuori stasera? Vero?
La voce echeggi dal nulla, dal nero di quella notte ancora fredda, sibilando come una freccia. Dalla destra, dal suo lato cieco, quello rivolto verso la vecchia stazione delle ferrovie Nord abbandonata da anni.
L'ex grippa si gir con calma senza movimenti bruschi.
Un uomo alto, robusto, i capelli corti a far risaltare un volto gradevole ma dall'aria incazzata. Negli occhi bruciava una fiamma di insoddisfazione perenne verso il mondo esterno.
Era solo. Le mani in vista.
Nessuna pistola puntata verso di lui.
Impieg un secondo a riconoscerlo.
Il cacciatore di assassini. Quale onore.
Ne avrei fatto a meno.
Anch'io, ma cos vanno le cose in questa vita sbagliata per quelli come noi.
Era per stasera? ripet il poliziotto.
Forse, non lo so. A questo punto non lo sapremo mai, giusto?
La domanda era ambigua.
Ardig se l'aspettava.
Vorrei tanto lasciarti mano libera.
E allora lasciamela e vattene via, torna a prendermi a cose fatte, tanto saprai gi dove abito e tutto il resto.
Purtroppo non posso, lo sai. La giustizia non funziona cos.
La mia s.
La Nemesi non  la giustizia. Anche se lo ammetto, mi piacerebbe che lo fosse.
Tribuna si strinse nelle spalle.
Come dire, pensaci, sei ancora in tempo.
La Tokarev, per favore.
L'uomo con movimenti lenti apr il giubbotto e con la mano sinistra la afferr per il cane passandola al capo della Omicidi.
Non ti  venuto in mente che avrei potuto rivolgertela contro?
No.
L'ex carabiniere sorrise e annu.
Hai ragione, non ci ho neppure pensato.
Lo so, altrimenti non sarei qui da solo e disarmato.
Tribuna rivolse uno sguardo al Leopard.
Sai da quanti anni aspettavo questo momento?
Vent'anni.
Annuirono entrambi prima di scegliere il silenzio.
Un silenzio pesante che li divideva come fosse un muro.
Toccava ad Ardig picconarlo.
Facciamo due passi, c' una birreria irlandese gi in fondo alla strada.
Si avviarono lungo via Piero della Francesca a quell'ora deserta.
Poche centinaia di metri in una Milano addormentata e ignara di quanto avveniva sotto il suo cielo senza stelle.
Svoltarono in piazza Gerusalemme, l'irish pub era ancora aperto.
Entrarono e si accomodarono al tavolo pi vicino alla porta.
La cameriera, vedendoli, sbuff.
Il cartello all'ingresso segnalava le due come orario di chiusura. Avevano ancora venti minuti. Il tempo per due pinte di Tennent's.
E adesso? chiese Tribuna, con un tono che non tradiva preoccupazione per il futuro, ma solo delusione per la mancata occasione, che non sarebbe mai tornata. Mai pi.
Io mi sono fatto una mia idea di questa storia. Per ora voglio sentire la verit.
Come vuoi. Partiamo dal The Land of the Moon?
Ardig annu.
Ero arrivato da poco dalla caserma di Milano Nord, ero di complemento, facevo la naja come si diceva allora, avevo vent'anni, ero uno sbarbatello, non mi conosceva nessuno, venivo dall'hinterland, sono di Cernusco sul Naviglio che da l  molto lontano. Ero perfetto. Non c'erano rischi insomma, per cui il maresciallo Battista mi fece una proposta pericolosa, ma dato che ero il figlio di un commilitone si prese questa responsabilit.
Che proposta?
Una missione non autorizzata. Non ufficiale. Andare sotto traccia in discoteca, infiltrarmi per raccogliere prove sui traffici del titolare e del direttore, dalla prostituzione allo spaccio. Ero carino, avevo la faccia da bravo ragazzo, poi mi avevano dato un fondo cassa da spendere, sai la classica banconota da centomila che faceva sempre scena a quei tempi... insomma ero agghindato da figlio di pap, con la giacca, il cellulare a sportello, le scarpe di marca...
E cos hai agganciato la cubista albanese.
Era bellissima. E non era solo quello. Era dolce, era gentile, era spaventata dal mondo, aveva sofferto, sapeva quanto fosse amara la vita. E quanto avrebbe potuto essere meravigliosa se...
E ti sei innamorato.
All'inizio non lo pensavo. Sapevo che era una prostituta, anzi volevo pure divertirmi con lei, era figo, ti scopavi una per servizio... mi illudevo di poter controllare tutto, invece poi ho scoperto che dentro quel corpo splendido c'era una persona ancora pi bella. E, s, ho perso la testa per lei. Dentro di me  nato un amore che non pensavo di poter vivere. Ti succede quando una persona ti entra sotto pelle, nella carne, nei respiri, non so se ti  mai successo.
No, per lui la parola amore serviva solo ai cantanti per fare la rima con cuore.
Forse s, si era innamorato anche lui... e anche lui di una prostituta, pur nobilitata dal termine escort. Stessa sostanza, femmine che si vendevano per denaro.
Tuttavia, Hygerta era costretta, come una schiava, mentre la sua Miriam lo faceva per scelta. Per un amore pi grande, quello per il denaro, per il lusso, per il suo mondo dorato.
L'amore va parametrato in base alla donna o all'uomo per cui quel sentimento nasce e il suo era un amore corrotto. Sporco.
Come Miriam.
A ogni modo ho perso il contatto con la realt, con quello che avevo intorno, con il fatto che lei era prigioniera di un mondo pericoloso e l'ho illusa di essere il suo salvatore. Poi a vent'anni mi credevo un super eroe, con la pistola e quelle due mosse di karate che sapevo eseguire, credevo davvero di poter gestire tutto da solo.
E cosa hai fatto?
Le ho raccontato chi ero, che ero un carabiniere, che ero sotto copertura, cosa facevo l. Le ho promesso che l'avrei liberata e poi l'avrei sposata. Ho fatto tutto facile. L'eroe delle favole. E invece ero un idiota.
E lei?
La verit non la so. Non la sapr mai. Si  fidata, mi ha creduto, mi ha detto che voleva scappare con me, rifarsi una vita. Forse non mi amava, anche se era brava a farmelo credere. Insomma, mi sono ritrovato oltre ogni previsione e a quel punto non ero pi un carabiniere sotto copertura, ma qualcosa di diverso. Ero un ragazzino innamorato. Ero confuso. Ero spaventato. Era una storia pi grande di me, non sapevo come fare.
E nei hai parlato con il maresciallo Battista.
Era la cosa pi sensata, ma si  rivelata anche quella sbagliata. Mi ha ordinato di sospendere l'operazione, io ho protestato, mi sono ribellato e lui mi ha consegnato in caserma e il resto posso immaginarlo. Hygerta non mi ha pi visto, forse avr detto qualcosa a qualcuno, una delle altre ragazze. E quei porci l'hanno ammazzata proprio la notte di San Valentino. Lei e il figlio che aspettavamo. E io manco lo sapevo.
E Battista si  ritrovato travolto dai sensi di colpa.
Verso di lei e verso di me. Soprattutto quando  venuto fuori che era incinta. Ma trattandosi di un'operazione non ufficiale, non poteva fare nulla. E se avesse detto qualcosa sarebbe saltato, finiva in Sardegna come minimo. E poi c'era l'indagine in corso, per cui sperava di rimediare incastrando Cherasca e Signore.
E invece non avete trovato niente.
Si sono tutti sbattuti come matti. Qualcuno diceva di aver visto Hygerta con il buttafuori che la trascinava verso il boschetto affacciato sull'Olona. Norrieri lo ha messo sotto pressione, ha cercato di intimidirlo, per quello non ha mai ammesso nulla. Aveva troppa paura per parlare.
E cos avete deciso di fargliela pagare.
 stato un caso. C'era stata una perquisizione nel campo Rom di via Triboniano. In una roulotte erano saltate fuori vecchie pistole. E nei verbali una  sparita.
La Tokarev.
L'aveva sottratta Norrieri. Io intanto mi ero congedato, senza divisa potevo fare quello che volevo. Gli avevo detto che mi serviva solo per minacciare il buttafuori, che volevo spaventarlo e farlo confessare. E forse era anche la verit. L'ho aspettato, ho provato a parlarci ma quello ha reagito, mi ha spintonato,  salito in auto e a quel punto  come se un velo nero mi fosse calato sugli occhi. Non mi ricordo neppure di avergli sparato. Sono scappato, pensando che nel giro di qualche ora mi avrebbero arrestato. Sono tornato a casa e mi sono preparato il discorsetto per mio padre. Cazzo avevo vent'anni...
E invece Norrieri ti ha coperto.
Era un amico, era un bravo ragazzo. Mi ha detto che la bustina con la droga arrivava sempre dal campo nomadi di Triboniano, l'aveva preparata da giorni perch voleva incastrare quel buttafuori mettendogliela in auto. Quando  arrivata la chiamata era lui di turno. Cos l'ha messa nel bagagliaio fingendo di perquisirlo.
Non era una cattiva idea, anzi...
E il resto della vicenda la conosci.
E La Tokarev?
Me l'ero riportata a casa, nel giaccone, senza neanche accorgermene. Qualche giorno dopo  venuto Corrado, per concordare una linea comune. E si  fatto dare la pistola, voleva farla ritrovare a Triboniano, per far cadere le colpe sugli zingari, ma poi ci ha ripensato. E l'ha conservata per vent'anni. Mi diceva che era la sua assicurazione per garantirsi che non avrei ucciso anche Cherasca e Signore. Se lo avessi fatto mi avrebbe denunciato tirando fuori la Tokarev.
E Battista?
Pi o meno ha saputo tutto. Ma a quel punto se avesse detto la verit lo avrebbero radiato dall'Arma e mandato a processo, come minimo. Per cui si  tenuto quel macigno dentro, che lo ha corroso, lo ha invecchiato, fino all'ictus.
Le pinte erano finite.
La cameriera pass per chiedergli di saldare il conto. Ardig lasci venti euro sul tavolo.
Uscirono accolti dal freddo.
A pochi giorni dalla primavera la temperatura era ancora invernale.
Ripresero a camminare, stavolta verso il quartiere cinese, tagliando dalla piazzetta di via Canonica.
Norrieri come ha fatto a sapere che Scarone era il serial killer?
Ah, figurati... Guarda che lo sapeva da anni, lo aveva scoperto in Thailandia, tramite un ex sbirro thailandese che laggi lo aiutava. Mi pare si chiamasse Saranon. Uno che faceva bene il suo mestiere. Per cui sapeva di Scarone, sapeva di Spreafico, di Cusumano. Corrado poi aveva cercato di metterci una pietra sopra, di tirare avanti. Ma quando Scarone ha ucciso quella ragazza ad Assago ha deciso di intervenire per farla finita.
E ha chiesto il tuo aiuto.
Da solo era impossibile.
Per ha cercato di non inguaiarti.
Ha voluto essere un amico fino in fondo, in tutti i modi, ha cercato di convincermi a non andare a Roma a regolare i conti con er Cherubino.
E l hai commesso un errore con la Tokarev.
Lo stesso di vent'anni fa. Uguale. La pistola serviva solo per minacciare Signore e immobilizzarlo, ma quello quando si  trovato lungo il canale, al buio, ha capito che non aveva pi nulla da perdere e ha reagito cercando di aggredirmi ho dovuto piazzargli una palla nella pancia. Ma a quel punto cosa cambiava?
E l'anello nella gola del Cherubino?
Lo avevo comprato per lei, per San Valentino, per quella sera, se ci fossimo visti... era un ciondolino, ma per me valeva per tutta la vita. L'ho conservato come una reliquia.
Il dolore di Tribuna lo invest come fosse una radiazione.
Invisibile, eppure la avvertiva con tutta la sua negativit.
Lo avevi capito che Corrado si sarebbe ucciso?
No, no, mica l'avrei accettato. Glielo avrei impedito. Per Corrado era furbo, aveva esperienza, riusciva sempre a fare la cosa giusta. Mi aveva detto che voleva andare a vivere in Eritrea, in una missione di religiosi italiani che aiutavano i bambini orfani e malati. Li aveva conosciuti durante uno dei suoi servizi per la Bra.Mar. Stavano sugli altipiani. Li sosteneva economicamente. Laggi non lo avrebbe trovato nessuno. Mi ha fatto vedere i biglietti aerei, prima sarebbe andato nel Somaliland con quelli della Bra.Mar e poi da l sarebbe transitato oltre il confine in Eritrea. Poi lui conosceva anche la lingua, le persone, tutto. Insomma, gli ho creduto, sembrava sincero. Forse lo era, forse ha cambiato idea dopo tutti quegli omicidi.
Siete stati bravi a modo vostro, cinque omicidi in meno di una settimana.
Non avevamo alternative, se quelli avessero capito, se si fossero allarmati, mica stavano l ad aspettare di farsi accoppare.
E siete partiti dal boss.
Era il pi pericoloso, il pi difficile. Lo abbiamo intercettato davanti a casa.  bastato mostrargli un vecchio tesserino dei nostri e caricarlo in auto. E fine dei problemi. E poi gli altri. Non se l'aspettavano,  stato tutto cos facile.
Uhm... potevate torturarli, mutilarli, farli soffrire.
Siamo carabinieri, lo eravamo almeno, ma lo sai, no? Carabiniere lo resti sempre. Volevamo fare giustizia, senza sofferenza. Non occorreva.
Quello a Trezzo per lo avete tartassato?
Ha parlato in un minuto,  bastato fargli vedere le pinze e si  cagato sotto raccontando tutto, non gli abbiamo torto un capello.
Uhm... ma perch la Nemesi, i ceri, gli oggetti delle vittime, tutta quella ritualit.
Noi non siamo assassini, siamo giustizieri. Abbiamo fermato un serial killer e i suoi complici: sarebbero morte altre ragazze. Volevamo farlo sapere, volevamo che la verit venisse a galla, che macchiasse le loro memorie. Per tenendoci all'ombra. Poi Corrado era molto religioso, per cui...
Per cui avete scelto le chiese.
Le conosceva Corrado, lui sapeva tutto delle chiese di Milano, era ossessionato dai dipinti, dai santi, dalle simbologie. Se non avesse fatto il carabiniere avrebbe fatto il sacerdote. Peccato, non doveva finire cos.
Ardig abbass lo sguardo pensieroso.
Studiava quell'uomo di qualche anno pi giovane di lui.
Ci si ritrovava. Per l'et, la mentalit, il carattere.
Non ti sei mai sposato.
Figuriamoci, nessuna donna poteva essere come lei. Quando ami di un amore cos forte ti resta per tutta la vita.
Ripens all'anello infilato nella gola del Cherubino.
L'anello per Hygerta conservato per vent'anni, tra dolori e rimorsi che avevano trasformato un ragazzo in un assassino a sangue freddo.
E non ti sei neppure costruito una tua vita.
Tribuna ridacchi.
La mia vita... tutto finito per colpa di quella maledetta discoteca. Ho vissuto questi vent'anni schiacciato tra il dolore per lei, per il bambino di cui non sapevo nulla e la paura che quella storia venisse a galla, che un giorno Battista si decidesse a togliersi quel peso. Come puoi farti una vita, una famiglia, sapendo che da un minuto all'altro puoi andare all'ergastolo? No, la mia vita  finita vent'anni fa.
Eppure non ti sei suicidato...
Per mio padre. Mi ha cresciuto lui, da solo, ero tutto per lui. Gi l'ho deluso lasciando l'Arma. Almeno stargli vicino era il mio dovere.
Il dovere. Eccola la ragione di vita di quell'uomo.
Ho letto che per un po' di anni hai fatto l'investigatore privato.
Bah, era un mestiere noioso. Troppi appostamenti.
E poi hai viaggiato.
Era l'unico modo per non impazzire. Ho fatto la sicurezza ovunque, villaggi turistici, alberghi, privati in trasferta di lavoro.
E anche nelle ville.
Certo che sai proprio tutto. S, ho lavorato anche a Villa Luisa. Quanto mi affascinavano quegli alligatori... non avrei mai immaginato che gli avrei servito io la cena a base di carne umana.
Nessun pentimento. Nessun rimorso.
Lo sai che dovrei arrestarti e mandarti a spese dello Stato per un decennio?
Tribuna si ferm, stupito.
Quel condizionale, dovrei, stonava.
Dovresti?
Ardig annu.
Hai capito benissimo. Per la legge c' gi un colpevole per i quattro delitti della Nemesi.  Corrado Norrieri. L'inchiesta  chiusa. Ma non tocca a me decidere. E neppure per il delitto di Fiumicino.
L'ex carabiniere rimase perplesso.
E allora perch sei qui?
Te l'ho detto. Volevo la verit, volevo sapere tutto. E poi volevo la Tokarev.
E che te ne fai?
Ardig la tast, per accertarsi che fosse sempre l nella giacca.
Sei proprio un carabiniere...
In che senso?
Nel senso che bisogna spiegarvi tutto con i sottotitoli. Non esiste solo la Nemesi, fidati.
Gli indic di seguirlo.
Si incamminarono lungo corso Sempione risalendo verso la zona del Leopard.
Ardig aveva lasciato la Giulietta in via Losanna.
Era notte di pulizia delle strade.
La contravvenzione era gi piazzata sul parabrezza.
La prese e la appallottol gettandola nel sedile posteriore.
Mi hai fatto pure prendere una multa.
Dove andiamo? In Questura? domand cauto Tribuna.
No, te l'ho detto, non spetta a me decidere.
Una lunga corsa notturna nei viali svuotati di vita e di traffico.
Milano dormiva il sonno del giusto prima di iniziare un'altra giornata di lavoro.
Marco Fontana invece non dormiva.
Li attendeva monitorando piazza Grandi dalla finestra del suo appartamento.
Scese immediatamente in strada appena vide arrivare la Giulietta.
Con lui il tenente Rea.
Ardig si limit ad accostare davanti al marciapiede.
Scendi. Ora sono affari vostri.
Fontana e Rea presero in consegna Tribuna infilandosi nell'austero portone. Anche loro avevano mille domande da rivolgere all'ex commilitone.
Il cacciatore di assassini scese per fumarsi una sigaretta nel fresco della notte.
Rumori a intermittenza e luci gialle lo costrinsero a spegnerla dopo una sola boccata.
Risal sull'Alfa, ingran la prima e ripart.
Gli operatori ecologici stavano lavando anche i marciapiedi di corso 22 Marzo.
E una multa per quella notte insonne poteva bastare.
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EPILOGO. 
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Dancalia, maggio 2019.
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Il piano del sale sembra la luna.
Una distesa bianca e rocciosa. Una depressione che copre un'area di duecento chilometri che affonda oltre centoventi metri sotto il livello del mare, in una terra di nessuno al confine tra Etiopia ed Eritrea chiamata Dancalia.
Un secolo prima i colonizzatori italiani avevano vaneggiato di trasformarla in un lago artificiale salato attraverso un incredibile progetto idraulico, per incanalare le acque del Mar Rosso in quel catino a cielo aperto.
Un secolo dopo un migliaio di autoctoni sopravvivevano a stento, grazie all'estrazione e al commercio del sale, da destinare soprattutto alle industrie chimiche del Nord America. Lavoravano come schiavi e campavano in condizioni climatiche terrificanti, senza acqua da bere e terra da coltivare.
I padri comboniani li assistevano, aiutandoli con viveri e con un piccolo presidio ospedaliero gestito da volontari europei e canadesi e vigilati da alcuni watchman reclutati per la protezione. Tra cui un volontario italiano.
Un quarantenne ex carabiniere ed ex investigatore, di poche parole e tanti pensieri opprimenti, che aveva scelto di scontare l i suoi ergastoli, giusti o sbagliati che fossero, nel silenzio di quel deserto bianco senza vita, senza animali, senza piante. Come stare sulla luna, cinquant'anni dopo lo sbarco di Armstrong. Un luogo fuori dal mondo, lontano dall'odio e dal veleno dei ricordi.
A tenerlo ancorato al passato che si era lasciato alle spalle solo un computer portatile dotato di connessione satellitare per navigare in rete. Quella mattina lo aveva sorpreso una mail da un vecchio commilitone.
Il capitano Marco Fontana si era limitato a un telegramma: Spero che tu stia bene. Leggiti questo articolo. Un abbraccio.
La connessione andava a singhiozzo. Il portatile impieg un paio di minuti a scaricarlo. Not subito l'intestazione Il Giorno. La pagina di Milano Metropoli apriva con la notizia di un arresto illustre con un articolo firmato da Federico Malerba.
Un banale controllo di routine di una pattuglia della Polizia Stradale ha portato al fermo dell'imprenditore Maurizio Cherasca, un nome piuttosto noto per chi vive la Milano by night, direttore del centro fitness Le Terme di Marte e Venere e del locale Leopard in zona Bullona. Cherasca era al volante della sua Jaguar quando  stato fermato all'altezza di piazza Firenze. Durante la perquisizione sono stati rinvenuti un sacchetto contenente dosi di cocaina e una pistola, una vecchia Tokarev. L'imprenditore si  dichiarato estraneo ai fatti imputati. Ad aggravare la posizione di Cherasca la notizia che la pistola, stando a indiscrezioni ancora non confermate dalla Procura, sarebbe stata utilizzata per due delitti: quello del 1999 di Alex Pedroni, avvenuto alle porte di Milano, a Locate Olona e quello avvenuto nei pressi di Fiumicino, tre mesi fa, il delitto di Giovanni Signore. Sulla base di questi elementi il GIP dovrebbe ratificare il fermo di Cherasca in arresto. L'uomo dalla scorsa notte  stato tradotto nel carcere di San Vittore.
Tribuna appoggi il portatile su una roccia piatta, lo chiuse e rivolse lo sguardo al cielo azzurro. Poi esplose in una risata che echeggi nel mare bianco intorno a lui.
Che gran figlio di puttana.
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FINE.